Siamo nel 1998, il nuovo millennio incombe e c’è un ragazzo alto 198 cm, la stessa altezza di sua maestà Michael Jordan. Quel ragazzo viene scelto alla quinta chiamata del draft Nba dai Golden State Warriors: si chiama Vincent Lamar “Vince” Carter e può giocare sia nel ruolo di Guardia Tiratrice sia nel ruolo di Ala Piccola. Prima di fare il grande salto nel mondo professionistico della palla a spicchi, per tre anni aveva frequentato l’Università della North Carolina, guarda caso la medesima università di Jordan.

I Warriors scelgono Carter, ma lo scambiano subito per potersi accaparrare un altro giocatore interessante: Antwan Jamison, scelta numero quattro di quel draft e grande amico dello stesso Carter, i due avevano giocato insieme nella North Carolina. Carter finisce così tra i ranghi dei dinosauri canadesi: i Toronto Raptors.

La sua prima stagione nella lega dei giganti è subito un successo: Carter si aggiudica il premio di matricola dell’anno con una media di 18,3 punti a partita. Il suo atletismo fuori dalla norma gli permette di compiere schiacciate spettacolari, il suo modo di attaccare il ferro è elettrizzante. I tifosi iniziano a chiamarlo “Air Canada”, paragonandolo al grande Air Jordan, oppure “Vinsanity” poiché il suo stile di gioco fa impazzire la tifoseria. Carter vince lo Slam Dunk Contest del 2000 a mani basse: la sua 360 Windmill è ancora ben impressa negli occhi di tutti i presenti all’Oakland Arena.

Atletismo, macchina da punti ed energia incontenibile. Vince sembra destinato a ricalcare la strada di Michael Jordan al quale viene spesso paragonato, forse troppo. Nella stagione 2000-01 Carter tiene una media punti di 27,6 a partita, viene votato come titolare nella squadra All-Star e trascina i Raptors ai playoff. È il leader indiscusso, l’uomo franchigia, il giocatore che potrebbe portare finalmente l’anello all’ombra di un acero. Carter e gli altri Raptors eliminano in Gara 5 i New York Knicks raggiungendo le semifinali di Conference dove incontrano i Philadelphia 76ers  di un indiavolato Allen Iverson (di cui parlavamo qui), MVP in carica di quella stagione.

È una sfida mozzafiato, le due franchigie si danno battaglia senza esclusione di colpi. Carter in Gara 3 frantuma il record di triple messe a segno mettendo a referto ben 50 punti al termine della partita. Iverson però è una furia, anche lui brama l’anello e risponde colpo su colpo. Si arriva a Gara 7 a Philadelphia: i 76ers sono avanti di uno solo punto, 88 a 87. I Raptors hanno il possesso e mancano 2 secondi al termine della serie. La tensione è alle stelle: la si respira e la si può persino stringere fra le mani. Rimessa laterale, passaggio per Carter naturalmente. Il difensore gli sta appiccicato come un francobollo, ma Carter è un fuoriclasse: pump-fake mandando il difensore al bar, dopodiché libera il tiro.

Quello è stato senza ombra di dubbio il tiro più importante della carriera di Carter. Se avesse fatto centro, se il pallone avesse bucato la retina, probabilmente Carter oggi sarebbe ricordato non solo come uno strabiliante atleta, ma anche come un vincente. Purtroppo il tiro non va a segno: ferro e tabellone e out, vittoria Philadelphia, Raptors a casa. La sconfitta in Gara 7 è significativa per Carter. Giocherà sempre delle ottime stagioni condite da spettacolari schiacciate e canestri da cineteca, ma fra le sue dita non luccicherà mai il tanto agognato anello.

Nel corso della sua carriera Carter ha indossato la divisa di molte squadre della lega, fra le quali i Nets, i Magic e i Mavericks. Nella stagione che verrà, 2017-18, Carter vestirà la casacca dei Sacramento Kings, dicendo addio alla possibilità di vincere l’anello. Presumibilmente dovrebbe essere la sua ultima stagione, ma Vinsanity nel corso degli anni continua a riservare sorprese. Alla veneranda età di 40 anni continua a giocare realizzando schiacciate stratosferiche che lasciano stupefatti giornalisti sportivi e colleghi cestisti mentre la tifoseria acclama a gran voce il suo nome: Vince “Vinsanity” Carter, l’intramontabile.