Kata… cos’è e a cosa serve? «È terribilmente noioso, una perdita di tempo!». Queste sarebbero le prime definizioni riservategli.

Anticamente aveva un significato più spirituale, ma oggigiorno può essere semplicemente tradotto in forma. Andando al di là della semplice traduzione, per kata si intende una sequenza di movimenti, i quali rappresentano l’esecuzione di tecniche di combattimento.

Ogni disciplina marziale possiede i propri kata e l’apprendimento di queste sequenze è molto importante. Nel caso del judo, conoscere i kata permette non solo di affinare le tecniche, ma anche di fortificare la concentrazione durante l’ esercitazione.

Attualmente i kata riconosciuti dal Kodokan, la prima scuola di judo fondata da Jigoro Kano nel 1882, sono nove. Jones e De Cree  – in Archives of Budo 2009/vol.5 – li suddividono nelle seguenti categorie: randori-no-kata (forme dell’esercizio libero), shobu-no-kata (forme della difesa personale), rentai-no-kata (forme dell’educazione fisica) e ri-no-kata (forme della teoria).

Per ottenere la cintura nera, perlomeno in Svizzera, gli aspiranti primi Dan devono sostenere un esame davanti a degli esperti della commissione della Federazione Svizzera di Judo & Ju-Jitsu.

Tra le prove richieste vi è la corretta esecuzione del nage-no-kata, il quale rientra nella categoria dei randori-no-kata. Esso è composto da 15 tecniche di proiezione in piedi (eseguite sia a destra sia a sinistra) suddivise in 5 gruppi: tecniche di braccia (te-waza), tecniche d’anca (koshi-waza), tecniche di gamba (ashi-waza), tecniche di sacrificio sulla schiena (ma-sutemi) e tecniche di sacrificio sul fianco (yoko-sutemi).

Il judo è sia una disciplina marziale sia uno sport riconosciuto dal Comitato Olimpico Internazionale. Questo significa che entrambe le caratteristiche – arte marziale e sport – devono andare a braccetto. Un judoka non può definirsi tale se non ha mai avuto esperienze di gara. È troppo facile fingersi esperti senza aver affrontato un reale combattimento. Tuttavia è indispensabile che i judoka moderni si ricordino della storia e della filosofia del judo.

Ritengo che questo discorso valga per qualsiasi tipo di disciplina sportiva. Viviamo in un’epoca dove lo sport è diventato un grande business. Anche al tempo dei Greci  lo sportivo sarebbe dovuto essere un esempio di condotta e di etica, ma persino nell’antichità vennero scoperti abusi e comportamenti irregolari. Tuttavia a quei tempi le sanzioni erano corporali e venivano applicate.

Fa tristezza vedere certi atteggiamenti e certi comportamenti tenuti dagli atleti moderni.

Penso a Neymar J.R. che si rifiuta di stringere la mano a Ralston oppure ai ridicoli mal di pancia di calciomercato di Ousmane Dembele. Sorrido amaro quando leggo delle evasioni fiscali di calcialtori come Messi, Cristiano Ronaldo e Di Maria, i quali – colpevoli o non – a livello di immagine  riescono sempre a scamparla. Rimango senza parole quando vedo giocatori che insultano i direttori di gara, bestemmiano e fanno sceneggiate da premio oscar.

Sono questi gli esempi da seguire?

Mi auguro che la situazione attuale possa cambiare e che lo sportivo moderno possa ritrovare l’essenza e filosofia nella propria disciplina.