Di arrendersi proprio non ne vuole sapere. Dopo ogni borsa con il ghiaccio, dopo ogni seduta dal fisioterapista, dopo ogni partita seguita dal seggiolino o dal divano di casa in compagnia della sua inseparabile chitarra, la convinzione è sempre una: riprovarci.
Classe divina, eleganza fuori dal comune, capacità cognitive sconosciute ai molti e una tecnica che poche altre volte si è vista in un centrocampista così bello.
No, non è la descrizione di Luka Modric, fresco numero 10 del Real Madrid, è la descrizione di Tomas Rosicky, il “più grande talento ceco della storia” a detta di un certo Pavel Nedved. Come Tomas Rosicky ce ne sono stati pochi prima e ce ne sono pochi oggi. Ce ne sono stati pochi anche così sfortunati, perché lungo tutta la sua carriera, il ceco, ha dovuto convivere con un’ombra pronta a mettersi in mezzo ogni volta che il 36enne cercava di spiccare il volo: la fragilità fisica.

Nato in una famiglia benestante, il piccolo Tomas cresce seguendo due figure maschili importanti per il suo sviluppo: il padre e il fratello, che curiosamente di nome fanno entrambi Jiri.
Jiri senior fa il calciatore, è un onesto e rude difensore che ha giocato a livelli accettabili, senza mai raggiungere traguardi degni di nota, vestendo anche la maglia dello Sparta Praga, una religione in casa Rosicky.
Il fratello è una sorta di musa da seguire, ogni sua scelta viene prontamente copiata da Tomas, che di sfigurare proprio non ne ha voglia. Minuto sì, ma quella fragilità fisica che minerà la sua carriera non fa parte del suo carattere. E se Jiri Jr. decide di giocare a calcio, Tomas eccolo in cortile con un pallone tra i piedi.

A dire il vero non è il calcio il primo amore conosciuto. In tenera età i fratelli Rosicky praticano quello che probabilmente è lo sport nazionale dell’epoca: l’hockey. Un amore comunque destinato a scemare in poco tempo, quando nella scuola frequentata da Jiri Jr. si fanno vivi tre emissari del settore giovanile dello Sparta Praga. Questi fecero dei provini ai ragazzi, restando ben impressionati dal giovane Jiri, che viene selezionato. E Tomas? Sebbene avesse in testa più il puck che gli scarpini, viene preso anche lui.
Come nelle più famose storie, è quello che non ti aspetti a emergere. Jiri è bravo, ma Tomas ha qualcosa di diverso nei piedi, ha l’essenza del calcio. Sui campi di mezza Cechia si inizia a parlare di quel ragazzino dal tocco di palla leggero ma allo stesso tempo mortifero, perché puoi starne certo che quando il pallone abbandona il suo piede destro e si dirige verso la porta avversaria, sicuramente incrocerà la sua traiettoria con la corsa di un compagno, che quasi per magia si ritroverà davanti alla porta. Ma c’è un piccolo problema che frena l’ascesa di Tomas: l’altezza.

A quei tempi l’approccio ceco era molto simile a quello sovietico, dove la prestanza fisica contava forse più di ogni altra cosa. Tomas è mingherlino e per lui non c’è spazio nelle Nazionali giovanili. Puoi avere tutto il talento del mondo, ma se un armadio a due ante dai piedi di ghisa gioca nel tuo ruolo, ti tocca restare a guardare. Nel 1995 ecco raggiunti i bramati 170 cm e con loro le porte del paradiso.
Finita la trafila nelle giovanili il giovane centrocampista si impone nella prima squadra, conquistando i primi titoli in patria.
La stagione della svolta è quella del 2000-2001, quando lo Sparta gioca la Champions League. Inserita in un girone di ferro con Lazio, Arsenal e Shakthar, la squadra allenata da Hasek racimolò tre punti che non bastarono per evitare l’ultimo posto.
Se per i granata l’avventura non fu estremamente positiva, si può dire il contrario per Rosicky, che fece strabuzzare gli occhi alla platea europea. Contro i Gunners il folletto di Praga segnò un gol splendido. Prese palla sull’out di sinistra e con una progressione degna dei migliori driblò diversi elementi inglesi, trafiggendo poi Seaman.

Le buone prestazioni fornite non lasciarono indifferenti i club europei, uno su tutti: il Borussia Dortmund, che nel mercato di gennaio fece giungere nelle casse dei cechi un’offerta da quasi 13 milioni di euro. Rosicky fa la valigia e si sposta nel “calcio che conta”. Ma l’impatto con la Germania è terrificante. A 20 anni non si sente pronto e chiede di tornare subito in patria, dove può crescere e maturare prima del grande salto. Ma il suo genio ha bisogno di palcoscenici più importanti della Synot liga ceca e quindi il tempo di stupire è arrivato.

Con la maglia dei tedeschi c’è subito feeling, forse quell’apprendistato di poche settimane durante l’inverno è servito a farlo arrivare pronto in estate. Alla prima stagione è subito festa con il titolo nazionale che mancava dal 1996 e che sfalda il dominio bavarese del Bayern Monaco. Più il tempo passa più il Piccolo Mozart si prende le pagine dei quotidiani germanici, e non solo. La sua bravura nel diventare il fulcro del gioco dei gialloneri è a tratti impensabile. Munitosi di riga e goniometro traccia linee per il campo che gli avversari non sono in grado di intercettare.
La sua maturazione si sta completando, da assoluto esteta del calcio comincia anche a mostrare un’abnegazione totale alla causa. Quando c’è da rincorrere o sradicare il pallone dai piedi avversari, il ceco è sempre presente.

Il 2004 è un anno cruciale per la sua carriera. Nella stagione che porta agli Europei ecco arrivare i primi acciacchi pesanti, che ne limitano l’utilizzo durante l’anno e che lo tormenteranno per tutta la carriera. Ripresosi in tempo per la rassegna portoghese, la Repubblica Ceca si presenta al via con una squadra ricca di talento. La stella del Dortmund è in cabina di regia, come di consueto, e al suo fianco Koller e soprattutto Barros fanno sfracelli, portando fino alle semifinale la squadra.

Arsene Wenger, rimasto folgorato da quella notte di Champions dell’ottobre del 2000, decide che il tassello ideale per il suo Arsenal è proprio lui. La storia d’amore con i londinesi non è mai stata vissuta a pieno, Rosicky entra ben presto nel tunnel degli infortuni, delle ricadute, dei ritardi, delle false speranze. Ma la fiducia che il tecnico francese ha nei sui confronti è superiore a ogni cosa, tanto da difenderlo e coccolarlo anche quando nessuno sembra più scommettere un centesimo sul fantasista ceco. Eppure in quei pochi frangenti in cui può dare tutto se stesso, Tomas dimostra di essere sempre decisivo, sempre inarrestabile. Purtroppo sempre troppo poco, perché quella maledizione non svanirà mai. Rosicky è diventato quasi un pezzo da collezionisti. Poche uscite stagionali sempre degne di nota che ti fanno sognare e poi periodi interminabili di letargo si susseguono quasi ciclicamente. Ogni volta la solita storia, la solita frase, quel “tornerò ancora una volta”, ma sono sempre in meno a credergli.

Nell’estate del 2016 poi si arrende, a 36 anni è tempo di passeggiare di nuovo sul Ponte Carlo, dove tutto è iniziato. Il ritorno allo Sparta Praga è accolto in patria come un evento nazionale, malgrado di fatto ci ritorni su una gamba sola. Il 10 settembre scende in campo, ma è solo una mera illusione: 19′ bastano per metterlo ko. Si opera nuovamente al tendine d’Achille e resta fuori fino al 15 luglio scorso.
Qui la nuova e innumerevole ripartenza del Piccolo Mozart, un danzatore al quale la sorte deve per forza concedergli un ultimo valzer.