Raji Molo | www.rivistacorner.ch http://www.rivistacorner.ch Wed, 17 Jul 2019 15:00:51 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.0.4 http://www.rivistacorner.ch/wp-content/uploads/2016/09/cropped-144-01-150x150.png Raji Molo | www.rivistacorner.ch http://www.rivistacorner.ch 32 32 Warrior, due fratelli e un padre si ritrovano grazie alle MMA http://www.rivistacorner.ch/warrior-due-fratelli-e-un-padre-si-ritrovano-grazie-alle-mma/ Sat, 29 Jun 2019 15:00:02 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=8530 Ritorna la nostra rubrica dedicata al rapporto tra cinema e sport. Questo mese tocca alle MMA (mixed martial arts, arti marziali miste) e il film preso in esame è "Warrior" (2011) diretto da Gavin O'Connor e interpretato da Tom Hardy, Joel Edgerton e Nick Nolte.

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Anche se non è evidente, la nostra rubrica cinematografica è riuscita quasi ogni mese a rinnovarsi e a variare, adottando uno spettro di analisi a 360° per quanto riguarda la scelta della disciplina da trattare. Questo mese tocca alle MMA (mixed martial arts , ovvero le arti marziali miste) uno sport da combattimento a contatto pieno il cui regolamento consente l’utilizzo sia di tecniche riconducibili ad arti marziali, sia di tecniche di lotta libera.

Uno dei film legati a questa tematica che più val la pena di visionare è Warrior (2011) diretto da Gavin O’Connor e interpretato da Tom Hardy, Joel Edgerton e Nick Nolte. La pellicola, che ha ottenuto buoni apprezzamenti sia dal pubblico che dalla critica (nomination come miglior attore non protagonista a Nick Nolte agli Oscar 2012), vede protagonisti i fratelli Conlon che non si parlano e non si vedono da anni, e loro padre Paddy, il principale artefice dei conflitti familiari a furia di botte e problemi di alcolismo. Ad alimentare ulteriormente i dissapori e il dolore, la madre è morta quando Tommy e Brendan erano solo dei ragazzini. I fratelli, caratterialmente sono sempre stati molto diversi tra loro, di conseguenza hanno intrapreso strade che più differenti non si potrebbe: il primo, il minore, è fuggito insieme a sua madre dal padre violento per poi arruolarsi nei marines – diventando, all’insaputa dell’intera Nazione, un eroe di guerra – per poi, al ritorno dall’Iraq, iniziare a vivere alla giornata e cacciarsi nei guai, mentre il secondo invece è rimasto insieme all’ubriacone per poter sposare la fidanzata Tess, studiare e diventare professore di fisica di liceo. Ad accomunarli sono però il rancore per il genitore e un passato come lottatori prodigi della lotta greco romana: ad allenarli Paddy sapeva il fatto suo.

La struttura di Warrior si basa su un’efficace narrazione parallela della storia dei due, i cui destini, per ragioni diverse, si incrociano di nuovo in quanto entrambi costretti a tornare sul ring per partecipare a Sparta, un gigantesco torneo di arti marziali miste che raggruppa i 16 migliori lottatori del pianeta con in palio un primo premio di 5 milioni di dollari. Questi soldi farebbero infatti molto comodo a Tommy per aiutare la famiglia del suo migliore amico e deceduto compagno d’armi, mentre a Brendan per evitare di essere sfrattato dalla casa che lui e sua moglie hanno tanto faticato a garantire alle loro bambine. Le loro strade incontrano anche quella del padre: come allenatore nel caso del fratello minore, come insospettabile tifoso in quello del primogenito. Trattandosi di cinema classico hollywoodiano, cinema di seconde occasioni, di buoni sentimenti e di perdenti che vogliono riscattarsi, inutile dire che i due gladiatori si ritroveranno faccia a faccia in un confronto finale nell’arena durante il quale si sfogheranno le tensioni e i rancori di una vita, ma che dalla gabbia l’intero nucleo familiare ne uscirà risanato.

Il regista si dimostra molto abile con la macchina da presa, e i combattimenti vengono ripresi con una serie di piani ravvicinati e un montaggio che ne esaltano la fisicità, riuscendo così, in un pugno di primi piani finali, a dispiegare sullo schermo un lavoro di silenzi portato avanti in tutto il film – specialmente dal monumentale Tom Hardy – per spingere il piede sull’acceleratore dell’emotività e dell’empatia nei confronti dei protagonisti. L’azione dei corpi è come se sostituisse la parola, così che, attraverso la dura fisicità dei colpi sferrati, i personaggi si relazionano come accade in uno scambio di battute: è come se comunicassero, o addirittura dialogassero. Senza avvalersi di un montaggio frenetico e spezzettato, bensì di autentiche sequenze di lotta riprese a figura intera in lunghi piani sequenza, Warrior parla e commuove quasi senza bisogno di parole.

L’unico aspetto che lascia un po’ l’amaro in bocca allo spettatore è l’aver dedicato metà film (se non di più) agli scontri sul ring, fagocitando di fatto buona parte della succosa carne al fuoco messa a disposizione ma soltanto accennata per ciò che concerne le vicende della famiglia Conlon: quanto sarebbe stato bello e interessante inserire dei flashback che ci consentissero di conoscere la madre? Per non parlare dei combattimenti dei due fratelli da ragazzini, il loro rapporto con Paddy e le gesta eroiche compiute da Tommy in Iraq. Il film dura 140 minuti, bastava tagliare qualche match qua e là e tutto ciò sarebbe stato possibile.

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Il cuore di un wrestler che non smette mai di battere http://www.rivistacorner.ch/il-cuore-di-un-wrestler-che-non-smette-mai-di-battere/ Wed, 29 May 2019 15:00:42 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=8191 “Voglio solo dire a tutti voi che stasera sono particolarmente felice di essere qui. Molte persone mi hanno detto che non avrei più potuto combattere, ma non so fare altro. Se vivi sempre al massimo e spingi al massimo e bruci la candela dai due lati ne paghi il prezzo prima o poi. Sapete, nella […]

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“Voglio solo dire a tutti voi che stasera sono particolarmente felice di essere qui. Molte persone mi hanno detto che non avrei più potuto combattere, ma non so fare altro. Se vivi sempre al massimo e spingi al massimo e bruci la candela dai due lati ne paghi il prezzo prima o poi. Sapete, nella vita si può perdere tutto ciò che si ama e tutti quelli che ci amano. Infatti non ci sento più come una volta, dimentico le cose, e non sono bello come un tempo. Però, maledizione, sono ancora qui, e sono “The Ram”. È vero, il tempo è passato, il tempo è passato e hanno cominciato a dire “È finito, non ha futuro, è un perdente, non ce la fa più”. Ma sapete che vi dico? Gli unici che potranno dirmi quando non sarò più all’altezza siete tutti voi. È per tutti voi, è per tutti voi che vale la pena di continuare a combattere perché siete la mia famiglia. Vi amo tutti! Grazie infinite.”
 

La disciplina che trattiamo questo mese nell’ambito della nostra rubrica cinematografica da molti non è nemmeno considerata uno sport. L’opinione comune è infatti quella che “Il wrestling è una forma di spettacolo nel quale si combina l’esibizione atletica con quella teatrale”. È però altresì vero che “I protagonisti sono atleti professionisti”. Non si può perciò negare che, spettacolo o no, una certa componente sportiva emerga in modo marcato e sia fondamentale alla realizzazione di questa esibizione.

Seppur già molto diffuso negli Ottanta e Novanta negli Stati Uniti, alle nostre latitudini l’apice di popolarità del wrestling fu raggiunto ad inizio anni Duemila con la messa in onda, ogni domenica sera su Italia1, di SmackDown. È poco dopo a questo boom che la pellicola consigliata questo mese risale. The Wrestler (2008), diretto da Darren Aronofsky e interpretato da Mickey Rourke, ci racconta la storia di Robin Ramzinski, in arte Randy “The Ram” Robinson, un lottatore che raggiunse il culmine della propria carriera il 6 aprile del 1989 in un memorabile match contro il suo acerrimo avversario, l’Ayatollah. Se a quell’epoca era considerato un eroe di questo spettacolare sport, vent’anni dopo “l’ariete” tira avanti lavorando part time in un grande magazzino ed esibendosi ogni fine settimana nelle palestre dei licei e nelle comunità del New Jersey per i pochi fan che gli sono rimasti.

The Wrestler – vincitore del Leone d’Oro al 65º Festival di Venezia e candidato a 2 premi Oscar nell’81ª edizione della rassegna, nonché vincitore di 2 Golden Globe – ci parla di un uomo incapace di accettare chi è diventato e di rinunciare al sogno che ha di sé. Randy infatti, al di là delle ferite riportate sul corpo decadente segnato dalle innumerevoli battaglie e dalle sostanze assunte nel corso degli anni, le cicatrici più profonde e insanabili le conserva nell’animo, perché i colpi inflitti dalla realtà e dalla vita di tutti i giorni passata in solitudine sono più dolorosi di quelli subiti sul palco sotto ai riflettori. Anzi, il quadrato è in fondo l’unico posto “dove non si fa del male perché al mondo non gliene frega un cazzo di lui” e dove riesce a trovare una ragione di esistere, anche rischiando la vita. Ma nonostante sia un “vecchio pezzo di carne maciullata”, e malgrado un infarto, il suo cuore batte ancora forte e arde di passione per i suoi compagni di lotta e per la fetta di pubblico che ancora lo ama.

Il fallimento, la distruzione fisica, la solitudine e la ricerca di una rinascita/riscatto sono quindi i temi principali trattati da Aronofsky in questo suo film sportivo dove sta costantemente addosso con la macchina da presa al suo personaggio cardine, inseguendolo da vicino e riprendendolo spesso di spalle. Ma la parabola di Randy e il suo voler raccogliere i cocci per ricostruirsi una vita dignitosa possono essere letti in maniera più profonda e collettiva: nel suo esplicito e nostalgico richiamo agli anni Ottanta reaganiani, sembrerebbe proprio che i protagonisti di The Wrestler  siano anche gli Stati Uniti stessi e la loro cultura, ormai dilaniati da una crisi economica che all’uscita in sala dell’opera era da poco scoppiata e disillusi nei confronti di un sogno americano impossibile da realizzare.

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Un golfista alla ricerca dello swing perduto http://www.rivistacorner.ch/un-golfista-alla-ricerca-dello-swing-perduto/ Sat, 27 Apr 2019 15:00:20 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=7803 “Dentro ciascuno di noi c’è un solo vero autentico swing, una cosa con cui siamo nati, una cosa che è nostra e nostra soltanto, una cosa che non ti può essere insegnata e non si impara, una cosa che va ricordata sempre e col tempo il mondo può rubarci quel nostro swing che può finire […]

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“Dentro ciascuno di noi c’è un solo vero autentico swing, una cosa con cui siamo nati, una cosa che è nostra e nostra soltanto, una cosa che non ti può essere insegnata e non si impara, una cosa che va ricordata sempre e col tempo il mondo può rubarci quel nostro swing che può finire sepolto dentro di noi sotto a tutti i nostri avrei voluto e potuto e dovuto… c’è perfino chi si dimentica com’era il suo swing. Sì, c’è perfino chi se lo dimentica com’era.”
 

Forse non tutti, dopo questa citazione tratta dal film La leggenda di Bagger Vance (2000) diretto dal più storico attore che regista Robert Redford, hanno capito che disciplina tratteremo questo mese nell’ambito della nostra rubrica dedicata al rapporto tra sport e Settima Arte. Io al vostro posto non avrei indovinato. Però, magari, tra i nostri lettori qualche appassionato – o addirittura esperto – di golf c’è. Per gli altri (e per il sottoscritto) il termine “swing” va spiegato, perché sta alla base di ciò che la pellicola vuole dirci e della metafora sulla quale è costruita. In breve, lo swing è il movimento che si esegue nel golf utilizzato in tutti i tipi di colpi per far partire la palla verso l’obiettivo facendola alzare.

Tratto dall’omonimo romanzo di Steven Pressfield, La leggenda di Bagger Vance narra la storia di Rannulph Junah (interpretato da Matt Damon), una grande promessa del golf, la cui carriera è però stata stroncata dalla guerra (la prima mondiale). Traumatizzato dagli orrori vissuti durante l’esperienza bellica, torna da eroe ma senza prospettive per il futuro e, soprattutto, voglia di vivere, annegando così il suo talento in fiumi di alcol. Al ritorno a casa lo aspettano una depressione economica e una ex ragazza arrabbiata, Adele (una splendida Charlize Theron in stile vintage),  anche lei colpita dalla crisi, ma non per questo intenzionata a vendere un pezzo unico dell’eredità di suo padre: un campo da golf. Fortemente motivata a risollevare le finanze, non solo proprie ma anche della piccola cittadina di Savannah in Georgia, organizza un torneo con due dei più grandi giocatori di golf: Walter Hagen (Bruce McGill) e Bobby Jones (Joel Gretsch). Per rappresentare il paesino dello Stato delle pesche, il piccolo Hardy Greaves (la cui voce narrante, da vecchio ci accompagnerà per tutto il film) fa il nome del Capitano Junuh dopo aver sentito delle sue grandi gesta da giocatore nei racconti del proprio padre. Il golfista però è parecchio arrugginito: ha perso lo swing, sia dal punto di vista sportivo, sia da quello della vita. Ci penserà un caddie (una specie di manager/allenatore) sconosciuto di nome Bagger Vance (Will Smith) ad aiutarlo a ritrovare non solo il suo colpo,ma anche se stesso.

È ormai chiaro come “il ritrovare lo swing”, ovvero il ritornare alle gloriose prestazioni golfistiche di un tempo ricordando il proprio colpo migliore, ad un certo punto della storia finisca in secondo piano o comunque coincida, con il ritrovare la propria strada e ritornare sulla retta a livello umano e personale. Il golf come riscatto e come seconda occasione dunque, un campione di razza che, grazie allo sport, risorge dalle ceneri superando le avversità che la vita gli ha posto dinnanzi. Perché “ il golf è un gioco che non può essere vinto, ma soltanto giocato. Così lo si gioca, e si continua a giocare. Si gioca per i momenti che devono ancora venire, cercando il proprio posto in campo”. Io direi nel mondo, anche.

Se da una parte La leggenda di Bagger Vance gode di una bella fotografia (seppur a tratti eccessivamente patinata, spettacolari certe riprese dall’alto dei campi da golf e dei tramonti georgiani), di ottime scenografie e in generale di una solida messa in scena (il Sud degli Anni Venti è credibilissimo e ben riprodotto a tal punto da scatenare nello spettatore la sensazione di essere teletrasportato in quell’epoca), non mancano l’eccessivo buonismo e la straripante retorica tipici di un certo tipo di cinema americano che si manifestano soprattutto nei dialoghi al limite del fiabesco: troppo didascalici/pedagogici e melassosi. Nonostante ciò, la visione di questo film sportivo scorre discretamente, anche se qualche taglio qua e là per alleggerirlo un po’ non avrebbe guastato. Consigliato a chi ama questa disciplina, ma anche a coloro che vogliono imparare a conoscerla senza troppi impegni.

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Lo Spaccone, il biliardo tra soldi e scommesse http://www.rivistacorner.ch/lo-spaccone-il-biliardo-tra-soldi-e-scommesse/ Wed, 27 Mar 2019 14:00:20 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=7554  “Qualunque cosa può essere bella, nessuna esclusa…spaccare pietre può essere bello se è ben fatto, quando sai quello che fai e perché, e viene come vuoi tu. E quando succede a me è una cosa fantastica, mi sento come può sentirsi un fantino sul suo cavallo con quella carica di energia stretta fra le ginocchia, […]

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 “Qualunque cosa può essere bella, nessuna esclusa…spaccare pietre può essere bello se è ben fatto, quando sai quello che fai e perché, e viene come vuoi tu. E quando succede a me è una cosa fantastica, mi sento come può sentirsi un fantino sul suo cavallo con quella carica di energia stretta fra le ginocchia, ha la bestia sulla punta delle dita…ragazzi è una cosa fantastica quando sei bravo, e lo sai che sei bravo. A un tratto sento il braccio che mi si scioglie e la stecca è come una parte di me, sai, sembra viva, ha i nervi dentro, un pezzo di legno con dentro i nervi. Senti gli schiocchi delle biglie, non serve guardarle, tanto lo sai…fai dei gran tiri che non ha mai fatto nessuno, giochi quella partita come non l’aveva mai fatto nessuno. Queste cose certi uomini non arrivano mai a provarle per nulla.”

 

Questa una frase pronunciata da Eddie Felson, interpretato da Paul Newman ne Lo spaccone (1961) diretto da Robert Rossen e tratto dal romanzo omonimo di Walter Tevis. Annoverato tra i film più belli della storia del cinema americano, The Hustler narra la storia di “Eddie Lo svelto”, un ambizioso, talentuoso e arrogante giocatore di biliardo che, conscio della sua bravura, non smette di osare e punta sempre più in alto, comportandosi appunto come uno “spaccone”. Il protagonista della pellicola che ha ricevuto due Oscar nel 1961 (miglior fotografia in bianco e nero e miglior scenografia per film in bianco e nero) e che nel 1997 è stata scelta per la conservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, non riesce però a convivere con le sue grandi doti perché non ha carattere, o meglio, per citare dall’opera stessa “non ha spina dorsale”: beve fino allo sfinimento e non riesce a capire quando è tempo di fermarsi con le scommesse.

Dopo una cocente sconfitta contro Minnesota Fats – il miglior giocatore di biliardo sulla piazza – , ormai senza un quattrino Eddie inizia una relazione con Sara (Piper Laurie), una donna zoppa, alcolizzata e psicologicamente instabile che però cerca di aiutarlo tenendolo fuori dai loschi giri in cui si è cacciato. Ma il nostro protagonista farà “lo Spaccone” una volta di troppo, barattandola con una partita e trascurandola, e la loro storia finirà così tragicamente, suscitando nel personaggio interpretato da Paul Newman un senso di colpa tale da segnarlo per sempre e da fargli finalmente capire i veri valori della vita: l’amore per qualcosa, o meglio, qualcuno, al di fuori del denaro.

Con la sua costruzione narrativa compatta, i suoi dialoghi di alto livello, e la sua fotografia in stile cinema espressionista tedesco (non è un caso che il compito di gestire le luci e le ombre sia stato affidato a Eugen Schüfftan, grande esponente dell’epoca del muto che ha collaborato, tra gli altri, con Fritz Lang) The Hustler è rimasto nella memoria degli spettatori soprattutto per la sagace descrizione del mondo americano del biliardo, fatto di bigliettoni, criminalità, e bische clandestine: un’aria che quasi si respira grazie al realismo veicolato dalla messa in scena.

Lo Spaccone è IL film sul biliardo, ma non solo. Lo Spaccone è anche un potente melodramma che trascina dentro una storia d’amore sempre sospesa tra desiderio e rassegnazione, ma non solo. Lo Spaccone è soprattutto un ritratto psicologico dentro le forme del genere (in questo caso dramma, noir, sportivo), una pellicola sulla dipendenza dai soldi, dall’alcool e dal gioco. E i film che partono dal genere per parlare di qualcosa di più profondo sono i più belli in assoluto.

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Hoosiers, la storica impresa di una piccola scuola dell’Indiana http://www.rivistacorner.ch/hoosiers-la-storica-impresa-di-una-piccola-scuola-dellindiana/ Mon, 18 Feb 2019 16:00:18 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=7192 L’Indiana è uno di quegli Stati americani dove, se nel cortile di casa tua non hai un canestro, risulti un tipo un po’ sospetto, e magari la polizia ti bussa alla porta per chiederti come mai non ne hai uno appeso. Perché in questa zona del Midwest tutti amano il basket e ci giocano. Questo […]

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L’Indiana è uno di quegli Stati americani dove, se nel cortile di casa tua non hai un canestro, risulti un tipo un po’ sospetto, e magari la polizia ti bussa alla porta per chiederti come mai non ne hai uno appeso. Perché in questa zona del Midwest tutti amano il basket e ci giocano. Questo sport si respira ovunque e fa parte del tessuto connettivo dello Stato, dal paesino di campagna fino ad Indianapolis è una religione. I suoi abitanti vengono chiamati “hoosiers”.

Ed è proprio questo il titolo del film che prendiamo in analisi questo mese nell’ambito della nostra rubrica cinematografica. Hoosiers (1986), tradotto in italiano Colpo vincente, è ispirato alla vera storia della piccola e provinciale Milan High School (un paesotto di millecinquecento abitanti) che nel 1954 vinse il campionato di pallacanestro IHSAA (Indiana High School Athletic Association) dello Stato dell’Indiana, impresa fino a lì totalmente inedita.

Norman Dale (interpretato da un grandissimo Gene Hackman) è un ex allenatore di pallacanestro universitaria che a causa di un increscioso e violento episodio del suo passato sportivo è da dieci anni in inattività. Gli viene però offerta la possibilità di riscattarsi: Cletus, un suo amico, lo chiama per allenare gli Huskers, la squadra scolastica dello sperduto paesino di Hickory nell’Indiana. L’inizio, sia dal punto di vista sportivo, sia da quello umano, per lui non è dei più entusiasmanti. Ciò è dovuto da una parte al difficile carattere del coach, il quale è incapace di scendere a compromessi, dall’altra all’ostilità della piccola comunità nei confronti di chi non è del posto, dall’altra ancora alla poca disciplina dei ragazzi. A poco a poco però le tensioni si sciolgono e contemporaneamente la squadra inizia a decollare, fino ad approdare alla finale che vedrà affrontarsi a viso aperto un team composto per intero da ragazzotti bianchi redneck che non hanno mai visto una metropoli e lo strapotere delle squadre di città. Ma gli Huskers, seppur intimiditi dalla sontuosità dell’arena di Indianapolis, ne usciranno vincenti perché in fondo, come dice il loro commissario tecnico dopo aver fatto misurare con cura il campo ai suoi cestisti “queste sono anche le stesse misure precise della nostra palestra di Hickory”. Scena e citazione fantastica, ormai diventata cult.

Colpo vincente mostra un’interessante lettura della società rurale, analisi non priva di critiche verso una certa arretratezza e chiusura mentale, ma anche di simpatia e di amore per i paesaggi, per alcune tradizioni del luogo e per la genuinità di alcuni suoi personaggi (come ad esempio “Shooter Flatch”, Colpo in canna nel doppiaggio italiano, il padre alcolizzato di uno dei giocatori che deve vincere la propria dipendenza per poter svolgere il ruolo di vice allenatore, interpretato dall’immenso Dennis Hopper che ha pure ricevuto una candidatura ai Premi Oscar come miglior attore non protagonista). Non a caso il regista è nativo di Decatur, in Indiana appunto.

Il direttore artistico dimostra poi di avere una buona mano, specialmente a livello di fotografia – suggestive le varie inquadrature raffiguranti i boschi, i campi e le strade di Hickory – e di montaggio – riesce ad alternare e a ritmare molto bene ciò che vediamo in campo, con ciò che sta sul tabellone, con il pubblico, con vari dettagli, rendendo il tutto molto immersivo -. Anche i dialoghi sono buoni, in quanto riescono a situarsi a metà tra il non essere banali e il non prendersi troppo sul serio, così da sdrammatizzare il tutto e strappare qualche risata allo spettatore. Non passa inosservata nemmeno la commovente colonna sonora, pure essa candidata alle statuetta dorata. Insomma, siamo di fronte ad una pellicola sportiva che riesce ad emozionare, a divertire, e a coinvolgere appassionati della palla a spicchi e non. Un imperdibile film sul basket, forse addirittura il migliore assieme a Blue Chips – Basta vincere (1994) di cui si è già trattato in questa rubrica dedicata alla Settima Arte.

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Race, 10.3 secondi per cambiare la storia http://www.rivistacorner.ch/race-10-3-secondi-per-cambiare-la-storia/ Tue, 29 Jan 2019 16:02:30 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=7041 Ci sono voluti ben 80 anni ma alla fine il cinema si è deciso a rendere omaggio alle imprese – sportive e umane – di James Cleveland Owens, detto Jesse, atleta afroamericano vincitore di quattro medaglie d’oro alle controverse Olimpiadi del 1936 di Berlino. Fortemente voluto e approvato dalle figlie del velocista, questo biopic è […]

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Ci sono voluti ben 80 anni ma alla fine il cinema si è deciso a rendere omaggio alle imprese – sportive e umane – di James Cleveland Owens, detto Jesse, atleta afroamericano vincitore di quattro medaglie d’oro alle controverse Olimpiadi del 1936 di Berlino.

Fortemente voluto e approvato dalle figlie del velocista, questo biopic è stato affidato a Stephen Hopkins (Nightmare 5, Predator 2, Lost in Space,…) uno che negli anni Ottanta e Novanta veniva considerato un buon mestierante e un buon artigiano, ma niente di più. Ad avercene però…

Race – Il colore della vittoria (si gioca ovviamente sul doppio significato della parola race, che in inglese significa sia “razza” che “corsa”) narra le vicende del campione dalla sua immatricolazione all’Ohio State University fino al ritorno in patria da eroe (ma in realtà, negli Stati Uniti ancora segregati di quei tempi mica tanto) in seguito alla sua prestazione durante i Giochi Olimpici sopracitati. Ancora discriminazione razziale, riscatto sociale, e sport, dunque. Sì, ma questa è una storia vera e probabilmente la più iconica di tutte quante. Qui si sta parlando di un uomo che ha dovuto farsi carico di responsabilità che andavano ben oltre l’aspetto sportivo, rappresentando un’intera comunità in una delle epoche più difficili e drammatiche della storia dell’umanità. Ma non è finita qui. Il fardello che gravava su Jesse lo attanagliava infatti su più fronti, sia da quello dell’America bianca, sia da quella nera. Il quesito però era sempre lo stesso: “partecipare o no a queste Olimpiadi? Lo sport è la forma più pura di competizione umana e dunque non va contaminato con la politica, oppure gli atleti sono cittadini del mondo che con la loro presenza agli eventi organizzati da paesi antidemocratici rischiano di legittimarne l’immagine, le ideologie e l’operato?

Nonostante le pressioni provenienti da una parte e dall’altra, Owens ha le idee chiare. Lui in Germania ci andrà perché, oltre a voler realizzare i suoi sogni di carattere prettamente sportivo “quando la pistola spara nessuno può fermarmi. In pista non esiste bianco o nero, ma solo veloce o lento. Non conta nient’altro. Né il colore, né il denaro né la paura e neanche l’odio. Per quei 10 secondi sei completamente libero.”

La visione della pellicola risulta coinvolgente e piacevole, ma va messo in chiaro che già di base la carne al fuoco era troppo succosa perché così non fosse. Tuttavia, appunto perché la materia prima – il personaggio iconico e il delicato contesto storico – è di tale spessore, lo spettatore è costantemente pervaso da una sensazione di incompiutezza. In altre parole, si poteva osare di più, sia per quanto riguarda l’analisi e la denuncia politica/sociale degli USA segregati e del Terzo Reich, sia nella sfaccettatura dell’uomo Jesse Owens (quanto sarebbe stato bello approfondire ulteriormente il suo rapporto con i genitori, l’allenatore, la moglie e la figlia?). Race – Il colore della vittoria manca di una sceneggiatura in grado di farlo decollare e di esprimerne l’immenso potenziale. Questa sua volontà di mantenersi politically correct, per esempio conducendo il film sul binario parallelo del riscatto del coach bianco insieme al campione nero, riduce il tasso di tensione e l’insistente e ingombrante retorica, caratterizzata da una musica sempre troppo enfatica e da una regia che cerca il sensazionalismo ad ogni costo, finisce per soffocare e in parte sminuire l’impresa leggendaria, sportiva e umana. Insomma, se da una parte siamo comunque in presenza di un prodotto di buon livello, dall’altra esso non rende sufficiente giustizia ad un uomo che, una volta ritornato in patria dopo tutti i sacrifici compiuti e tutti i record infranti, non ricevette nemmeno un telegramma di congratulazioni dal suo allora presidente Roosevelt e non poté ancora entrare dalla porta principale nei locali o sedersi accanto ad un bianco sui mezzi pubblici.

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Il cobra più letale della storia della palla a spicchi http://www.rivistacorner.ch/il-cobra-piu-letale-della-storia-della-palla-a-spicchi/ Mon, 24 Dec 2018 09:00:43 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=6960 Se ieri abbiamo parlato del più forte giocatore di pallacanestro di ogni epoca, oggi, la vigilia di Natale, sarà dedicata a conoscere meglio quello che probabilmente è il numero 2. Altra premessa: il cestista in questione, nella prima parte della sua carriera, ha vestito la canotta numero 8 (ovviamente ritirata assieme alla 24 poco più […]

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Se ieri abbiamo parlato del più forte giocatore di pallacanestro di ogni epoca, oggi, la vigilia di Natale, sarà dedicata a conoscere meglio quello che probabilmente è il numero 2. Altra premessa: il cestista in questione, nella prima parte della sua carriera, ha vestito la canotta numero 8 (ovviamente ritirata assieme alla 24 poco più di un anno fa), ma in questo breve articolo si tratterà il fantastico operato di questa leggenda dei Los Angeles Lakers come un blocco unico, senza fare troppe distinzioni tra i due periodi.

Troppo facile dai, avete già capito di chi si tratta: Kobe Bean Bryant, nato a Filadelfia il 23 agosto 1978 ma cestisticamente cresciuto in Italia (perché il padre “Jellybean”, che non era di certo un fenomeno come il figlio, lasciò la massima Lega americana per militare in A1 e in A2) dove ha rigorosamente imparato i fondamentali del Gioco. Ritornato negli Stati Uniti si iscrive alla high school per poi, nel 1996 (non ancora diciottenne!), dichiararsi eleggibile per il Draft NBA senza passare per il college. Il resto è storia.

Il “Black Mamba”, soprannome che si è auto-affibbiato perché “si tratta di un cobra che ha il 99% di possibilità di ucciderti ed è questa la precisione con cui voglio giocare a pallacanestro!” è semplicemente stato il giocatore di basket più ossessionato dalla vittoria di sempre. Qui si sta parlando di uno che, all’apice della sua carriera, quando le Torri Gemelle furono abbattute – verso le 9 del mattino, fuso orario della East Coast – vide l’accaduto in diretta TV mentre si stava già allenando da 2 orette nel suo centro sportivo personale a Los Angeles California. Dunque, se la matematica non è un opinione, Kobe, ufficialmente ancora in vacanza, si era alzato circa alle 4 per esercitarsi…e questo lo faceva ogni singolo giorno perché non poteva sopportare l’idea che qualcun altro negli USA potesse allenarsi – e dunque potenzialmente superarlo – mentre lui dormiva.

I risultati concreti di questa cattiveria agonistica al limite del patologico sono sotto gli occhi di tutti: 25 punti di media a partita, terza posizione nella classifica dei migliori marcatori nella storia dell’NBA con 33.643 punti, 5 titoli NBA vinti con la maglia gialloviola che ha indossato per tutti i suoi 20 anni di carriera, 3 medaglie olimpiche con la Nazionale, un premio MVP della regular season, due MVP delle finali, due volte miglior marcatore della stagione, quattro MVP dell’All-Star Game e uno Slam Dunk Contest. Ah, quasi dimenticavo, ha pure vinto un Oscar nella categoria miglior cortometraggio d’animazione per “Dear Basketball”, ispirato alla sua lettera di addio al basket.

Insomma, un fuoriclasse totale e completo, anzi, una vera e propria macchina che di base giocava come guardia tiratrice, ma che conosceva a menadito tutte le sfaccettature e tutti i movimenti dei 5 ruoli della pallacanestro alla quale ha dato tutto sin dalla tenera età di tre anni. Un’enciclopedia cestistica vivente che, da quella sua ultima partita del 13 aprile 2016 dove, per concludere in bellezza, ne mise 60 , manca molto sia a noi sia a questo meraviglioso sport che lo ha reso leggendario.

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Il più grande schiacciatore di sempre http://www.rivistacorner.ch/il-piu-grande-schiacciatore-di-sempre/ Sat, 15 Dec 2018 09:00:28 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=6886 “It’s over (pronunciato: it’s oooovaaaa) ladies and gentlemen”, let’s go home!”. NBA All-Star Weekend 2000 – il più bello di tutti i tempi -, Oakland, California, una zona soggetta al terremoto. Quello vero, per fortuna, non c’è stato, ma quello cestistico eccome. In quell’edizione dello Slam Dunk Contest (per chi non avesse familiarità, la gara […]

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“It’s over (pronunciato: it’s oooovaaaa) ladies and gentlemen”, let’s go home!”. NBA All-Star Weekend 2000 – il più bello di tutti i tempi -, Oakland, California, una zona soggetta al terremoto. Quello vero, per fortuna, non c’è stato, ma quello cestistico eccome.

In quell’edizione dello Slam Dunk Contest (per chi non avesse familiarità, la gara delle schiacciate che si tiene ogni anno) l’allora 23enne numero 15 dei Toronto Raptors ci mostrò 2 o 3 cose mai viste prima su un campo da basket. Dopo il famoso “reverse 360 windmill dunk” il pubblico era già estasiato, ma quando questo giovane originario di Daytona Beach finì appeso con l’intero braccio al ferro, rimase semplicemente a bocca aperta: per circa 3 secondi il silenzio pervase l’Arena. Pazzesco. “A cosa abbiamo appena assistito?” Si chiedevano tutti. Inutile specificare chi vinse quella competizione.

Il quindicesimo giorno del nostro calendario dell’avvento non poteva che essere assegnato al “metà uomo, metà meraviglia” Vince “Vinsanity” Carter, campione olimpico a Sidney 2000, uno dei migliori schiacciatori della storia della pallacanestro che, nonostante non sia mai riuscito a mettersi un Anello al dito, è sempre stato apprezzato ed amato per le sue doti atletiche, la sua fantasia, la sua simpatia e il suo sorriso contagioso.

Il Rookie of the Year 1999 milita ancora oggi nella Lega (42 anni il mese prossimo!) e poche settimane fa ha totalizzato 25000 punti piazzandosi al 22esimo posto nella classifica dei migliori marcatori NBA di sempre. Indovinate in che modo ha raggiunto questo prestigioso traguardo? Con una schiacciata ovviamente.

“Air Canada”, fintanto che si sente bene, che prova amore per il Gioco e che si diverte, non è intenzionato a smettere. Continua Vince, perché non sei l’unico a divertirti, fidati.

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Borg McEnroe: l’uomo di ghiaccio VS il super monello http://www.rivistacorner.ch/borg-mcenroe-luomo-di-ghiaccio-vs-il-super-monello/ Tue, 20 Nov 2018 16:00:59 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=6720 “È la rivalità perfetta, uno gioca da fondo campo, l’altro invece va sempre a rete, uno è calmo e misurato mentre l’altro.., il sangue freddo nordico contro l’impertinenza newyorkese, l’uomo di ghiaccio contro il super monello.” Tutti gli appassionati di tennis – e probabilmente non solo loro – avranno sicuramente intuito all’istante di chi stiamo […]

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“È la rivalità perfetta, uno gioca da fondo campo, l’altro invece va sempre a rete, uno è calmo e misurato mentre l’altro.., il sangue freddo nordico contro l’impertinenza newyorkese, l’uomo di ghiaccio contro il super monello.”

Tutti gli appassionati di tennis – e probabilmente non solo loro – avranno sicuramente intuito all’istante di chi stiamo parlando, o meglio, di chi parla il film preso in analisi questo mese nell’ambito della nostra rubrica cinematografica: lo svedese Björn Borg e l’americano John McEnroe, i primi veri divi di uno sport che da lì in poi iniziò a sfornare talenti capaci di far parlare di sé anche al di fuori del rettangolo di gioco.

Borg McEnroe (2017), co-produzione scandinava diretta dal danese Janus Metz qui ancora alle prime armi  con la fiction e con opere interpretate da attori professionisti, tratta infatti la celebre rivalità tra i due tennisti Björn Borg e John McEnroe (i quali si sono affrontati ben quattordici volte tra il 1978 ed il 1981, con sette vittorie ciascuno), focalizzandosi sulla sfida che li ha visti protagonisti durante la straordinaria finale del torneo di Wimbledon del 1980 decisa in 5 set dopo il drammatico tie-break del 4° set conclusosi 18-16 per l’americano. Quinta coppa consecutiva del più antico e prestigioso evento tennistico portata a casa dall’Imperatore, il primo a riuscirci nell’era Open, record poi eguagliato da un certo Roger Federer che lo vinse ininterrottamente dal 2003 al 2008 .

Come accadde quattro anni prima con Rush, anche in questo caso viene trasposta sul grande schermo un’accesa, coinvolgente e storica rivalità sportiva tra due atleti dalla personalità apparentemente antitetica ma in realtà molto simile. La pellicola ci presenta infatti i due tennisti come diametralmente opposti sia dal punto di vista sportivo che da quello del modo di intendere la vita: “McEnroe ha più talento ma giocare con Borg è come farsi prendere a martellate. E se Borg è un martello pneumatico, McEnroe invece è una lama affilata: un taglio qui, un taglio là e all’improvviso sei ricoperto di sangue. Anche se le ferite non sono tanto profonde, alla fine… muori dissanguato” dice un commentatore proprio all’inizio per introdurli. Se da una parte il gentiluomo scandinavo oltre ad essere preda dei suoi (veri) riti scaramantici, della superstizione e della sua mania del controllo, è apparentemente privo di emozioni in qualsiasi situazione possibile e sta per sposarsi, dall’altra invece l’uomo che il New York Times ha definito il peggior rappresentante dei valori americani dai tempi di Al Capone è uno scapolo tutto festini, punk (in una scena indossa pure la maglia dei Ramones), caos e improvvisazione che non si fa problemi a dare libero sfogo alla sua ira mandando a quel paese arbitri, pubblico e avversari. Eppure, siccome ogni partita di tennis è un po’ come una vita in miniatura, per arrivare fin lì e per convivere con i riflettori e con il peso della popolarità, entrambi hanno combattuto e combattono quotidianamente contro i propri demoni interiori e contro le proprie paure. Oltre a queste fragilità dell’anima, i due fuoriclasse hanno in comune qualcos’altro: l’ossessione per la vittoria, il desiderio ai limiti del patologico di essere (e restare per sempre) il migliore. Due facce della stessa medaglia potremmo dire.

In Borg McEnroe la mano del regista spicca in maniera più che marcata, siamo infatti in presenza di un mezzo capolavoro di montaggio visivo e acustico la cui eleganza culmina nel match finale dove la tensione diventa palpabile grazie appunto alla sua costruzione e raffinatezza a livello tecnico. Il tennis è sicuramente uno sport non facile da filmare per il cinema, allora Janus Metz cosa fa? In pratica decide di non decidere, ovvero si avvale di tutti i tipi possibili di inquadrature (da quella televisiva a quella laterale, dai primi piani, alle inquadrature zoomate da lontano, i totali, i dettagli, quelle in plongée) mescolandole e, nella maggior parte dei casi, focalizzandosi su un gesto, un tic, un rumore o una reazione anziché su ciò che sta accadendo. E il risultato finale risulta essere più che efficace.

L’intera narrazione pone poi le sue basi sul costante alternarsi tra presente (la 94esima edizione di Wimbledon) e passato (quello dei due protagonisti, tra l’altro in questi flashback ad interpretare il ruolo del padre in età preadolescenziale abbiamo Leo Borg). Insomma, oltre alla pallina gialla, a scorrere freneticamente sullo schermo ci sono anche le immagini raffiguranti la giovinezza e gli stati d’animo dei due campioni. Il problema – probabilmente l’unico di questo biopic – è che in generale la backstory di Borg e il rapporto con la famiglia di McEnroe risultano poco chiari in quanto solo abbozzati in fase di sceneggiatura. Peccato, allungando fino a due ore la lunghezza dell’opera (dura circa 1h e 40) si poteva sicuramente approfondire e armonizzare il tutto, perché in fondo, oltre alle vicende sportive di due tra i tennisti più importanti di sempre, si sta raccontando la storia di due uomini. Detto ciò, un film sportivo che, grazie alla sua bella fotografia, al suo buon ritmo, ai suoi personaggi ben scritti  – ma che come detto potevano essere ulteriormente sfaccettati e analizzati – e al suo montaggio eccelso riesce a coinvolgere con tale intensità anche chi non segue regolarmente questa disciplina, merita sicuramente di essere visto e apprezzato.

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Tonya, la storia della pattinatrice più bistrattata di sempre http://www.rivistacorner.ch/tonya-la-storia-della-pattinatrice-piu-bistrattata-di-sempre/ Fri, 19 Oct 2018 15:00:41 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=6561 “Tonya, il problema non è il tuo modo di pattinare…tesoro, negherò di averlo mai detto ma non sei…l’immagine che vogliamo per questo sport…tu rappresenti il nostro Paese dannazione! Vogliamo vedere una normale famiglia americana, e invece tu ti rifiuti di stare al gioco.” Il fatto è che Tonya Harding, la maggiore pattinatrice su ghiaccio a […]

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Tonya, il problema non è il tuo modo di pattinare…tesoro, negherò di averlo mai detto ma non sei…l’immagine che vogliamo per questo sport…tu rappresenti il nostro Paese dannazione! Vogliamo vedere una normale famiglia americana, e invece tu ti rifiuti di stare al gioco.”

Il fatto è che Tonya Harding, la maggiore pattinatrice su ghiaccio a livello americano e forse anche mondiale degli anni Novanta, una normale famiglia americana non l’ha mai avuta. La protagonista di I, Tonyabiopic indipendente realizzato dal regista australiano Craig Gillespie che racconta l’ascesa e la caduta dell’atleta ripercorrendo la sua controversa esistenza dai 4 ai 44 anni avvalendosi della ricostruzione filmica e del falso documentario nelle interviste – non ha avuto un’infanzia facile e le cose non le sono andate meglio crescendo. La ragazza classe 1970, è infatti cresciuta in un povero, rurale e a tratti violento contesto di Portland nell’Oregon, dovendosi cucire da sé in modo artigianale i vestiti per le gare e subendo spesso abusi da parte del fidanzato Jeff e della madre LaVona, la quale però, seppur senza mai dimostrarle il minimo affetto né apprezzamento per il suo notevole talento, una cosa buona per la figlia l’ha fatta: quando la bambina aveva solo tre anni, decise di instradarla ad una carriera nel pattinaggio artistico.

Purtroppo però, a quanto pare il talento (durante i campionati mondiali di pattinaggio di figura del 1991 è riuscita nell’impresa di eseguire correttamente un triplo axel, divenendo la prima donna statunitense e la seconda in assoluto a riuscirci!) e la passione per questo sport non bastano per sfondare, se non adotti una certa attitudine e – forse più importante – se non fai parte di una determinata classe sociale, vieni penalizzato. “Non potete giudicarmi solo per come pattino?” chiede ai giudici. La risposta evidentemente è no. Perché lei è un’outsider. Una ribelle dal temperamento focoso ai limiti dello psicolabile. Una che ascolta Heavy Metal e che parla come mangia. Una che non vuole vestirsi come la fatina dei denti per le gare, e anche se volesse non potrebbe perché non ha abbastanza soldi. Una che dice sempre quello che pensa e che va contro l’establishment – sportivo e non -. Agli occhi di un certo tipo di America non un modello e un’immagine da veicolare nel resto del mondo dunque. Però, seppur con le sue contraddizioni e le sue fragilità, Tonya è sicuramente un personaggio genuino, trasparente e molto determinato che, nonostante ne abbia passate davvero tante, è sempre stato in grado di incassare i colpi e di rialzarsi. Una specie di Rocky al femminile…mica sarà una coincidenza il fatto che in un altro capitolo della sua vita si dedicherà al pugilato, no? Insomma, si tratta di una figura troppo intrigante per far sì che lo spettatore non la prenda in simpatia e non tifi costantemente per lei sia nelle gare di Ice skating che nella vita di tutti i giorni.

Come se non bastasse, poco prima delle Olimpiadi del ’94, a causa di suo marito e di un suo amico in cerca di fama e attenzioni, è finita nel bel mezzo di uno dei più grossi scandali sportivi della storia degli Stati Uniti  – la nota aggressione alla rivale Nancy Kerrigan – e di un circo mediatico che di fatto le hanno stroncato la carriera. Dopo essere stata bandita per sempre dalla disciplina alla quale ha dedicato anima e corpo sin dalla tenera età anche a scapito dell’istruzione, in assenza di prospettive la sua vita declinerà progressivamente fino a quel fantastico finale fatto di occhi tumefatti e labbra rotte in mezzo al ring alternati da filmati di repertorio, il tutto sotto le note di The Passenger.

I, Tonya è prodotto da Margot Robbie che interpreta anche magistralmente la bistrattata pattinatrice. A portarsi a casa l’Oscar e il Golden Globe è però (meritatamente) Allison Janney grazie alla sua interpretazione della manesca, cattiva, possessiva ed egoista madre.

Siamo davvero di fronte ad un film sopra la media, ad un’opera della durata di due ore che scivolano via come niente grazie ad un ritmo perfettamente scandito da una sceneggiatura che, oltre a garantire una spiccata profondità dei personaggi, risulta essere farcita di sotto-testi riuscendo anche a fondere la commedia con il dramma e con il grottesco come nei migliori lavori dei fratelli Coen. Mai retorico e melassoso, I, Tonya a modo di vedere di chi scrive è una pellicola imperdibile, non solo per chi è alla caccia di un bel film sportivo.

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