Haas, ci risiamo! La scuderia americana, con sede in Inghilterra, è ancora una volta finita in una bufera. Il campionato del mondo 2021 di Formula 1 non è neppure iniziato ma i temi no, quelli non mancano mai. Il team statunitense è nuovamente finito nell’occhio del ciclone, continuando così a far parlare di sé più fuori che dentro la pista. Dopo l’ennesimo scandalo che lo scorso inverno coinvolse il pilota russo Nikita Mazepin, infatti, non nuovo a scivoloni di interesse pubblico, la squadra a stelle e strisce si ritrova ora costretta a fare i conti con un altro fastidioso caso da gestire. Ma andiamo con ordine, riavvolgendo il nastro.

IL VIDEO SHOCK

A dicembre, l’esuberante Mazepin era stato schiacciato dalle feroci critiche del web per aver postato, sul proprio profilo Instagram, un video shock in cui molestava una ragazza palesemente ubriaca e non consenziente. Il breve filmato, in cui il giovane moscovita era intento a palpeggiare il seno della modella venezuelana Andrea D’Ival, divenne presto virale e mise in serio imbarazzo sia la Haas che la FIA. Dal polverone mediatico ne nacque addirittura una rivolta popolare, con tanto di petizione online – firmata da oltre 40mila persone – per far cacciare dal circus della F1 il biondino ribelle. 

La sinuosa influencer latina, però, sminuì l’accaduto, schierandosi sui social a favore dell’amico Nikita, smorzando e riassumendo il tutto come “uno stupido scherzo”. Tuttavia, a condannare il gesto fu la Haas, che, come del resto era logico attendersi, prese subito le distanze dalla follia social compiuta dal suo pilota. Ma proprio quando il talento classe ’99 pareva sulla via del licenziamento, con il benestare della furente e potente FIA, ecco il colpo di scena: tutto a posto, Nikita resta. Intuibili i motivi del dietrofront da parte del team, riconducibili esclusivamente all’eccezionale potenza economica del padre di Nikita, ossia il miliardario Dmitry Mazepin, proprietario di Uralchem (colosso nel settore chimico) e azionista della Uralkali (leader mondiale nel campo di fertilizzanti potassici) che… sponsorizza la Haas. Tutto chiaro?

Nikita Mazepin

LA SCAZZOTTATA

Mazepin jr., però, nel mondo delle corse aveva già fatto conoscere il suo turbolento e ingestibile carattere, quando, quattro anni prima, aveva preso a pugni un pilota in Formula 3. Il britannico Callum Ilott il malcapitato, reo – secondo Nikita – di averlo ostacolato in pista durante le prove ufficiali del GP d’Ungheria, nel 2016. Motivi futili per tutti, insomma; non per l’irascibile russo, che a differenza del tipico luogo comune sulle sue origini, pare tutto fuorché freddo come il ghiaccio, bensì irrequieto come le più classiche delle teste calde.

Tra risse e scivoloni social, però, il pilota nativo di Mosca ha sempre avuto le spalle coperte dai rubli del padre, talmente tanti da indurre spesso e volentieri a chiudere un occhio sulle sue folli ragazzate. Tuttavia, proprio quando il mondo del web sembrava aver dimenticato la vicenda del video shock, ecco presentarsi puntuale l’ennesimo uragano mediatico.

L’INCHIESTA WADA

È di pochi giorni fa, infatti, la notizia che vede ancora una volta coinvolta la Haas, sulla quale la WADA ha ufficialmente aperto un’inchiesta sulle nuove livree della VF-21 dalla scuderia. Il team americano è finito sotto accusa per aver presentato delle monoposto che, in maniera molto evidente, richiamano la bandiera russa. 

La vettura incriminata

Piccolo problema: per i prossimi due anni, una sentenza del TAS ha vietato, tra le altre cose, l’utilizzo della bandiera russa nelle competizioni internazionali, a seguito dello scandalo che ha colpito la federazione anti-doping russa. Per questo, la scelta del team fondato da Gene Haas di abbandonare il tradizionale bianconero per abbracciare i colori russi (bianco-blu-rosso) è parsa quantomeno discutibile. Anzi, ai più è sembrato un vero e proprio affronto alla WADA, una provocazione che chiaramente non è sfuggita all’agenzia internazionale, sbeffeggiata in diretta mondiale.   

Questa, invece, la vecchia colorazione della Haas

LA DIFESA

Dal canto suo, la Haas sostiene di essersi sempre mossa con il supporto della FIA; la stessa FIA ha prontamente fatto sapere di essere da tempo a conoscenza della nuova livrea. A tal proposito, il team principal della scuderia americana, Gunther Steiner, ha dichiarato che la scelta dei colori incriminati era già stata presa lo scorso anno (ci si crede poco) e che, comunque, la WADA non vieta alle auto nessuna colorazione in particolare. 

«Non possiamo usare la bandiera russa come bandiera russa, ma possiamo usare i colori su un’auto. Alla fine, è l’atleta che non può esporre la bandiera russa, non la squadra» ha precisato Steiner; e detta così, regolamento alla mano, non fa una grinza. Tuttavia, il raggiro – bello, furbo e tagliente – pare abbastanza ovvio, ma la domanda sorge spontanea: «La WADA avrà abbastanza elementi per andare in fondo alla questione?».

Certo è che, se Haas e Dmitry Mazepin attendevano la prima occasione per fare i furbi, allo stesso tempo pare scontato anche che ai piani alti qualcuno aspettasse soltanto un appiglio per mettere nuovamente la scuderia americana e il main sponsor russo nel polverone. È lapalissiano: il duo Haas-Mazepin piace poco a chi comanda, però è presupponibile che, in questo caso, la WADA si debba accontentare di un misero pugno di mosche

CONCLUSIONI

Da questa faccenda, chiaramente, ne stiamo abbondantemente fuori, limitandoci soltanto a preparare i pop-corn per il secondo round. Una cosa, però, ci sentiamo di dirla: è forse un crimine coccolare e/o assecondare (non sapremo mai da chi è nata l’idea) uno sponsor che investe tanti soldi in una realtà sportiva? A maggior ragione di ‘sti tempi, che, causa pandemia, hanno portato molte aziende leader a convivere con la crisi e, quindi, sul punto di ritirare il proprio impegno nel mondo dello sport. Cosa c’è di male, dunque, se una squadra cambia la propria colorazione come gesto di gratitudine nei confronti di uno sponsor? Peraltro, in questa specifica situazione si tratta di title-sponsor, giusto sottolinearne la differenza.

Non lo fece forse anche l’Inter (per fare un esempio con un altro sport e un altro contesto) quando, nell’estate del 2012, presentò una divisa interamente rossa per ringraziare gli investitori cinesi? Quella maglia fece letteralmente infuriare la curva interista, tanto da boicottarne l’acquisto e vietarne l’utilizzo all’interno dello stadio, ma senz’altro fu una mossa fenomenale per ingraziarsi il mercato cinese. I colori tradizionali, nello sport, non esistono più. O quasi, fatte alcune eccezioni. Contano troppo di più i soldi, punto. Questa è la nuda e cruda verità. Qualche nostalgico potrebbe gridare allo scandalo ma è così che va il mondo del marketing nel ventunesimo secolo. A tutti piacerebbe vedere le livree o le divise da gioco più “pulite”, senza accozzaglie di loghi e brand vari, ma non si può. Fortunatamente, aggiungiamo noi. Perché senza la giusta visibilità, sarebbero ben pochi gli sponsor pronti a investire nello sport. Ne sa qualcosa la Ferrari, che per il 2021 ha apportato, sulla sua storica monoposto rosso fiammante, un verde fosforescente di dubbio gusto, ma che lo sponsor Mission Winnow ha fortemente voluto sulle vetture di Charles Leclerc e Carlos Sainz Jr

Mick Schumacher

Eppure, nonostante la totale differenza di prestigio tra le due scuderie, ha fatto più discutere la livrea di Haas, che, peraltro, con il cavallino ha tanto in comune. Non per i colori delle monoposto, sia chiaro, bensì per la collaborazione in essere tra le due realtà e per il quasi ventiduenne Mick Schumacher, figlio della leggenda ferrarista Michael. Il talento tedesco, uscito dalla Ferrari Driver Academy e detentore in carica del titolo di Formula 2, debutterà in F1 proprio con Haas; al suo fianco, un personaggio antitetico come Mazepin. Speriamo che quest’ultimo, infine, non rovini un giovane di belle speranze come il figlio di “Shumi”: sarebbe davvero il colmo dei colmi. Pronti all’ennesima bufera?