Ogni Babe Ruth ha il suo Lou Gehrig, ogni Wayne Gretzky ha il suo Mark Messier, ogni Romario ha il suo Bebeto, ogni Oliver Hutton ha il suo Tom Becker, si insomma avete capito… ogni grande campione ha un fedele compagno accanto ed è diventato tale anche grazie ad esso. In questo caso, il numero complementare del 23 è il 33. Infatti, accanto alla leggenda Michael Jordan, che non ha ovviamente bisogno di presentazioni, capita sempre di vedere, nelle immagini di repertorio, un’altra figura, un altro giocatore che con lui ha condiviso tutte le vittorie da professionista e che vestiva la casacca 33. Chi ha vissuto quell’epoca lo rammenta senz’altro, anche se forse con il passare del tempo la sua importanza è andata perdendosi. È spesso ricordato come un fido scudiero, un perfetto compagno, un vice affidabile, ma per questo risulta fin troppo obnubilato dalla figura del più grande giocatore di sempre, “sua ariosità” MJ. In qualche modo quel numero 23 che ha sicuramente fatto anche la sua fortuna, è forse stato anche la sua più grande sfortuna. Perché ha finito per relegarlo al ruolo di eterno secondo, quando in realtà era un atleta fenomenale, il perfetto prototipo del giocatore ”all-around”, un talento che tutte le squadre avrebbero voluto. Sarebbe giusto perciò rendere un dovuto e meritato tributo a quest’uomo, al secolo Scottie Maurice Pippen.

Nato nell’Arkansas nel 1965, ultimo di 12 figli di una famiglia che non poteva permettersi di mandarlo nei college più blasonati (finì alla Central Arkansas Univ. mantenendosi da solo), Scottie imparò a vivere allo stesso modo in cui imparò a giocare a basket. Anno dopo anno apprendeva e migliorava a vista d’occhio e pure in quella sconosciuta università venne notato dal GM dei Chicago Bulls Jerry Krause, che vide in lui  un giocatore dal potenziale devastante e con ancora ampi margini di miglioramento. Proprio come al college, anche tra i professionisti “Pip” partì nell’anonimato, ma ci mise poco tempo per elevarsi al livello degli altri e poi addirittura a superarlo, diventando la spalla ideale di Jordan per poter aiutare i Bulls a conquistare il tanto agognato titolo.

In NBA Scottie si dimostrò un giocatore dalle tremende doti fisiche ed atletiche, capace di marcare ogni posizione e di essere utile in qualunque zona del campo, diventando il maggior esponente del moderno ruolo ibrido chiamato “point-forward”.  Un atleta che aveva anche però un limite mentale, esposto prepotentemente nella doppia sfida di Playoff contro i Detroit Pistons nel 1989 e nel 1990. Certo quelli erano dei clienti tutt’altro che semplici, non per altro erano chiamati “Bad Boys” (tra i quali vi era anche Dennis Rodman, futuro compagno di squadra), ma Pippen andò per la prima volta in carriera incontro a un blackout che non passò inosservato, tanto che anche Michael criticò pubblicamente le prestazioni deludenti di “alcuni compagni”. Per Scottie però quella debacle servì solo a renderlo più forte e nel 1991 fu decisivo nella vittoria del primo storico titolo della squadra dell’Illinois. Le sue medie crebbero notevolmente, ma era soprattutto il suo costante apporto “invisibile” nelle statistiche a risultare fondamentale, come per esempio nella Finale contro i Lakers nella quale, a seguito della vittoria losangelina in gara-1, gli fu affidato il compito di mettere la muserola nientemeno che a Magic Johnson, compito che gli riuscì perfettamente e che permise ai suoi di imporsi nelle 4 successive partite. Come una macchina ormai collaudata, i Bulls bissarono l’anno dopo e fecero il tris in quello ancora successivo e Pippen, insieme a Jordan, fu incluso nel “Dream Team”, la prima squadra di professionisti americana a partecipare alle Olimpiadi.

La possibilità di diventare il leader a tutti gli effetti e di mostrare il proprio valore avvenne nella stagione ’93-‘94, quando Jordan decise a sorpresa di appendere le scarpette al chiodo. Malgrado l’enorme perdita per Chicago, Scottie si caricò  la squadra sulle spalle e la portò ad un insperato terzo posto ad Est. Oltre a questo si dimostrò un vero e proprio giocatore totale, ottenendo il titolo di MVP nell’All-Star Game di quell’anno, finendo nel primo quintetto NBA e nel primo quintetto difensivo e terminando ottavo nella classifica dei realizzatori, secondo in quella dei recuperi e diciannovesimo in quella degli assist. Al momento della verità, ovvero i Playoff, “Pip” fu però costretto a fare ancora i conti con le sue fragilità mentali, in particolare contro i Knicks, che erano in un certo senso gli “eredi spirituali” dei “Bad Boys”. In gara-3, con 1.8 secondi rimasti e il risultato in parità, coach Phil Jackson disegnò l’ultimo gioco per un tiro di Toni Kukoc. Scottie rimase basito e in quanto leader della squadra si sentì preso in giro e si rifiutò di tornare in campo, mandando su tutte le furie “il  Maestro Zen”. Con o senza di lui la palla andò comunque nelle mani del croato che realizzò il tiro vincente. Nessuno si era accorto di quanto era avvenuto sulla panca dei Bulls. A renderlo noto fu lo stesso Jackson in conferenza stampa, per mettere Pippen di fronte alle proprie responsabilità, con il numero 33 che non si tirò indietro ed ammise: “Ero frustrato. Non sapevo quel che facevo. Per fortuna Toni ha messo quel tiro e ciò dimostra che Phil aveva ragione”.  Malgrado il chiarimento e la ritrovata armonia di gruppo, i “Tori” cedettero in gara-7 a New York e la loro stagione terminò senza titolo. L’anno dopo, se possibile, Scottie fece ancora meglio da un punto di vista personale, risultando primo della squadra in tutte e cinque le categorie principali con 21.4 punti, 8.1 rimbalzi, 5.2 assist, 2.94 recuperi e 1.13 stoppate (solo Dave Cowens coi Celtics nel ‘77-‘78 vi riuscì prima di lui). Il ruolo di leader che però “Pip” si era autoimposto e che sembrava confermato sul campo, in realtà mal gli si addiceva e la squadra faticava a seguirlo. Come un fulmine dal cielo giunse però l’aiuto insperato di Michael Jordan, rientrato dal ritiro per provare a soccorrere la propria squadra e a riprendersi l’anello, cosa che però non riuscì quell’anno. Riuscì perfettamente invece per i 3 successivi, in cui i Bulls, con in più l’aggiunta dell’ex-nemico Rodman, sbaragliarono la concorrenza e firmarono un altro storico three-peat. Dopo il secondo ritiro di MJ, Pippen andò poi addirittura vicino a superare l’amico quando, con i Portland Trail Blazers nel 2000, sfiorò la conquista del titolo, battuto solo in gara 7 di  finale di conference dai Lakers dopo essere stati in vantaggio di 15 a pochi minuti dalla fine. Quella squadra, guidata dal duo Shaq-Kobe, avrebbe poi dato vita ad una nuova dinastia cestistica.

Il settimo anello quindi non arrivò, ma i numeri, le partite, le vittorie e le incredibili capacità fisiche e tecniche di questo campione, quelle c’erano e rimarranno per sempre indelebili nella carriera di Scottie. Un giocatore mai incondizionatamente amato come furono altri grandi campioni (anche da parte di alcuni colleghi, per maggiori informazioni chiedere a Isiah Thomas), forse anche per il suo sguardo stanco, quasi supponente e per quell’immagine di “secondo” che mal si sposava con una star del suo calibro. Uno che però la differenza la faceva eccome e che insieme ad altri campioni della sua generazione ha aiutato ad esportare la NBA su scala globale. Nella sua bacheca, sette All-Star Game (uno da MVP), 3 primi quintetti NBA, 8 primi quintetti difensivi, una caterva di altri riconoscimenti (in primis la nomina alla Hall of Fame) e anche due ori olimpici con le due squadre più forti mai assemblate nella storia della pallacanestro. Oltre ovviamente ai già citati 6 anelli, gli unici della storia dei Bulls. Perché se è vero che Pippen non ha mai vinto un titolo senza Jordan, è altresì vero che Jordan non è mai riuscito a conquistare l’anello senza Pippen. Un giocatore spesso poco considerato, ma realmente uno dei più completi ed efficaci che la NBA abbia mai visto.