Finisce così l’avventura della Svizzera ai Mondiali in Russia. Così come terminò due anni fa in Francia contro la Polonia o come in Sudafrica: con un tremendo amaro in bocca. Ma questa volta, quanto è legittimo questo senso? Quanto ancora ci possiamo appellare a una sfortuna che, puntuale come le tasse, ci si presenta ad ogni match da “dentro o fuori”?

Destino o questione di attributi?

L’uscita agli ottavi non è nuova per la Nati. Nel 2006 fu una serie di rigori raccapriccianti a escluderci dal passaggio all’atto successivo. La Svizzera di allora, però, era una realtà per certi versi operaia, fatta di discreti giocatori illuminati dalle reti di Frei e da un giovane Barnetta in grande spolvero, ai quali realisticamente era molto difficile chiedere di più. I rossocrociati attuali, se mai, ricordano vagamente quelli visti in Sudafrica quattro anni dopo: una grande vittoria contro la Spagna al debutto, una sconfitta contro il Cile e, nel momento della verità, uno scialbo pareggio contro il modesto Honduras che ci estromise dal torneo già al termine dei gironi. Quattro anni dopo, in Brasile, si poté invece uscire a testa alta, con una sontuosa prestazione contro l’Argentina, che segnò solo grazie al lampo di un fuoriclasse. Poi gli Europei francesi, la Polonia, una partita insulsa che si concluse ai rigori, vedendoci nuovamente sconfitti. E ora la Svezia: un film già visto. La domanda che ci si pone è quindi: perché al momento di tirare fuori gli attributi siamo impauriti? Perché non si riesce mai a vincere una partita decisiva?

Fenomeni sì, ma dove?

Capitan Lichtsteiner e la stampa parlavano della “Svizzera più forte di sempre”. Ma è realmente così?
Certo, c’è chi ha brillato come Sommer, che ha dimostrato di essere un portiere di sicuro rendimento, in grado di dare sicurezza al reparto arretrato, di garantire presenza sulle parate “normali” e di saper pure compiere qualche miracolo. Forse, insieme a un sempreverde Behrami, il portiere è colui che maggiormente ha saputo rispondere presente nei momenti di difficoltà. Cosa che non hanno saputo fare le due cosiddette “stelle”, Xhaka e Shaqiri, entrambi in grado di svegliarsi unicamente nel loro derby personale contro la Serbia (e non è intenzione di chi scrive buttarsi ora su una divagazione politica di cui non è minimamente competente: solo chi è stato direttamente o indirettamente coinvolto nella guerra di Jugoslavia può dirci se i loro gesti o i malumori dei serbi siano legittimi o meno). Il centrocampista sembra risentire della stessa “sindrome da Nazionale” che pativa il suo ex compagno Inler: giocatore importante nel suo club, che però una volta vestita la maglia rossocrociata si dimentica persino se sia mancino o destro. Quanto meno Xhaka, ad onor del vero, nella sua carriera ha fatto vedere di valere certi palcoscenici, mentre Shaqiri è un calciatore appena retrocesso con lo Stoke City, che all’Inter non ha brillato, e che nel Bayern ha fatto ben poco per essere ricordato. Ha senso appigliarvisi e riporre in lui ogni speranza? Ha senso pensare sia lui il nostro “fuoriclasse”?

Dove sono gli attaccanti?

La questione più spinosa di questa Nazionale è senza ombra di dubbio l’attacco, problema che si ripropone dal maledetto infortunio del già citato Frei agli Europei elvetico-austriaci. Prima c’era Streller, poi N’Kufo, oggi viene proposta una girandola di nomi che non riesce a mettere insieme una prestazione soddisfacente. Se gioca Seferovic, si rimpiange Drmic; se gioca Drmic, si pensa a Gavranovic; se gioca Gavranovic, si vorrebbe Embolo. E avanti così, ad libitum. Nascerà nuovamente un bomber di razza tra i confini elvetici? Non bastasse ciò, la manovra offensiva appare spesso impaurita, priva di idee e di potenza di fuoco. E di questo deve rispondere Vladimir Petkovic, al quale sicuramente non si può chiedere un miracolo (i giocatori, grosso modo, sono quanto di meglio offre il panorama elvetico attuale), ma un minimo di coraggio e di strategia d’attacco sì.

Valiamo di più?

È una domanda che sta ormai diventando angosciante, ma ormai gli indizi iniziano ad essere troppi. Agli Europei ci qualificammo con una vittoria in Lituania ottenuta allo scadere. A questi Mondiali, pur sfortunatamente, abbiamo dovuto giocarci uno spareggio contro l’Irlanda del Nord. Spareggio in cui, in totale onestà, la Svizzera ha messo in mostra un gioco non certo spumeggiante. Stesso percorso durante i gironi: prestazioni poco convincenti due anni fa, come pure oggi. E alla fine, il solito maledetto ottavo di finale con quel pensiero molesto, quel “ai quarti avremmo potuto esserci noi”. Troppi “avremmo” ormai, troppe volte in cui “saremmo” dovuto esserci e non ci siamo stati. Forse è naturale sia così. Forse valiamo questo: un ottavo di finale, che oggi lascia meno rimorsi di due anni fa e, se possibile, pure della partita contro l’Argentina dello scorso Mondiale. Questi siamo.