E invece sì, è ovviamente lui. Chi mi conosce sa quanto veneri e ami calcisticamente parlando Johan Cruijff. Più di una volta mi è stato detto: “Non trovo il tuo articolo su di lui”. Semplice, non c’è. Non c’è perché, come disse De André del suo Genoa, “sono troppo coinvolto”, non riesco a scrivere, sarei inadatto. Ci provo allora in queste poche righe dell’Avvento a rendere un pochino omaggio a quello che per me è il calciatore più geniale della storia.

Non c’è discussione, il 14 è lui. Poi vengono tutti gli altri. Attorno a questo numero si è creata quasi un’aurea magica, chi lo indossa segue un fil rouge tecnico. Il 14 lo puoi vestire, ma devi avere determinate caratteristiche. Basti pensare agli altri 14 del pallone: Henry, Modric, Xabi Alonso, Chicharito, Guti, Mertens, Vucinic,… giocatori di un’eleganza innata e di una genialità fuori dall’ordinario che lascia esterrefatti.

Il contributo dell’olandese al football è stato totale, da giocatore come da allenatore. Un visionario che ha cambiato il calcio con le sue giocate e con le sue idee. Ha sconvolto gli anni ’60 e ’70, portando nella case di tutti quelle maglie arancioni belle da morire; belle e dannate come la sua Olanda, la squadra perdente più forte della storia. Ha cambiato il rapporto di strapotere dei club nei confronti dei giocatori, entrando nella sede del suo Ajax dicendo “sono i giocatori a fare la differenza, ora si cambia”. È stato probabilmente il primo calciatore-azienda della storia. Il profeta del calcio è stato un po’ tutto, specialmente per me.