Vincitore del Giro d’Italia solo quattro anni fa e (pen)ultimo uomo di Roglic al Tour e alla Vuelta dello scorso anno, a 30 anni Tom Dumoulin ha deciso di dire basta con il ciclismo. Perlomeno per un po’. Il suo non è (per ora) un addio, ma un arrivederci. Una pausa che accompagnata dal sostantivo “tempo” e dall’aggettivo “indeterminato” suona comunque come un epilogo. La “Farfalla di Maastricht” potrebbe davvero aver definitivamente abbandonato la sua crisalide.

Proprio nel 2017, grazie alle sue doti a cronometro (specialità di cui è stato Campione del Mondo e argento olimpico) si era imposto come uno dei migliori “nuovi” corridori da grandi giri. Corse a tappe di tre settimane dove gli scalatori puri devono ormai sempre più lasciare il passo a corridori maggiormente polivalenti. Dove i primi guadagnano (forse) pochi secondi in montagna, ma perdono minuti nelle prove contro il tempo. L’anno dopo il successo sulle strade italiane, ecco la sfida di correre per vincere sia il Giro che il Tour (l’ultimo a riuscirci è stato Pantani nel 1998), entrambi poi conclusi al secondo posto.

Sembrava il preludio ad anni di successi, e invece la sfortuna e alcune scelte discutibili gli hanno tarpato le ali. L’infortunio al ginocchio patito al Giro del 2019, dopo una caduta collettiva, che gli ha precluso la partecipazione al successivo Tour, ma anche la decisione di lasciare la Sunweb per accasarsi alla Jumbo Visma. Una squadra sì più attrezzata per i grandi giri, ma fra le cui fila figuravano nomi come Primoz Roglic e Steven Kruijswijk. In altre parole, ha lasciato una squadra in cui era assoluto protagonista per una in cui era consapevole di essere un comprimario. Un ruolo che in realtà, a causa di numerosi altri malanni, è riuscito a ricoprire solo all’ultimo Tour, che ha concluso al settimo posto dopo essersi speso – assieme a un brillantissimo, lui sì, Sepp Kuss – per Roglic.

Le voci sui reali motivi che stanno dietro a questo periodo di aspettativa si rincorrono. Fra mancanza di stimoli e differenze di veduta con la dirigenza della sua squadra. Fra le aspettative di un’intera nazione e il peso di dover essere un eroe per i tifosi. Fra la disaffezione per uno sport che negli anni è cambiato e la repulsione per una vita che da anni è più o meno la stessa. Una routine che evidentemente l’ha spossato sia fisicamente, sia mentalmente. «Per troppo tempo ho sentito la pressione di correre e di voler sempre fare il meglio per la squadra, gli sponsor, i tifosi. Ma in tutto questo ho un po’ dimenticato me stesso. Ho dimenticato cosa voglio davvero dal mio sport e dal mio futuro», ha spiegato Dumoulin motivando l’inaspettato annuncio.

Basta con “Tom il ciclista“, è ora di scoprire “Tom l’uomo“, insomma. Un po’ come successo quasi due anni fa al velocista tedesco Marcel Kittel (classe ’88), quando parlando di «esaurimento» e di «pressioni estreme sopportate dai ciclisti» aveva deciso di ritirarsi definitivamente dalle gare. «È come se mi fossi liberato di una zavorra di cento chili sulle spalle», ha sottolineato qualche giorno fa Dumoulin. Proprio come una farfalla quando si libera della crisalide, che da rifugio è diventata prigione, e per la prima volta spicca il volo per davvero.