Quanti hanno incrociato le dita, negli ultimi mesi, mentre il famigerato bastoncino bianco dotato di sottili setole entrava nel naso, alla ricerca di qualche particella virale situata nella parte superiore dell’apparato respiratorio? Quanti hanno atteso con ansia un messaggio, una chiamata, un’e-mail che confermasse l’assenza del virus e scongiurasse così le numerose conseguenze che un esito positivo del test comporta? La prima tappa di avvicinamento agli Australian Open passava quest’anno proprio dai laboratori di microbiologia. I tamponi di più di 256 tennisti sono stati scrupolosamente analizzati, così da impedire l’intaccamento del prezioso record dello stato australiano, dove non si registrano più di 50 casi in un giorno (per più di 25 milioni di abitanti) ormai dal 10 settembre 2020.

A questo primo ostacolo sono seguiti altri test sul suolo australiano, quarantene più (a causa di alcuni test positivi registrati sui voli verso Melbourne) o meno strette, e una serie di restrizioni atte proprio a proteggere la popolazione australiana, per la verità non del tutto entusiasta nell’accogliere il plotone tennistico proveniente dal resto del mondo. Se per alcuni tennisti il prize money del primo turno rappresentava già un motivo sufficiente per sottoporsi a tali sacrifici, altri partecipanti si sono presentati con velleità più o meno giustificate ai nastri di partenza, alla ricerca di piazzamenti di rilievo o, perché no, di un trofeo da mettere nel bagaglio da stiva sul volo di ritorno. Nei primi turni dello slam australiano sono stati però diversi “i pezzi da novanta” costretti ad abdicare. 

Le bocciate

Nel tabellone femminile spicca innanzitutto la caduta di Sofia Kenin, vincitrice della scorsa edizione e numero 4 al mondo, che presentatasi per la prima volta da campionessa in carica, ha dimostrato tutti i suoi 22 anni, faticando a gestire la pressione e capitolando a sorpresa già al secondo turno.

Addirittura al primo ha invece abbandonato la gara Viktoria Azarenka, già due volte vincitrice di questo torneo e recente finalista degli US Open, fermata anche da qualche problema respiratorio. Tra le mine vaganti del torneo, spiccano anche le uscite di Kvitova, Pliskova e Konta, non tra le prime candidate per il titolo finale, ma già dimostratesi in più occasioni in grado di provocare scalpi importanti.

I bocciati

Non fanno quasi più notizia, nel tabellone maschile, le sconfitte di Gael Monfils, giunto alla settima consecutiva, e Marin Cilic. Questa volta le disfatte sono avvenute per mano rispettivamente del giovane finlandese Ruusuvuori e del ben più conosciuto Grigor Dimitrov, poi giustiziere anche di un certo Dominic Thiem. Sorprende invece la sconfitta di Diego Schwartzman, nono giocatore al mondo, eliminato con un periodico 6-3 dalla sorpresa del torneo Karatsev.

Dolori rossocrociati…

Anche la trasferta rossocrociata non si è rivelata ricca di soddisfazioni: già orfani di Roger Federer alla partenza, gli svizzeri, guidati da Belinda Bencic e Stan Wawrinka, non sono riusciti ad accedere alla seconda settimana del torneo, rimediando sconfitte dure da digerire contro la sempre ostica Mertens e il ben più abbordabile Fucsovics.

I rimandati

Tra crolli più o meno prevedibili, spiccano prestazioni segnate sì da sconfitte, ma che lasciano ben sperare per il futuro. Se Bianca Andreescu, vincitrice degli US Open 2019 e ferma da più di un anno, non si può ritenere completamente soddisfatta della sua caduta al secondo turno, sorridono un po’ di più nel caldo australiano Jannik Sinner e Thanasi Kokkinakis. Il primo, vincitore di uno dei tornei di preparazione allo Slam, è stato fermato solo al quinto set dal numero 12 al mondo Denis Shapovalov, mentre il giovane australiano classe 1996, fermo da ben due anni per infortuni, è uscito al secondo turno per mano del numero 6 al mondo Tsitsipas, con il quale ha però combattuto alla pari per ben 4 ore e mezza.

Mentre su Melbourne si affaccia nuovamente lo spettro del COVID19 (in seguito ad un focolaio in un hotel della città), costringendo la popolazione a qualche giorno di lockdown, i tennisti rimasti in gara si daranno battaglia per una settimana ancora. L’obiettivo? Il sorriso, la gloria e la soddisfazione che solo i vincitori dell’happy slam potranno sfoggiare con fierezza, prima di lasciare il torneo che, grazie anche finalmente alla presenza del pubblico, ha dato una parvenza di normalità dopo un anno molto difficile.