Gli Stati Uniti per molti sono “la terra dei sogni”, tranne quando si parla di calcio, rigorosamente da non tradurre come “football”, ma come “soccer”. Secondo alcuni dati, però, il movimento è in grande crescita. Oggi il soccer negli USA ha 12 milioni di tesserati (di cui il 71% tra i 6 e i 12 anni) e un seguito di circa 30 milioni di appassionati. Da sempre, però,  guardiamo con scetticismo al mercato americano e rimaniamo diffidenti se la nostra squadra acquista un giocatore a stelle e strisce.

Arrivano gli americani

I primi giocatori arrivati in Europa dagli States non hanno mai convinto. Così il massimo campionato d’oltreoceano è sempre stato visto come una buona e remunerata pensione anticipata (sin dalla nascita negli anni 70 della NASL, in cui giocarono, tra gli altri, Pelè, Best, Chinaglia, Beckenbauer e Carlos Alberto).

La crescita del movimento inizia con l’organizzazione del mondiale del 1994. La MLS, nata 6 anni prima, ancora non era un campionato del livello attuale, senza un vero e proprio progetto tecnico da parte della federazione. Così si punta sui talenti esteri. Iniziano ad arrivare i primi giocatori con un curriculum importante: Matthaus, Branco, Valderrama, Stoichkov, Blanco, Campos, Zenga e Donadoni. Tutti giocatori che, appunto, arrivano a fine carriera.

L’American Dream e il Project 40

Solo nel 1997, la lega americana si dota di un programma per i giovani di livello, dando la possibilità di studiare ma al contempo di praticare uno sport a livello professionistico. Nasce così il Project 40, patrocinato da Nike, che forniva un contratto con un team della MLS (per un massimo di appunto 40 partite). L’intenzione era di preparare la squadra che avrebbe partecipato ai giochi olimpici di Sidney del 2000, per raggiungere il picco ai mondiali del 2010. Project 40 va avanti, non senza difficoltà, fino al 2004, sfornando qualche giocatore che farà anche comparsa in Europa: su tutti Tim Howard.

Nel 2004 Adidas sostituisce NIke e crea Generation Adidas, programma ancora in essere. Adidas offre giocatori professionisti nel sistema di sviluppo degli Stati Uniti, limitato dallo strumento del draft. I contratti della generazione Adidas, inoltre, non vanno ad appesantire il roster senior della MLS. Soprattutto però ai giovani calciatori vengono garantite borse di studio per continuare la formazione universitaria. Dal programma escono diversi giocatori fra cui Dempsey e Bradley.

La vera svolta arriva nel biennio 2007-2008 con l’arrivo negli USA di David Beckham. La star inglese, chiusa l’esperienza con il Real Madrid, firma con i Los Angeles Galaxy il primo accordo da Designated Player (un contratto che esula dal salary cap). L’ex Man Utd e Real apre così la strada all’arrivo di diverse superstar. Da David Villa, Pirlo, Kakà e Henry fino a Drogba, Gerrard, Ashley Cole, Lampard e Rooney; sono numerosissime le stelle del calcio europeo che sbarcano in MLS.

David Beckham il giorno della sua presentazione ai Los Angeles Galaxy

L’MLS del post-Beckham

Proprio l’arrivo di queste superstar, spinge la federazione ad interrogarsi sulla crescita dei vivai e sulle modalità di entrata dei giocatori nella lega. Ancora una volta, c’è di mezzo lo strumento del draft, che spesso condiziona una crescita organica delle giovanili. Si pensa ad una soluzione e così, grazie all’impegno della federazione, nel 2007 nasce U.S. Soccer Devolpment Academy. Il programma punta ad assimilare la struttura delle leghe giovanili a quelle europee, dividendole per età. Lo scopo è quello di slegare il mondo del calcio dal mondo scolastico e di aumentare le risorse a disposizione delle società, per creare la propria piccola cantera. Da questo programma, usciranno giocatori di grande successo, su tutti Christian Pulisic e Weston McKennie.

Accanto alla lega giovanile, la MLS sviluppa un altro programma di sostegno giovanile, attraverso la Homegrown Player Rule. Questa eccezione salariale permette alle società di mettere sotto contratto i migliori giocatori delle loro academy in modo diretto, senza dover passare per il sistema del draft, e potendo ricevere salari medi più alti di quelli previsti. Per poter accedere a questo speciale tipo di contratto, le società devono dimostrare di aver cresciuto “in casa” quel giovane.

I primi successi a stelle e strisce

La crescita del movimento è evidente e una data specifica lo dimostra. Il 20 novembre 2012 tre giocatori americani (Jermaine Jones dello Schalke 04, Sacha Kljestan dell’Anderlecht e Oguchi Onyewu del Malaga) scendono in campo in Champions. È solo questione di tempo prima che il movimento raggiunga il suo apice. Alla vigilia di questa edizione di Champions, infatti, i giocatori americani iscritti sono ben dieci! Dal citato Pulisic, americano più pagato al mondo, a Tyler Adams, ora al RB Lipsia, prodotto del vivaio dei New York Red Bulls. Il Barcellona ne iscrive addirittura due: Serginio Dest e de la Fuente. Fra gli altri spiccano i nomi del talentuoso figlio d’arte Giovanni Reyna e quello di Weston McKennie.

Una vera svolta epocale per il calcio americano, che si spiega con la crescita della Development Academy (che oggi coinvolge 113 club, quasi 500 squadre maschili e femminili, e più di 9000 calciatori sul territorio). L’accademia ha permesso di standardizzare i metodi di allenamento, rendere più efficace lo scouting dei giocatori più promettenti e limitare le estenuanti trasferte per il paese.

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La nuova generazione USA

Il boom del calcio americano ha attirato le attenzioni dei club europei, che sempre più spesso, fondano Academy oltreoceano. I club tedeschi sono quelli più attenti al mercato americano, complici anche le numerosi basi militari presente nel territorio tedesco. Oggi, in Germania, giocano i giovani più promettenti,come Reyna, ma anche Hoppe dello Schalke e Josh Sargent del Werder Brema. Dalla Bundes, inoltre, sono passati la leggenda Landon Donovan, Pulisic e McKennie. Altri talenti stanno sbocciando e scalpitano dietro i “fantastici 10”; su tutti, Brenden Aaronson (passato a gennaio al RB Salisburgo), Gianluca Busio (cercato in estate dalla Fiorentina), il figlio d’arte Timothy Weah (Lille) e Yunus Musah (Valencia).

La pandemia da Covid 19 ha messo in crisi economica la Development Academy, obbligando la MLS ad intervenire. La lega ha assunto il controllo del programma, ribattezzandolo MLS Next, con un duplice scopo. L’idea è da una parte quella di creare una lega giovanile di alto livello che attragga sempre più talenti; dall’altra è invece quella di trasformare la MLS in una “selling league”, sui modelli della Ligue 1 francese e della Jupiler Pro League belga, dove i giovani vengono lanciati e rivenduti a squadre più blasonate.

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Quale futuro per la Nazionale?

Dopo l’incoraggiante risultato del 2002 (sconfitta di misura con la Germania poi finalista), ci si aspettava qualcosa di più, anche alla luce della scelta di Jurgen Klinsmann come ct nel 2011. Eliminata nei sedicesimi nei mondiali del 2010 e del 2014,, arrivando poi quarta alla Gold Cup del 2015 (la massima rassegna continentale della CONCACAF). L’ex centravanti di Inter e Tottenham ha fallito nel ricambio generazionale, non riuscendo ad amalgamare i talenti emergenti coi grandi vecchi. Preso il suo posto, il santone Bruce Arena fallisce anch’egli la qualificazione ai mondiali in Russia del 2018 e lascia.

Il nuovo corso di Greg Berhalter (ex difensore con 44 presenze tra il 1994 e il 2006) punta esplicitamente ai mondiali in casa del 2026, sfruttando la crescita dei suoi giocatori in Europa e introducendo man mano i migliori talenti della MLS. Nell’edizione che si terrà in co-partecipazione con Canada e Messico, lo young core della nazionale (McKennie, Adams, Pulisic, Reyna, Dest) dovrebbe essere al top della carriera. L’obiettivo dichiarato di Berhalter è quello di “scioccare il mondo nel 2026”. Noi speriamo che abbia ragione.