Edin Dzeko gioca in serie A da ormai più di due anni ed è considerato uno degli attaccanti più forti del nostro campionato e del panorama europeo, come dimostra l’inserimento del bosniaco nella lista dei 30 candidati per la vittoria del Pallone d’Oro.

Al momento del suo arrivo nella capitale l’ex-Wolfsburg era reduce da un periodo burrascoso al Manchester City, dove non aveva mai trovato la sua comfort-zone, soprattutto a livello tattico, non riuscendo ad adattarsi al 4-2-3-1 manciniano e dimostrando quanto patisse l’assenza di un partner, presente durante i felici tempi tedeschi in cui segnava gol a grappoli a braccetto con Grafite.

L’apparente incapacità di riuscire ad evolvere il proprio gioco per adattarsi a schemi diversi palesata da Dzeko durante la sua permanenza tra le fila della squadra più amata dai fratelli Gallagher (che, a dire il vero, sembra amino poco altro sulla faccia della Terra…), lo aveva spesso esposto a svariate critiche, soprattutto da parte della stampa che gli imputava una scarsa capcità mentale per superare i momenti difficili.

Nonostante questi aspetti negativi in terra inglese, l’arrivo di Dzeko a Roma rappresentava molto per l’ambiente della capitale, essendo quel top-player desideroso di riscattarsi con la maglia di una delle squadre di vertice della Serie A.

Il bosniaco era l’ideale upgrade di cui la squadra ai tempi guidata da Rudi Garcia necessitava per iniziare la campagna 2015/16 sufficientemente attrezzata per competere contro una Juve che doveva sopperire all’assenza di Pirlo, Tevez e Vidal, fondamentali nei precedenti 3 anni di legacy bianconera in Italia.
A conferma di ciò, per moltissimi addetti ai lavori la squadra capitolina risultava la favorita alla vittoria finale ai nastri di partenza del campionato.

Arrivato nell’esaltazione generale, il numero 9 era indubbiamente molto più che un grande attaccante agli occhi del tifo romanista: spesso cercato da altre squadre italiane nelle estati precedenti (molti giornali davano spesso Juve o Inter interessate al giocatore), lo sbarco dell’ex-pupillo di Magath metteva la Roma definitivamente nel gruppo delle grandi, dopo stagioni in cui i giallorossi, parallelamente al crepuscolo calcistico di Totti, si trovavano ogni anno a dover escogitare degli espedienti per sopperire alla pochezza offensiva che li affliggeva (spesso provocata da colpi che promettevano scintille in sede di mercato ma che in campo si sono rivelati di basso livello).
La Roma era riuscita a sottrarre un obiettivo alle concorrenti, portando un giocatore di assoluta qualità tra le sue fila e colmando un vuoto presente da qualche anno.

Il bosniaco era un segnale forte e chiaro alla concorrenza: “noi ci siamo”.

La squadra, forte anche degli arrivi di molti giocatori di qualità come Szczesny e Salah, inizia la sua stagione contro il Verona al Bengodi.
La partita termina 1-1 e la Roma soffre non poco la squadra di Mandorlini ma, nonostante ciò, Dzeko si dimostra un ottimo innesto sia per la sua presenza in area che per la sua capacità di giocare con i compagni: svariando spesso sul fronte d’attacco è in grado di creare qualche occasione, come il tiro di Pjanic parato da Rafael o l’appoggio per il gol del pareggio di Florenzi.

La Roma e il suo nuovo acquisto sembrano ancora imballati ma alla seconda giornata c’è già il test più probante che il campionato potesse offrire: all’Olimpico arriva la Juventus.

La Roma parte forte e nel secondo tempo trova due gol, il secondo, di testa, è dell’uomo più atteso. L’abbraccio con la curva del nativo di Sarajevo in occasione del 2-0 si rivelerà il momento più alto per Dzeko in quella stagione, che dovrà sgomitare come in occasione del suo gol durante tutto il resto dell’anno, non per liberarsi della marcatura di Chiellini ma per non farsi sopraffare delle critiche mosse da tutto l’ambiente romanista, uno dei più pressanti in Italia.

La Roma batte 2-1 i campioni in carica ma il rendimento della squadra inizia a calare gradualmente nelle partite successive, fino ad arenarsi completamente, collocandola in una situazione drammatica, sportivamente parlando.
La dirigenza decide di esonerare Garcia a metà stagione e il presidente Pallotta decide di investire su Spalletti, incaricandolo di portare la Roma quantomeno nelle prime tre posizioni e di rivitalizzare proprio Dzeko.
Nei sei mesi precedenti, infatti, il 9 titolare dei capitolini, oltre che dalla scarsa vena realizzativa, era stato penalizzato anche dal suo ruolo in campo, in cui veniva cercato più per la sua abilità nel trovare i compagni che per la sua presenza in area, evidenziando quanto fosse fondamentale nel sistema di gioco di Gracia una punta in grado di creare gioco come Totti.

Spalletti, parafrasando il suo predecessore, ha avuto la capacità di ‘mettere la chiesa al centro del villaggio’: l’allenatore toscano ha infatti ritagliato ruoli più congeniali per gli elementi presenti in rosa, passando alla difesa a tre e spostando Nainggolan più vicino alla porta.

Il tutto finalizzato anche, ovviamente, a recuperare il suo numero 9 in una forma il più possibile vicina a quella dei tempi dell’exploit tedesco o dei periodi felici a Manchester.

Dzeko risentirà in positivo dei cambiamenti apportati alla squadra e Spalletti lo rivitalizzerà sia dal punto di vista tecnico sia mentale, aiutandolo a raggiungere il clamoroso traguardo dei 39 gol in tutte le competizioni della passata stagione: mai nessuno aveva segnato così tanto in una stagione con la maglia giallorossa.

L’attaccante ha poi sublimato il rapporto di amore reciproco che si era andato a formare gol dopo gol con la tifoseria romanista nella partita di Champions in casa del Chelsea del 18 ottobre scorso, con un gol da cineteca e uno da attaccante vero, in una partita in cui la Roma si è fatta raggiungere sul 3-3 dopo aver rimontato il risultato.

Edin da piccolo ha sofferto la guerra in Bosnia, una guerra che gli ha tolto la serenità di giocare che tutti i bambini di 10 anni con il sogno di diventare calciatori hanno ogni volta che calcano un prato verde inseguendo un pallone.
L’attaccante della Roma non ama parlare di quel periodo della sua infanzia mentre si è sempre dimostrato aperto e autocritico anche nei periodi più brutti della sua carriera, soprattutto nel primo anno con la squadra della capitale.

Dzeko anche per questo rappresenta l’attaccante ideale per questo momento storico romanista, la stella polare attorno alla quale costruire una squadra pronta a tornare al successo dopo anni sempre al top ma in cui non è mai stato fatto quel salto di qualità necessario a vincere un titolo.

Come i tifosi romanisti negli ultimi anni, il bosniaco ha saputo soffrire per i risultati che non arrivavano nel suo primo periodo a Roma ma si è rialzato, fino a consacrarsi nell’olimpo dei migliori attaccanti della Serie A.
Dzeko è la trasposizione ideologica della situazione sentimentale del tifo romanista su un campo da calcio e forse è anche per questo che è così amato, al di là dei gol.

Forse è anche per questo che una vittoria con lui in campo avrà un sapore speciale.