Avete presente “Cucine da incubo”, il programma dello chef stellato Antonino Cannavacciulo? Il cuoco italiano sceglie un ristorante la cui sopravvivenza è in estremo pericolo e con il suo genio, dei consigli mirati e l’esperienza che si porta in dote riesce a risollevarlo. Magia? Fortuna? No, bravura. Un po’ come il personaggio di cui vogliamo parlarvi, “Big Sam” Allardyce.

Il Nostro è uno specialista in salvezze, riesce a salvare anche l’insalvabile. Insomma, Cannavacciulo e Samuel Allardyce non hanno in comune solo la stazza… Dopo un’onesta e lunga carriera, in particolare con il Bolton, ha iniziato la scalata verso il calcio che conta. La prima panchina di peso è stata proprio quella del Bolton. Con i Trotters la storia d’amore è durata dal 1999 al 2007. Anni in cui il calcio di Allardyce – che potremmo definire primordiale, inglese ed estremamente essenziale – ha raggiunto picchi altissimi. Il Bolton ha sempre navigato in acque tranquille, raggiungendo pure una qualificazione alla Coppa Uefa. Si accasa al Newcastle è anche lì i risultati sono ottimi.

Il primo miracolo, però, lo ottiene con il Blackburn. Sale in sella quando la squadra è in piena lotta per non retrocedere e riesce a salvarsi. Nell’anno successivo raggiunge un insperato decimo posto. Le sue quotazioni, come potete capire, iniziano a salire e c’è chi vede nel suo futuro la panchina di una big o, udite udite, addirittura della Nazionale dei Tre Leoni.

Per il proseguo della sua carriera decide di fare un passo indietro per farne due in avanti: sposa la causa del West Ham, appena retrocesso in Championship. Al primo tentativo, nemmeno a dirlo, centra la promozione e l’anno dopo, in Premier, gli Hammers sono nelle parti alte della classifiche. Da lì torna al suo obiettivo principale, il marchio di una carriera importante: le salvezze clamorose. Non sbaglia con il Sunderland quando, ancora una volta, sembrava che nemmeno l’aura di Big Sam Allardyce potesse salvarlo da un destino scritto.

Ecco allora che arriva la grande chiamata, l’occasione della vita. L’Inghilterra decide di puntare forte ancora su un inglese e il 9 ottobre 2016 diventa cittì, in sostituzione di Mister Roy Hodgson. Il suo regno durerà pochissimo. A costargli caro non saranno i risultati sul campo, ma la sua etica. La smania di grandezza lo porterà ad accettare delle bustarelle, un tranello tesogli dal Telegraph.

Fine della corsa? Giammai. Giusto il tempo per recuperare energie ed è subito in pista. C’è un Crystal Palace malconcio da condurre verso porti più sicuri. Fa il suo lavoro egregiamente e saluta tutti. In attesa di cosa? Di una squadra dal buon potenziale da riportare sulla retta via. Ci sarebbe un ambizioso Everton. In estate i blu di Liverpool hanno sborsato centinaia e centinaia di milioni, ma i risultati non arrivano e annaspano nelle ultimissime posizioni. La panchina di Koeman traballa e il nostro, come un corvo, è nelle vicinanze. Diventa manager e oggi i Toffes sono noni in classifica. Una squadra nuova, con i giocatori più importanti, Rooney su tutti, rivitalizzati.

Le sue formazioni giocano tutte alla stessa maniera. Non si scappa. Allardyce è probabilmente il tecnico inglese più forte tatticamente. Al primo posto, per lui, viene la fase difensiva. Rafforza l’asse centrale con un centrocampista di contenimento tutto muscoli e polmoni. Gioca spesso con tutti gli uomini dietro la linea della palla e riparte. Predilige il gioco aereo, con lanci dalle retrovie a scavalcare il centrocampo. In questo è il più inglese di tutti. Ha costruito le sue fortune con dei numeri nove vecchio stampo, delle torri, degli arieti per favorire la manovra. O, in alternativa, dei velocisti per le ripartenze. Poco fraseggio, si deve concludere l’azione con pochi passaggi e il più velocemente possibile. C’è poco spazio per i dribbling, meglio un bel tackle e tanta aggressività. Poca fantasia e tanta efficacia.

Big Sam non rinuncia mai a due cose: la prima è la sua cicca. Mastica continuamente, come fosse posseduto. La seconda è lo spirito d’osservazione. In passato era solito seguire un tempo dalla tribuna e mandare in panchina il suo uomo di campo. Dall’alto, a suo dire, poteva vedere meglio, così da correggere in tempo i suoi. Oggi, invece, segue la gara dalla panchina, ma il suo staff si accomoda in alto e comunica grazie all’ausilio della tecnologia e di alcuni auricolari. Un’ultima curiosità. Nei primi giorni della settimana di lui al campo d’allenamento non c’è traccia. Dopo l’incontro del week-end in Inghilterra le squadre si dedicano al riposo, alla parte defaticante e al lavoro fisico. A lui quello non interessa e preferisce lasciare il testimone ai suoi sottoposti (oggi il suo vice all’Everton e Sammy Lee, storico giocatore del Liverpool con cui vinse tutto). Allardayce sbuca a metà settimana, quando entra in gioco la parte tattica.

Finora il suo metodo è infallibile e se ci fosse un riconoscimento anche per gli allenatori meriterebbe sicuramente una stella Michelin. Big Sam Allardyce, il re delle salvezze, colui che riesce a risolvere tutte le situazioni più intricate.