Se ne parlava ormai da mesi, ancora prima che la stagione finisse: “Dove va LeBron l’anno prossimo? Phila? Los Angeles? Boston? Houston? A meno che non vince l’anello impossibile che resta ai Cavs dai…deve trascinare la squadra da solo! Non ha nessuno di livello al suo fianco!”

E infatti, anche se è riuscito ancora una volta nell’impresa – dopo una stagione nel complesso turbolenta dal punto di vista collettivo ma leggendaria da quello individuale (27.5 punti, 8.6 rimbalzi e 9.1 assist di media) – di condurre i suoi compagni fino alle Finals, con i Guerrieri della Baia, a parte nel clamoroso finale di gara 1 che ha visto protagonista in negativo JR Smith, non c’è stata storia. 4-0 secco e un King che, nonostante la rottura alla mano autoinflittasi durante un attacco di frustrazione negli spogliatoi dopo la cocente sconfitta ai supplementari del primo match della serie, ha dato tutto ma a tratti è sembrato insofferente nei confronti dei suoi colleghi. A 33 anni e dopo 15 stagioni tra i pro insomma, per vincere il quarto titolo NBA bisogna cambiare aria, un po’ come accadde 8 anni fa prima di sbarcare a Miami e raggiungere l’amico Dwayne Wade. Il resto è Storia cestistica.

Per ciò che concerne la destinazione se ne sono dette e sentite di tutti i colori, la suspence era alta e l’intera Lega e il suo mercato erano paralizzati. D’altronde, finché un trasferimento che sovvertirà e sconvolgerà gli equilibri della NBA non è ancora avvenuto, mica puoi imbarcarti in altre trade. C’è da dire però che ai primi di luglio aleggiava già nell’aria una forte sensazione che il Prescelto si sarebbe accasato o alla corte di Magic Johnson o nella città dell’amore fraterno per addestrare i giovani Simmons (Rookie of the Year 2017/2018) ed Embiid. Intanto il diretto interessato, in vacanza con la famiglia, si stava concedendo un po’ di svago dopo la durissima – sia a livello fisico che psicologico – annata appena terminata, riflettendo però attentamente sul da farsi. 2 luglio 2018, l’ora della verità. Noi Europei (chi più e chi meno a dipendenza se si simpatizza oppure no per i colori gialloviola) ci siamo svegliati con il sorriso stampato sulle labbra. La notizia ufficiale è finalmente rilasciata in un brevissimo comunicato stampa: “Il quattro volte MVP, il tre volte MVP delle Finals, il 14 volte All Star e il due volte medaglia d’oro olimpica si è accordato per un contratto quadriennale da 154 milioni di dollari con i Los Angeles Lakers”. Boom. Il Re vola ad Hollywood, nella città degli angeli, nella città delle stars. I social e i giornali sono in visibilio, pure quelli svizzeri ne parlano, che di certo non sono noti per dare grande spazio alla pallacanestro americana, a testimonianza della dimensione planetaria che questo evento sportivo aveva ormai assunto.

Cerchiamo ora di capire le ragioni alla base di The Decision 3.0 e il suo impatto. Probabilmente, per infilarsi al dito il quarto anello, una scelta tipo 76ers, Rockets o Celtics avrebbe avuto più senso, ma in tutti questi possibili scenari sussistevano vari grattacapi. Nel primo caso, nonostante l’interessante nucleo di talentuosi giovani in crescita a disposizione, si sarebbero sicuramente manifestati problemi di carattere tecnico e tattico. In breve, sia il King che il Fresh Prince sono abituati a tenere parecchio la palla dettando così i ritmi del gioco. È dunque molto probabile che prima o poi le loro esigenze e le loro caratteristiche sarebbero finite per entrare in collisione, o comunque per non sposarsi al meglio. Sul fronte texano invece il discorso era di carattere prettamente economico: avendo firmato Chris Paul al massimo salariale, i Rockets non potevano permettersi di rilasciare un altro stipendio da capogiro come quello del Kid from Akron senza sforare pesantemente i 101 milioni del salary cap. A Boston invece vabbè, c’è Kyrie. Per quanto riguarda LA, la situazione era ed è tuttora ben diversa. LeBron stesso ha infatti dichiarato che “le sue scelte non dipendono solo dal basket, ma anche dalla famiglia”. Inoltre, il fuoriclasse possiede già 2 ville a Los Angeles, dove spesso e volentieri passa l’estate, e la metropoli californiana rappresenta la sede principale dei suoi innumerevoli business e del suo impero finanziario. Questo clamoroso movimento di mercato di fatto sposta gli equilibri dell’intero campionato rendendo la Eastern Conference ancora meno interessante e ancora più di basso livello rispetto all’anno scorso. Per fortuna che, per compensare almeno in parte l’assenza ad oriente di un campione del calibro dell’ex ala piccola dei Cavs,  la costa est ha avuto modo di acquisire un All Star non da poco come Kawhi Leonard, il quale, nonostante avesse più volte espresso la volontà di raggiungere il Re ad Hollywood, dopo una telenovela durata praticamente tutta la passata stagione è stato spedito da Pop e dalla dirigenza Spurs al freddo del Canada.

A questo punto l’ultimo quesito da porsi è il seguente: riuscirà il Prescelto a riportare i Lakers a calcare i palcoscenici del basket che conta e magari a porre fine alla dinastia di Golden State? È opinione di chi scrive che, nonostante l’arrivo di JaVale McGee, Rondo, Stephenson e Beasley abbia rinforzato in maniera considerevole la franchigia losangelina, per impensierire Durant e compagni – che da quest’anno possono contare pure sull’apporto mica da poco di DeMarcus Cousins, uno dei centri più forti dell’intera Lega – ci vuole ben altro. Serviva un top player in difesa, Leonard appunto. Ma bisogna aspettare fino alla free agency del 2019: coming soon quindi.

Insomma, tra LeBron ai Lakers, Melo ai Rockets (mancherebbe solo l’ufficialità), Cousins nella Baia, Carter ad Atlanta, Isaiah Thomas a Denver, Leonard ai Raptors, il ritorno del Beli in Texas, Howard nella capitale e Manu e Dirk che continuano a giocare, la stagione NBA 2018/2019 si prospetta ricca di emozioni e tutt’altro che scontata. Per non parlare dei giovani ed intriganti talenti sfornati lo scorso 21 giugno dal Draft.