Ognuno sta affrontando la quarantena un po’ come meglio crede. C’è chi fa esercizi, con personal trainer che improvvisano dirette Instagram che sembrano delle lezioni vere e proprie, chi si dà alla cucina, imparando spesso qualcosa di nuovo. La maggior parte però approfitta del tempo liberp per leggere il bestseller presente in libreria e mai letto oppure vedere quel film che “dai, è così famoso che non puoi non averlo visto”.
Io faccio parte dell’ultimo gruppo, più che risultare meno distratto nei confronti della mia libreria – c’è Proust e non l’ho mai letto – sto colmando le mie lacune cinematografiche. Si parte dai pluripremiati (perché se ricevono l’Oscar un motivo ci sarà) e si arriva al primo film di Woody Allen perché è semplicemente nella lista delle filmografie da vedere.
Più il regista è famoso e ad appannaggio di tutti, più è bello interessarsi su come fosse il suo primo prodotto. Woody Allen non era subito quello di Manhattan o di Hannah e le sue sorelle. E non è questione di peggiore o migliore, di skills, è solo vedere le cose con occhi diversi.
Io che il calcio non riesco ad abbandonarlo anche dove non ve n’è traccia, ho provato per ogni film che ho guardato, a pensare: “ma se questo film fosse un calciatore, chi sarebbe?”. Un film si rivela e possiede più volti, è difficile immaginare che la trama sposi a tutti gli effetti il profilo di un calciatore. Ma vi sono dei caratteri comuni. É questione di immaginazione e di osservare con una prospettiva diversa dal solito.



Il dittatore dello stato libero di Bananas, Woody Allen, 1971 – Ronaldinho
Premessa doverosa è che non vedo in Ronaldinho la stessa goffaggine di Fielding Mellish. Però un mondo, tutto loro, come quello del Bananas, sì. Non ho mai visto un Ronaldinho senza sorriso e penso che neanche esista. Sembra abbia una visione sua delle cose, delle cose di un mondo che vede solo lui, in cui magari è anche possibile essere dittatore in uno stato libero.
A suon di battute sconnesse o a suon di giocate poco importa, Ronaldinho cambia le abitudini della popolazione. Come il giorno del suo esordio, quando la gara casalinga del Barcellona contro il Siviglia fu posticipata a mezzanotte per permettere a tutti di avere il tempo di andare allo stadio. Quasi surreale.
Ronaldinho decide di ripagare tutti, spaccando quasi la traversa. Prima di entrare in rete la palla picchia sulla parte più alta della porta e il rumore che ne segue è uno squarcio nella notte, il più bello dei biglietti da visita, la più grande propaganda per ergersi a leader.
Fielding Mellish nel film, fa ritorno negli Stati Uniti da Bananas, sotto mentite spoglie per passare una notte di fuoco con il vecchio amore Nancy, ma viene beccato e arrestato per attività sovversive. Condannato a 15 anni, ma la sentenza viene poi sospesa.
Anche Ronaldinho in carcere ci va per aver finto di essersi naturalizzato paraguaiano, lui che lo conoscono ovunque. Un’ingenuità, ma sempre col sorriso.
In carcere non rinuncia al pallone, guadagnandosi a suon di tunnel, l’ammirazione di chi gli sta attorno.
In un mondo reale o no, che veda solo Ronaldinho o tutti noi: lui riuscirà sempre a conquistarti, convincendoti anche solo con un inspiegabile sorriso perenne.

Cafè Society, Woody Allen, 2016 – Thierry Henry
Il film parla di Bobby Dorfman che da New York va a cercare fortuna a Los Angeles, ospitato dallo zio. Cosi come Thierry Henry nel 1999 lascia Monte Carlo per andare nella Juventus di Ancelotti. É un’ esperienza difficile, fuori ruolo innanzitutto, perché Ancelotti si ostina a farlo giocare in fascia e non riesce a dargli un collocazione che esprima al meglio le sue qualità. Fuori luogo è anche Bobby in Cafè Society, si innamora di Vonny (Kristen Stewart), l’amante di zio Phil, ma quando lo zio sceglie di lasciare sua moglie per l’amante, quello tradito è Bobby.
Ritorna a New York dove grazie anche grazie all’aiuto del fratello riuscirà ad aprire e gestire un locale che farà gran successo, conosce un’altra Veronica (Blake Lively) e si sposa.
Thierry Henry cambia totalmente, dalla grigia Torino, sceglie la città grigia per eccellenza, Londra, e arriva alla corte di Wenger. Vincerà la scarpa d’oro per due volte consecutive e sarà primatista di reti con la maglia dell’Arsenal nelle competizioni UEFA per Club, alla faccia di chi lo faceva giocare in fascia.
Poi andrà anche al Barcellona a scrivere la storia con Guardiola ma la sua, di storia, ormai lo precede e non ha bisogno di presentazioni. Nel 2008, il riconoscimento più bello arriva dai tifosi dell’Arsenal: Henry infatti è primo nella classifica, stilata dai tifosi, dei migliori cinquanta giocatori del club.
Torino diventa ormai un’esperienza da poter dimenticare e l’antidoto è stata Londra con 228 gol in 375 partite.
Perché anche se ti lascia Kristen Stewart, puoi sempre trovare Blake Lively.

Birdman, Alejandro González Iñárritu, 2014 – Zlatan Ibrahimovic
Sempre fedele a se stesso, a prescindere dal giudizio altrui. Sempre fedele al proprio progetto, credendoci anche se c’è il rischio di fallimento. Questa può essere indistintamente la storia di Zlatan Ibrahimovic o Riggan Thomson di Birdman.
Provateci voi: ti ritieni un potenziale Pallone d’Oro, hai incantato l’Italia con Juventus prima e Inter poi, vinto ogni anno il campionato, l’ultimo anche da capocannoniere, vai al Barcellona di Guardiola che l’anno prima ha fatto il triplete e la tua ex squadra che hai abbandonato per andare vincere, vince il triplete l’anno successivo, battendoti anche in semifinale.
É il perfetto copione di quello che definiremmo un fallimento.
Riggie Thomson invece cerca di allontanarsi dalla sua celebrità. La notorietà del suo personaggio Birdman lo precede ma lui sceglie di disfarsene, a modo suo, mettendo in scena a Broadway, a teatro, un’opera di Raymond Carver.
La testardaggine è l’ingrediente principale, l’imprevisto ciò che amalgama tutto e lo rende anche più complicato. Alla fine dello spettacolo Riggie userà una pistola vera per spararsi davvero, altro che recitazione. A modo suo, sempre secondo il suo personalissimo copione. Come Ibrahimovic che quando ormai si era anche riconquistato il rispetto quasi perduto, segna con una rovesciata da quaranta metri. Il Broadway di Zlatan è stato lasciare Barcellona e andare al Milan (mai banale) vincendo campionato e titolo di capocannoniere anche con loro per poi andare a scrivere la storia a Parigi, gettando le basi del PSG. Poi lo United, ancora con Mourinho e 15 gol in Premier a 35 anni, poi Los Angeles in cui nel debutto segna da metà campo nel derby.
A proposito di debutti, Zlatan non ne ha mai fallito uno; come un perfetto attore hollywoodiano appunto, ha dato una sua interpretazione delle cose. Senza badare che fosse quella corretta per tutti, perché se si cade è meglio cadere in modo fiero e con le proprie idee. In un modo o nell’altro, giusto o sbagliato, Riggie o Zlatan, alla fine si spicca comunque il volo.


Toro Scatenato, Martin Scorsese, 1980 – Diego Costa
Irrequieto e inspiegabile. Brasiliano ma sceglie la Spagna, Diego Costa, agisce, segna e gioca come se fosse un montante di Jake La Motta, famoso quasi come l’interpretazione di Robert De Niro nel 1980.
Le sue espressioni rabbiose creano meme sui social, non c’è un solo difensore che l’abbia marcato e non ci abbia litigato. Al contrario di Ronaldinho, i suoi sorrisi sono rari e il suo mondo è fatto di battaglie, chissà con un eccessiva rabbia per il contesto.
Il Toro scatenato prima di un match litiga con la moglie – rea di aver detto che lo sfidante fosse un bell’uomo – e lui in cambio fa in modo non sia più considerabile bello da nessuno.
Diego Costa inspiegabilmente, al 28’ di un Barcellona Atletico, si fa cacciare dall’arbitro e la federazione gli da otto giornate di squalifica. Questo accadde nella sua seconda esperienza all’Atletico. Ci fa ritorno nel 2018 dopo l’esperienza al Chelsea, anche qui senza risparmiarsi nei confronti dell’allenatore Conte.
L’esperienza al Chelsea dice anche 58 gol in poco più di 100 partite e 2 Premier vinte, non esattamente un fallimento. Perché la personalità di Diego Costa non si misura in fallimenti e conquiste. Ma sul fatto che, come un pugile, dà e riceve colpi duri, che quando liberati non si possono più ritrarre. Diego Costa lo sa, ma non rinuncia a colpire forte, per questo è il toro scatenato a cui Simeone affiderebbe sempre il ruolo di terminale offensivo della sua squadra.
Il vero toro scatenato alla fine finirà per dedicarsi a spettacoli comici, in piccoli locali. Non pensiamo sia questo il destino di Diego Costa che si è sempre preso troppo, anche eccedendo, sul serio. Piuttosto è ancora nel posto giusto, lì davanti nell’armata del Cholo Simeone, pronto a sferrare un altro colpo a sorpresa.

Dolor y Gloria, Almodovar, 2019 – Xavi Hernández
Una storia spagnola, romantica, passionale e umile. É il viaggio di Salvador Mallo che rivede parte della sua vita, e ciò che lo ha portato ad essere il grande regista che poi è diventato. Guidato da madre Jacinta, che in maniera più o meno precisa, ricorda la madre di Xavi Hernández che si impuntò perché il figlio non partisse alla volta della Milano rossonera, minacciando anche di porre fine al matrimonio col marito, che invece si era fatto condizionare dalla ricca proposta di Galliani.
Xavi resta a Barcellona e giocherà in blaugrana. Il destino è già scritto, il suo corso no.
Gli inizi a Barcellona sono difficili, la generazione formata da lui, Valdes e Puyol, non promette bene e non viene vista subito come vincente.
L’educazione alla vittoria mediante fallimenti lascia il segno, e Xavi anche quando ormai ha vinto tutto, ricorda che “non è sempre stata una situazione così allegra e felice”.
Xavi sembra ricordarsi ogni giorno di aver fatto parte di un Barcellona che ha fallito. Insegna al Barcellona vincente che è possibile indossare quella maglia e perdere malamente. Ci ha sofferto cosi tanto che sembra alimentare la voglia di vincere con la paura di perdere ancora. In Dolor y Gloria la situazione è molto differente e Salvador si aggrappa agli eventi negativi per non sprofondare. Prima cerca di ricongiungersi all’ex amante Alberto ma cade come lui nel tunnel dell’eroina.
Poi sempre scavando nel proprio passato, recupera un dipinto di Eduardo, un ragazzo a cui da bambino aveva addirittura insegnato a scrivere. Lo recupera, comprandolo, ma non vuole cercare Eduardo. Come a voler semplicemente ricostruire i pezzi del puzzle per il futuro. Cosi come Xavi che ricorda il passato ma solo per far vivere a Iniesta e Busquets un’esperienza di sole vittorie. Il ritrovamento infatti lo ispira per la realizzazione di un’altra sceneggiatura “el primer deseo”, in cui ci sarà lui da piccolo e sempre la madre Jacinta. Perché il successo è sempre prodotto sulle basi di un passato fin troppo sempre presente.