Lunedì 18 maggio su Netflix sono andate in onda le ultime due puntate del ormai leggendario documentario su Michael Jordan, The Last Dance. Si è trattato di un percorso di dieci episodi narranti l’epopea di Mr Air Jordan in quel di Chicago fra il 1984 al 1998.

Leggendario, mi ripeto lo so ma non trovo altre parole per descrivere quello che, a mio parere, è uno dei migliori documentari sportivi che abbia mai visto. Non era affatto facile realizzare un simile capolavoro: di Mister Jordan si è detto, letto e sentito di tutto, quindi c’era il rischio di una mera ripetizione priva di pathos.

Ebbene la ripetizione c’è stata, ma Michael ha parlato guardando la camera con occhi nuovi e cuore aperto: noi spettatori siamo entrati nella sua testa, nella sua sfera emotiva e siamo riusciti a carpire ancora di più del carattere del più grande atleta del XX secolo.

Michael Jordan è stato non solo il miglior giocatore di basket di tutti i tempi (tecnica, carattere, carisma, atletismo, mentalità superiori a chiunque), ma il più grande atleta al mondo. Come dichiarano i molti giornalisti interpellati durante il documentario, solo Muhammad Alì ha avuto un impatto così straordinario. Nessun Maradona, nessun Pelé, nessun Cristiano Ronaldo: solo Jordan e Alì.

Il documentario attraversa il percorso di Jordan dalla sua infanzia, al liceo, al college, alla chiamata nella NBA, i titoli conquistati, la morte del padre, il primo ritiro e quello che pare essere l’ultimo (per i pochissimi che non lo sapessero, Jordan ritornerà a palleggiare dal 2001 al 2003 tra i ranghi dei Washington Wizards).

La facilità con la quale Jordan si è imposto nel basket dell’Olimpo è stata disarmante. Tutti gli atleti che lo hanno affrontato, da Magic a Bird, lo hanno definito semplicemente implacabile. Michael era superiore a tutti poiché a un talento da marziano abbinava una mentalità competitiva superiore: giocava per vincere e spronava tutti a dare il meglio sia con le buone sia con le cattive parole.

I Bulls all’arrivo di Jordan erano una franchigia allo sbando, debole e senza ambizioni di successo. Da rookie, Jordan s’impose come leader trascinando la squadra grazie alle sue giocate spettacolari. In breve, la società si rese conto di avere fra le mani un gioiello unico e di poter ambire a qualcosa di più.

Così nel 1985 il proprietario Jerry Reinsdorf decise di assumere un nuovo General Manager, il quale avrebbe avuto il compito di costruire un team vincente attorno all’alieno Jordan: fu così che iniziò l’avventura di Jerry Krause ai Bulls.

Krause era un uomo di statura bassa, sovrappeso e piuttosto introverso. Era geniale e aveva un fiuto per gli affari fuori dal comune. Grazie alla sua competenza, nel 1987 i Bulls riuscirono a ottenere sia Scottie Pippen sia Horace Grant. Queste due operazioni permisero a Krause di ottenere il titolo di GM dell’anno 1988. La squadra iniziava a modellarsi, mancava solo il passo più importante.

Nel 1989 Krause licenziò l’allenatore Doug Collins promuovendo colui che era stato il suo vice nella stagione precedente: Phil Jackson. Quella fu senz’altro la mossa decisiva per permettere ai Bulls di diventare finalmente competitivi.Con l’arrivo del Maestro Zen Jackson, i Bulls da Jordan-centrici-dipendenti, divennero una squadra più completa e dopo alcune batoste contro i temibili bad boys di Detroit, i Bulls nel 1991 conquisteranno il primo anello.

Jordan-Jackson-Krause: fu grazie a questi tre ingredienti che dal calderone di Chicago nacque una ricetta vincente, unica nel suo sapore. Krause adorava Jackson, i due erano in stati in contatto per anni e la situazione sembrava andare per il meglio.

Tuttavia, nessuna scelta è priva di conseguenze e a Michael alcune decisioni prese da Krause non andarono bene: fra i due il rapporto cominciò lentamente a deteriorarsi. Chicago splendeva e ascendeva sempre di più nell’Eden della pallacanestro, ma troppe ombre gravavano su Chicago.

L’ultima stagione dei Bulls, la stagione sulla quale ruota il documentario, è sicuramente la più compromettente per Jerry. Lui vuole rifondare: da esperto GM sa che le leggende di Chicago sono al tramonto. Non dubita del loro potenziale, teme di non poter garantire una continuità di successi nell’era post-Jordan.

Colpevole di dichiarazioni fuori luogo e troppo affrettate, Jerry attira su di sé negativi riflettori i quali gettano su di lui solo colpe. I titoli si vincono con le partite e le partite sono studiate dagli allenatori e giocate dagli atleti. Ma essi possono esistere e coesistere unicamente se alle loro spalle vive una società con una linea forte e decisa.

La scelta di smantellare i Chicago Bulls di Jordan fu impopolare, ma non fu sbagliata. Sbagliati furono i modi e i tempi (Krause rilasciò interviste poco apprezzabili a inizio stagione 1997-1998), ma non fu sbagliata l’idea.I giocatori sono immortali nei nostri cuori e nei nostri ricordi, ma non lo sono sul campo. La decisione di proseguire un altro anno con Michael, Phil, Scottie e il resto della banda dei tori fu una scelta delicata. Chicago vinse il sesto titolo e  Jordan e compagni entrarono per merito nella leggenda.

Ma dopo la stagione 1997-1998, cosa ne fu dei Bulls? Cosa riuscirono a vincere? Niente. Krause si dimise nel 2003, ufficialmente a causa dei suoi problemi di salute. Nell’era post Jordan, Chicago non è più riuscita a garantire una continuità e rimane impigliata in lacci invisibili che non le permettono più di spiccare il volo.

Derrick Rose fu il playmaker dei tori dal 2008 al 2016, vincendo l’MVP (più giovane di sempre) nel 2011. Con lui è sembrato che Chicago potesse risorgere e invece la malasorte ha deciso il contrario falcidiando Rose di infortuni e facendo risprofondare Chicago nell’oblio. Sarà una maledizione? Se Reinsdorf fosse stato convinto da Krause a smobilitare la squadra prima della stagione 1997-1998, oggi come sarebbero i Chicago Bulls? Sicuramente non avrebbero vinto il sesto titolo, ma forse negli anni avrebbero costruito qualcosa di nuovo.

Nessuno giudica quanto fossero magnifici i Chicago degli anni ’90 e nessuno dibatte sul sesto titolo, il quale a parere di molti è il più bello fra i sei conquistati, anche se personalmente preferisco quello “della vendetta” contro i Pistons. Tuttavia, forse, la storia della franchigia poteva essere differente e chissà, magari senza quel sesto titolo, oggi Chicago ne potrebbe contare anche di più.