Il basket, si sa, è per antonomasia lo sport dei giganti, governato dai superuomini dal metro e novanta in su che arrivano ad altezze vertiginose come se fosse la cosa più naturale del mondo. Però in tutti noi c’è sempre stata una forza intrinseca che ci spinge a tifare contro il più forte, per cui tra Davide e Golia scegliamo ogni volta Davide. Questa tendenza, in me ben radicata, mi ha portato a sviluppare una passione per l’altra faccia della medaglia, cioè per quei giocatori a cui madre natura non ha donato un fisico studiato appositamente per giocare a basket. Per cui arrivare lassù, contro quei colossi, sembra la scalata dell’Everest. Insomma, uomini nella media che sembrano poco più che bambini di fianco a giganti, ma che ostinatamente continuano a battagliare contro di loro.

Ma è proprio questo che mi affascina di più, il fatto di andare costantemente oltre il loro limite, partita dopo partita, sera dopo sera, senza poter mai dare nulla per scontato. Perché un due metri e dieci che abbassa la tensione nervosa per qualche quarto, o addirittura per qualche partita, tira su comunque numeri discreti soffrendo il giusto, mentre se succede agli ”undersize” vengono sistematicamente attaccati e battuti, sui due lati del campo, dall’avversario di turno più atletico, più alto, più giocatore di pallacanestro. Dunque si ritrovano a giocare, prima che contro gli avversari, contro se stessi, cercando di sopperire con la loro forza mentale e con la tecnica ai propri limiti fisici. E se forse è mai esistito un giocatore emblema di tutto questo, quello, per me, è Allen Iverson.

Se fuori campo dal campo si può avere da ridire sul suo modo di comportarsi o sul suo stile di vita, in quei 28 metri era completamente un’altra cosa. Pochi possono vantare di aver rivoluzionato in questo modo la concezione dei limiti del gioco. A lui si sono ispirati tutti i giocatori definiti sempre troppo bassi per giocare in NBA, figuriamoci per diventare delle superstar nella lega. Lui invece è riuscito a diventare determinante, a dominare a tratti, dall’ “alto” del suo metro e ottanta scarso. A lui si deve gran parte del merito se conosciamo i Chris Paul e i Kyrie Irving come li vediamo adesso. L’Hall of Fame nella quale è stato recentemente inserito è solo il giusto riconoscimento ad una carriera che avrebbe meritato maggiori fortune, con quel rammarico del 2001 dove riuscì a portare una squadra di onesti mestieranti alle finals, dove gettando il cuore oltre il proverbiale ostacolo arrivò a un passo da un vero e proprio miracolo sportivo.

Un’atleta che ha segnato per sempre l’NBA diventando un personaggio icona, tutt’ora fonte d’ispirazione per le nuove generazioni che si affacciano al basket. Un giocatore totalizzante che avresti voluto vedere per 48 minuti sempre con la palla in mano, affascinato dalla sua personalità magnetica che catturava anche i compagni. Un uomo che non è mai sceso a compromessi restando sempre se stesso, portando sul parquet l’anima, la sua incredibile voglia di lottare come fosse una questione di vita o di morte, come fosse nel ghetto dal quale non si è mai veramente separato. Perché alla fine puoi togliere un ragazzo dal ghetto, ma non puoi togliere il ghetto dal ragazzo. Ma questo non è un articolo sulla sua vita quindi non mi dilungherò sul suo background culturale, ma basti sapere che non è mai stato particolarmente fortunato in gioventù. Però trovo indispensabile sottolinearlo. L’Iverson giocatore dava tutto in campo perché era l’unico modo concreto per abbandonare quella vita difficile e cominciarne una nuova. Purtroppo con alterne fortune.

Ma il suo lascito più importante è stato senz’altro quell’atteggiamento da guerriero che portava in campo, quel suo modo d’affrontare senza timore ogni avversario ha dato una speranza per tutti i piccoletti del basket. Dimostrando veramente, come diceva lo slogan di una nota marca sportiva, che niente è impossibile. Secondo me da qui nasce quell’attitudine tipica di chi fa il lavoro sporco pur avendo un enorme talento, di chi non si è mai risparmiato buttandosi su ogni palla vagante possibile. Da parte di tutti, in ogni ruolo, perché quella sua mentalità era totale ed indipendente da chi tu fossi. A maggior ragione se in teoria non sei predisposto al gioco ma sei una persona normale che ce l’ha fatta, seguendo la strada tracciata da altri prima di te, che hanno dimostrato che l’unico limite è il cielo e non un centro nei pressi del ferro. È grazie a gente così se sogniamo ancora di sconfiggere Golia nella vita di tutti i giorni.