“Vincere non è importante: è la sola cosa che conta”; diceva così Giampiero Boniperti, parlando della sua amata Juventus all’inaugurazione dello Stadium nel 2011. Italia, patria del risultato, dove se vinci sei buono, mentre se perdi sei un brocco. Mi piace però pensare che in mezzo ai sostenitori de “i tre punti prima di tutto” – comunque fondamentali sia chiaro – resista ancora un gruppo di romantici che guarda al bello del calcio, al suo lato estetico, all’incredibile capacità di undici uomini di sfornare gesti tecnici già visti, eppure sempre nuovi, sempre diversi e alla bravura di un signore – solitamente di mezza età – di dirigerli da una panchina, quasi fossero tutti parte di un’orchestra. La Fiorentina di Paulo Sousa, secondo il mio modesto punto di vista, è uno di quei modelli in grado di spiegare alla perfezione il perché sia comunque bello veder giocare una squadra che sicuramente vince meno delle cosiddette “big”, ma che è comunque in grado di creare uno spettacolo degno di questo nome.

Paulo Sousa appunto, allenatore intelligente e preparato che ha raccolto l’eredità di Vincenzo Montella, riuscendo a dare una propria impronta alla Fiorentina, i cui attori si muovono in campo secondo compiti ed istruzioni ben precisi, seppur lasciando spazio a quella dose di fantasia tipica di quelle squadre che presentano un alto tasso tecnico. Prima di arrivare a Firenze, Sousa aveva già incrociato il proprio destino con quello dell’Italia, militando come calciatore tra le fila della Juventus. La sua carriera da allenatore invece si sviluppa a cominciare dall’Inghilterra. Da lì, dopo le esperienze con QPR, Swansea e Leicester, il tecnico portoghese si sposta in Ungheria, al Videoton. Nel 2013 invece inizia la sua avventura – terminata un anno dopo – con il Maccabi Tel Aviv, squadra alla quale approda su volontà dell’allora direttore sportivo Jordi Cruijff, figlio di Johan. La maturazione come allenatore avviene però nell’ultima esperienza che Sousa fa prima di accomodarsi sulla panchina della società dei Della Valle.

Si tratta del Basilea, club con il quale firma nel 2014. In Svizzera costruisce una stagione di successo, riuscendo a conquistare la vittoria del campionato al primo colpo – sesto successo consecutivo per i rossoblù – e la finale di Coppa Svizzera, persa con il Sion. È in Champions League però che la squadra fa vedere le cose miglior. Paulo Sousa durante questa stagione raggiunge una maturità tattica che gli permette di portare il Basilea al raggiungimento di obiettivi importanti, come la conquista degli ottavi di finale della competizione, e al conseguimento di vittorie prestigiose, come quella sul Liverpool, squadra eliminata dagli svizzeri durante la fase a gironi. È grazie alla visibilità che acquisisce nel panorama internazionale, che la Fiorentina lo nota e decide di metterlo sotto contratto nel 2015. È bastata una stagione e mezza al portoghese per plasmare una squadra che fa del possesso palla e del gioco in verticale due dei suoi credi maggiori.

La Fiorentina sa giocare a calcio, tutti gli interpreti della squadra si muovono con intelligenza tattica e cercano di imporre il proprio gioco a prescindere dall’avversario che si trovano di fronte. La squadra gioca con un affermato 3-4-2-1, dove a fare soprattutto la differenza sono i due interni di centrocampo e i due trequartisti. Solitamente questi sono Badelj e Vecino in mediana e Borja Valero e Ilicic sulla trequarti, con la possibilità di vedere in quel ruolo anche Bernardeschi, altrimenti spostato sulla fascia, dove può comunque convergere al centro per creare maggiori soluzioni offensive. Questi quattro giocatori, tutti tecnicamente dotati, permettono di costruire gioco in maniera fluida e veloce, supportati dagli esterni che offendono in fase offensiva, ma che sono pronti a ripiegare quando necessario e che garantiscono una buona circolazione di palla dando ampiezza al centrocampo. Non è dunque un caso che sotto l’albero il portoghese abbia trovato Saponara, uomo capace di creare gioco negli ultimi 40 metri. Il cervello pensante della squadra è Borja Valero, giocatore abilissimo a muoversi tra le linee e a servire i compagni, ma puntuale anche negli inserimenti senza palla. La capacità della maggior parte dei giocatori di giocare palla a terra e di muoversi con eleganza, consente al pubblico di ammirare spesso azioni degne di nota, che racchiudono tutto il bello del calcio. In tutto ciò non va dimenticato Nikola Kalinic, la punta che dà profondità alla squadra riuscendo anche a difendere il pallone per far salire i compagni in situazioni di difficoltà. Kalinic è molto utile anche in fase difensiva, poiché è il primo uomo a portare il pressing, seguito poi dalla linea dei centrocampisti.

Ma perché la Fiorentina, nonostante l’alto tasso tecnico e la capacità di offrire un gioco spumeggiante, fatica a rimanere stabilmente al vertice in Italia? Sicuramente un primo motivo riguarda l’ampiezza della rosa: dal punto di vista qualitativo spesso le riserve non sono all’altezza dei titolari. Il reparto che più soffre questa situazione è sicuramente quello difensivo, che sicuramente presenta le lacune maggiori e dove anche i tre titolari spesso si dimostrano non proprio impeccabili. Inoltre a questa squadra manca a volte la capacità di scardinare le difese di quelle squadre che giocano principalmente con dieci uomini dietro la linea della palla. La formazione di Sousa è riuscita ad esprimersi al meglio contro squadre con le quali ha potuto giocare a viso aperto, portando a casa anche delle vittorie di prestigio in questa stagione, come ad esempio quelle ai danni di Juventus e Roma. Infine, punto da non sottovalutare, spesso l’ambizione di un club può fare la differenza tra una stagione di buon livello e una di vertice. Lo stesso portoghese, in maniera pragmatica, ha sottolineato a più riprese come alla società Fiorentina manchi ancora questo passaggio per fare il definitivo salto di qualità e poter puntare così a traguardi più prestigiosi, che sicuramente questa filosofia di gioco meriterebbe a pieno. Ad oggi la Viola resta quasi più bella che utile. In 90′ riesce a cambiare muta più e più volte, alternando un gioco tremendamento spettacolare ed efficace a fasi di smarrimento totale. Per maggiori dettagli, rivolgersi al Borussia Mönchengladbach.

Marco Sacchi