La stagione 2019-20 di NBA è ormai finita negli archivi e lo ha fatto con il trionfo dei Los Angeles Lakers. L’anello messo al dito da LeBron James e compagni ha già fatto scrivere fiumi di inchiostro, ma ciò non deve stupire poiché si tratta di un successo che è destinato per più di un motivo ad entrare nella storia della palla a spicchi.

Dal punto di vista meramente numerico, quello vinto nella bolla di Orlando è il titolo numero 17 per i Lakers, che diventano così i più vincenti della NBA al pari dei Boston Celtics, 58 anni dopo l’ultima volta. Data infatti del 1962 il 5o anello dei Celtici, i quali raggiunsero in cima all’Olimpo proprio i rivali gialloviola e da lì misero la freccia infilando una serie di trionfi (tra cui 8 trofei Larry O’Brien di fila) che li portarono ad un monopolio assoluto che sembrava irraggiungibile e che è durato sino ad oggi. Parlando di cifre, come non citare quelle che riguardano il leader dei californiani, LeBron James, che ha fatto suo il 4o anello in carriera con la 3a squadra diversa in quello che è stato l’atto conclusivo numero 10 per lui. Per molti il Prescelto non sarà mai al livello di altre leggende, ma c’è da dire che da solo ha già disputato più Finals di quante ne hanno fatte 27 (sì, ventisette) franchigie della NBA nella loro storia. E a 35 anni ha concluso la serie decisiva con delle medie monstre: 29.8 punti, 11.8 rimbalzi, 8.5 assist e il 59% al tiro. Decisamente notevole.

Ma oltre ai numeri e alle statistiche, il titolo dei Lacustri passerà alla storia soprattutto per le sue… storie. Episodi e aneddoti che sono degni di romanzi, anzi di film visto che siamo negli Stati Uniti. In primis naturalmente non si può non citare l’eccezionalità della situazione e del luogo nella quale la compagine di Los Angeles ha vinto, ovvero in una bolla superprotetta costruita ad arte in seguito alla tragedia che ha toccato e tocca tutt’ora il mondo e che si chiama coronavirus. Una pandemia capace di sospendere per la prima volta il massimo campionato statunitense e che ha rischiato addirittura di cancellarlo, salvo poi arrivare all’impensabile soluzione di isolare le franchigie in un complesso di 220 acri all’interno di Disney World in Florida. Idea folle, molto americana. E che però alla fine si è rivelata efficacissima e che sarà senz’altro impossibile da scordare, sia per i giocatori stessi che per i tifosi. Ma non solo.

C’è la storia di Rajon Rondo per esempio, primo ed unico giocatore NBA ad aver conquistato un titolo con entrambe le squadre più vincenti di sempre: Celtics nel 2008 e Lakers nel 2020. Il “fu 4 volte All-Star” sembrava destinato ad essere dimenticato, ormai già ampiamente nella parabola discendente della carriera, e invece quello che si è presentato ad Orlando era un Rondo in forma smagliate, anche se prima della ripartenza si è visto di nuovo bloccato da un infortunio. Eppure RR ancora una volta non ha mollato ed è tornato nel momento più delicato della stagione, ricoprendo un ruolo da terzo violino che è risultato determinante nella conquista del meritato titolo.

O ancora Dwight Howard, giocatore per molti dichiarato finito dopo diversi anni sottotono a livello di numeri e soprattutto di atteggiamento. Ciononostante, in barba a tutte le critiche, anche Superman ha fatto il proprio ritorno in maniera modesta, mettendosi al servizio della squadra. La vera chicca è però che Howard ha conquistato l’anello proprio nella sua Orlando, dove per anni è stato il leader indiscusso di una squadra che sognava il titolo, ma che sfiorò solo una volta (nel 2009 quando a negarglielo furono… i Lakers!) prima di sprofondare nel limbo tra critiche e scelte sbagliate. Coincidenze o destino? Chissà.

E non si può dimenticare Anthony Davis, talentuossisimo giocatore che però non era mai stato in posizione di competere per l’anello prima del controverso scambio che lo ha portato in California un anno fa. Mesi di tira e molla, polemiche e attacchi in particolare rivolti alla dirigenza gialloviola che per molti fu la perdente nella trade con i New Orleans Pelicans che spedì, in cambio del Monociglio, ben tre promettenti giovani come Lonzo Ball, Brandon Ingram e Josh Hart, oltre a tre future prime scelte. Eppure nella stagione appena trascorsa Davis è stato colui che ha trascinato i Lakers al titolo al pari di LeBron James, mentre i Pelicans hanno mancato ancora una volta l’appuntamento con i playoff.

Ma la più grande e incredibile storia di tutte, tanto che sembra uscita direttamente dallo script di una pellicola hollywodiana, è quella che lega e legherà indissolubilmente per sempre il titolo del losangelini con la scomparsa di quella che è verosimilmente la loro più grande leggenda, Kobe Bryant. La morte del Black Mamba, il quale aveva designato LeBron come suo legittimo erede, ha scioccato il mondo intero, ma ovviamente ha toccato in maniera particolare l’ambiente gialloviola. Dai pellegrinaggi allo Staples Center dei fan, alle iniziative in suo onore, alla commovente cerimonia in cui i più grandi di sempre hanno voluto rendere omaggio al campione cresciuto in Italia e alla figlia, i Lakers hanno preso a carico la dipartita della propria superstar e si sono sentiti in dovere di celebrarlo nella miglior maniera possibile: vincendo il titolo. Detto, fatto. Ma non è solo facciata, c’è davvero ancora tanto di Kobe Bryant nei Lacustri e non è un caso che LeBron James abbia subito voluto ricordarlo dopo il trionfo: “Spero di averti reso orgoglioso fratello”. Un finale perfetto per una storia, vera, che entrerà di diritto nella leggenda di questo sport.