I più nostalgici amano crogiolarsi nei propri ricordi sportivi, quasi sentendosi a proprio agio in quel sentimento di magone che sa come prendere la gola e lo stomaco. Da sempre ho un’attrazione verso la narrazione sportiva. Storie di campioni del passato, aneddoti più o meno veri su eventi famosi o di nicchia. Potrei passare giornate intere in poltrona ad ascoltare persone con una memoria sportiva, veri e propri intellettuali dello sport, che tutto sanno e tanto vogliono raccontare. Corner non nasce infatti per caso, lo storytelling sportivo è parte integrante di questo progetto. Conoscere è bello, condividere e discutere lo è ancor di più.

Qui vi presentiamo il primo di due articoli in cui ho cercato di tramutare in parole un semplice gioco che tutti possono fare: dimmi un anno e ti dirò il mio ricordo sportivo più immediato. C’è molto calcio, ma non solo. Per fortuna non sono così in là con l’età, anche se allo scorrere degli anni un po’ vecchio mi sono sentito anch’io. Inoltre di certi anni non ho ricordi particolari, per questo motivo alcuni non sono presenti. In questo primo scritto esce soprattutto il bambino che c’è in me, quando dello sport mi interessava soltanto gioire per una vittoria di qualcuno a me caro, squadra o atleta singolo che fosse. Ma bando alle ciance, partiamo.

1998. Il primo ricordo sportivo che ho appartiene a quell’anno. Avevo sette anni e andai a San Siro a vedere Inter – Udinese. Lo ammetto, ero un interista, o meglio, un Ronaldista. Mi innamorai di lui perché mio cugino prima e il mio parrucchiere poi mi regalarono due magliette: la prima originale, senza nome, come andava ai tempi. Non so l’anno esatto a cui risalisse, lo sponsor era Fiorucci. La seconda, ovviamente, di Ronnie, con il suo bel “dieci” sulle spalle.

Della partita non ho grandissimi ricordi, se non le scorciatoie prese dagli amici di mio padre per arrivare allo stadio. Una serie di “gira qui”, “tra cento metri a destra”, “merda, era quella prima” fino ad arrivare in un posteggio abusivo: “Tenga le chiavi e 50 mila Lire, se c’è da spostare faccia pure, a più tardi”.
Poi il boato del Meazza, uno stadio che amo. Magnifico. Avevo sette anni e mi ritrovai prematuramente in Paradiso. Ricordo che vincemmo (già, all’epoca dovevo dire così) 2-0 e non scorderò mai il mio vecchio (juventino fino al midollo) fingere dispiacere quando sullo schermo gigante apparve : Empoli – Juventus 0 – 1. Questo è il mio primo vero ricordo sportivo. Un giorno fantastico per un piccolo bambino che stava per cambiare bandiera.

2000. Non può che essere uno il ricordo ben impresso nella mia testa: cross dalla sinistra, conclusione al volo sott’asta. Ovviamente lui, David Trezeguet. Da sconosciuto a idolo in pochi secondi. Amavo troppo Zidane, amavo troppo credere che in parte fossi davvero francese anch’io (legami di famiglia che in realtà non ho mai capito troppo bene, ma tant’è), per cui per buona pace di Del Piero, non soffrii troppo a vederlo sbagliare al novantesimo la palla della gloria. Trezeguet è poi diventato come un amico. La sua maglia, i suoi sorrisi, i suoi innumerevoli gol. Un cobra mai domo. Non ti ringrazierò mai abbastanza.

2002. Anno importante, sportivamente magnifico. Quinta elementare, Mondiali in Corea e Giappone. Probabilmente l’edizione che porterò sempre nel mio cuore. A quel tempo, su influenza paterna, il Brasile era la nazione da sostenere. Gli aneddoti su Pelé, la formazione a memoria di chissà quale Mondiale, poi ovviamente Ronaldo, beniamino nemico, ma mai odiato, malgrado quella casacca nerazzurra diventata per me insignificante. Visto il fuso orario, il debutto dei verdeoro era verso l’ora di pranzo, contro la Turchia. La Turchia di un magnifico Hasan San, funambolo in un contesto di gladiatori. Ma l’oriente per me significa inequivocabilmente una cosa sola: Ronaldo de Assis Moreira, Ronaldinho. Riccioli sbarazzini, sorrisone da partita all’oratorio e una genialità spontanea che a parer mio nessuno ha mai saputo replicare. Sono molti i ricordi di quell’estate: il gol di punta di Ronaldo nella rivincita con la Turchia, la punizione beffarda del Gaucho che sorprese i baffoni di Seaman, il velo di Rivaldo per la rete di R9 in finale, l’asta di Neuville che avrebbe potuto cambiare il mondo. Byron Moreno, naturalmente.

Non c’è solo il calcio nel 2002, c’è anche un ragazzino che vola con gli sci dai trampolini di Salt Lake City, lanciando medaglie d’oro verso casa. Quel Simon Ammann che ci rese fieri ulteriormente di esseri confederati, assieme a due fratelli (Simon e Philipp Schoch) un po’ punk che con lo snowboard ci fecero gioire per una disciplina ignota ai molti.

2003. Un solo nome, Roger Federer. Luglio, pranzo dalla nonna, parenti e sole che spacca i sassi. Mi piace ripensare al fatto che il primo Wimbledon vinto da Roger l’abbia visto dalla poltrona di mia nonna, donna che sa apprezzare lo sport. “Teh, ma pori chi lì dall’Ambrì”, da tifoso leventinese è una delle frasi più sentite al telefono. In quella giornata di incontri famigliari è sbocciato definitivamente il mio amore per il tennis, il mio amore per Federer, sicuramente lo sportivo che sa emozionarmi più di tutti.

2004. Se ne parlò tanto, un ragazzone di 24 anni che dopo aver tacchettato l’Italia in Portogallo, decide di mettere il suo nasone in faccende calcistiche italiane. Zlatan Ibrahimovic passa alla Juve, e Zlatan Ibrahimovic diventa qualcosa che non avevo visto mai. Altissimo, fortissimo, insuperabile fisicamente, ma con una tecnica da brevilineo. Grande con le piccole, piccolo con le grandi, sfacciato e arrogante. Dite tutto quello che volete, ma Ibra è unico nel suo genere.

2006. L’Annus horribilis di ogni tifoso juventino. Discorso calciopoli a parte, il ricordo più bello è maturato col tempo, dopo tante riflessioni. Non ho mai tifato apertamente Italia, ma non l’ho mai nemmeno odiata. Semplicemente c’è sempre stata un po’ di indifferenza da parte mia verso gli Azzurri. A ripensarci ad anni di distanza però sono felice che Del Piero abbia messo quel pallone all’incrocio, alla sua maniera, un girello dalla sinistra. Del Piero è la Juventus più di chiunque altro, ma forse me ne sono accorto tardi, non perché non lo amassi sportivamente, ma perché le cose le capisci crescendo. Una vita in bianconero, una vita difficile in Nazionale, specie dopo il 2000. Sono contento che Alex abbia messo il suo marchio di fabbrica sulla vittoria più importante della sua vita.