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]]>“Ci sto lavorando ogni mattina, dall’alba in avanti, in quanto i fiori si avvizziscono così rapidamente”.
Vincent van GoghGirasoli, sì. Girasoli dalla fioritura all’appassimento, ogni singolo attimo dipinto, decantato e immortalato, graffiato ed inciso, paradossalmente scolpito.
Così, Vincent van Gogh, così, metaforicamente, i Lancieri di Amsterdam. L’Orange olandese a farla da comune e non solo. Attimi, momenti, frenesia. Così l’Ajax, questo Ajax, emblema della storia, recente e non, incisa nella memoria del calcio totale, dalla fantasia al terreno di gioco, con alle spalle il 14: Hendrik Johannes Cruijff. Dalla teoria alla pratica, quando i libri di calcio e tattica non sembrano esser stati solo letti, come qualcuno sostiene, piuttosto convertiti in dipinti; dipinti dinamici, tinteggiati nel rettangolo di gioco a fondo verde e quando tutto è così rapido, solerte e vivido anche il prato ha un verde diverso, raggiante.
Il girasole, così come simbolo dell’interiorità di van Gogh, talvolta dai contorti petali e segni tormentati, così simbolo anche di devozione e lealtà. Lealtà verso l’avversario: pressato, raddoppiato, triplicato, messo in crisi. Devozione verso il proprio credo, mai dubitato, talvolta ostentato, portato avanti, sempre, nel bene e nel male, anche quando la ragione potrebbe condurlo altrove, deviarlo, provare a trascinarlo su altri binari; anche quando il risultato ed i risultati possano sembrar non dargli ragione. Ma in fondo, quando alle spalle di un’azione coesiste un pensiero, le motivazioni non possono che venir fuori e con esse gli stimoli e, ancora, la voglia di superarsi.
E se dei girasoli van Gogh ne fu padre, del calcio totale olandese Rinus Michels ne fu altrettanto, seppur il profeta oltre confini, in tempi relativamente più recenti, risponde al nome di Cruijff, specialmente in terra catalana. Ragion per cui, a pensarci, i Lancieri di Amsterdam sono loro stessi padri del Barcelona che noi tutti ormai conosciamo e lodiamo. Senz’altro, senza l’influenza orange, i blaugrana avrebbero avuto un calcio diverso e forse non sarebbero entrati nella collettiva memoria di noi tutti che viviamo quest’ultimo ventennio o quasi, ma il destino ed il dio denaro ha riservato un posto d’onore agli spagnoli: figli celebrati ancor più dei loro stessi padri.
Tanto il lavoro certosino di van Gogh nell’immortalare i suoi girasoli, quanto quello di Erik ten Hag, il timoniere dell’Ajax 3.0, dopo quello di Cruijff e quello di Van Basten e Rijkaard, nel plasmare una squadra sulla carta senza pretese alcune, ma in campo tremendamente vivace. In realtà, tornando a poc’anzi, ten Hag ha da ringraziare un catalano per buona parte del bagaglio tattico calcistico appreso: Pep Guardiola, nell’esperienza al Bayern di qualche anno fa. Ecco che tutto sembra annodarsi ed avvolgersi intorno l’idea di calcio dettata dal Profeta del gol in Catalogna.
L’avventura dell’Ajax di ten Hag inizia a fine dicembre 2017 quasi per caso, per forza di cose, pian piano prende vita e la prima esperienza dell’allenatore olandese ad Amsterdam è discretamente positiva, ma il bello deve ancora arrivare.
Stagione 2018/19: Eredivisie contesa con i rivali del PSV da una parte ed il cammino in Champions League dall’altra. Champions apparentemente impossibile anche solo da pensare, con origini lontane, lontanissime, si parte dal secondo turno di qualificazione a fine luglio, in piena estate, ma Real Madrid e Juventus hanno ricordi recenti ed ora il Tottenham, a metà dell’atto. Alcuni demeriti avversari, assolutamente, non siamo ipocriti, ma anche tanti, tantissimi meriti dei giovani Lancieri. La difesa, il centrocampo, la trequarti e l’attacco, sulla lavagna sembrano esser cose separate, ma in quel rettangolo di gioco diventano un tutt’uno. Arma a doppio taglio potenzialmente. Si attacca insieme e si difende altrettanto, il tecnico si priva di una prima punta, nonostante la presenza di Huntelaar e Dolberg, per dar vita alla New Generation. Falso nove? Trequartista? Mezza punta? Non è chiaro, a tratti tutti sembrano far tutto e questo è strepitosamente romantico e affascinante, ma se qualcuno ci chiede di esser categorici e dobbiamo proprio imbrigliare l’undici olandese in ruoli, allora ci limitiamo ai soli quattro lì avanti. Hakim Ziyech, Dušan Tadić e David Neres sono tre i trequartisti e Donny van de Beek ne è un altro aggiunto, un collante fra la trequarti e l’attacco, dove però non c’è nessun centravanti puro, quindi, se costretti, lo definiamo una mezza punta mobile, senza scomodare il paragone con il Falso Nove dell’epopea guardiolana al Barcelona, altrimenti cadremmo nella prevedibilità e questo Ajax è tutto fuorché prevedibile. Questo Ajax è anche De Jong e De Ligt, ma anche Tagliafico.
Le trame di gioco sembrano incise sul campo, di getto, istintive, come van Gogh stendeva i colori con pennellate ruvide e dense, spesso le une sopra le altre finché i pigmenti erano ancora umidi e scolpiva poi letteralmente gli strati di colore nella ricerca di ombre, non morte, ma vive, scalfite dall’impugnatura del pennello, così come i tacchetti sul prato. Questo Ajax è un undici che gioca un calcio esaltante e, paradossalmente, la cosa più bella è che tutto ciò, con forti probabilità, terminerà al culmine di questa stagione, con il denaro ad attrarre i protagonisti verso altri lidi. Il dio denaro, ancora una volta a sfasciare i sogni di chi si emoziona con il calcio e ciò che è destinato a presto finire ha un sapore differente, malinconico, assolutamente, ma anche emozionante e segnante nella memoria nostra.
Ma questo Ajax, oltre al gioco di prima tra il centrocampo ed i quattro avanti, l’imprevedibilità, la solidità, il carisma già acquisito da De Ligt, l’esperienza di Blind, quasi a far da fratello maggiore a tutti, ha qualcosa in più. Sana irriverenza, profusa ad una incosciente follia d’età, come se la giovinezza scendesse in campo con loro, al loro fianco, come un dodicesimo, tredicesimo uomo su cui contare. Certo, dopo tutto ciò, il sogno comune sarebbe la vittoria finale in Champions, qualcosa assolutamente sensazionale, intangibile forse, e a memoria verrebbe da pensare a tratti al Leicester di qualche anno fa in Premier League con le relative proporzioni. Tuttavia, si sa, così come drammaticamente frenetico l’animo di van Gogh, frenetico può esser l’animo di questi giovani ragazzi: per un sogno in bilico tra l’esser stupendo e il tramutarsi in leggendario.
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]]>I rigori sembrano cosa fatta ormai, ma forse no, perché all’ultimo respiro i ghanesi ci riprovano, il primo tentativo è ribattuto, il secondo invece sembra voler spedire a casa la Celeste. Le valigie sono già pronte, la corsa in questa Coppa del Mondo è davvero giunta al capolinea per l’Uruguay, davvero? No, perché la seconda conclusione ghanese viene parata sulla linea di porta, ma non è Muslera a tirar su il muro celeste, è Luis Suárez. Rosso diretto e rigore, ma goal certo pur sempre sventato. Quel rigore il Ghana lo fallisce incredibilmente ed alla lotteria dagli undici metri sarà proprio l’Uruguay a spuntarla con il cucchiaio finale di Abreu.
La parata sull’orlo del baratro, anzi sarebbe meglio dire, a millimetri dall’eliminazione, la dice lunga sulla personalità del centravanti della Celeste, sulla voglia di non perder mai, non rassegnarsi alla sconfitta, vero e proprio cannibalismo alla vittoria e vogliamo partire giusto da qui per raccontare di Luis Alberto Suárez Díaz, in arte El Pistolero.
“Ho preso un rischio e sono stato criticato per non aver avuto fair-play, ma non ho picchiato nessuno. Per questo ho esultato, perché ho preso un rischio che ha pagato”.
Luis Suárez
E’ il Nacional de Montevideo a lanciare Luis nel 2005 in prima squadra e dopo appena un anno in patria subito su di lui piombano gli occhi del Groningen, il passo dal Sud America all’Europa è cosa fatta, rapida, fulminea e l’Eredivisie sarà il futuro di Suárez. A Groninga il Pistolero resta appena un anno, non perché non abbia convinto, anzi, tutt’altro: 13 reti in 29 partite. Numeri che convincono l’Ajax a portarlo nell’estate del 2007 ad Amsterdam dove farà coppia fissa con Jan Klaas Huntelaar, goal ed assist non fanno differenza per Luis, lui nel tabellino di gara c’è, sempre e comunque, in un modo o nell’altro.
L’avventura all’Amsterdam Arena dura quattro anni, il 2 febbraio 2011 è il giorno dell’esordio con il Liverpool e, senza perder tempo, Luis azzanna subito la sua prima preda: lo Stoke City. Dalle parti di Anfield, il Pistolero affina le doti da killer in area di rigore e con i Reds conquista la sua prima Scarpa d’oro con i suoi 31 goal in Premier League, pur senza vincere il campionato con il suo Liverpool.
Ma Luis vuole qualcosa di più, spingersi ancora un po’ oltre e l’11 luglio 2014 il Barcelona annuncia di aver un nuovo numero 9, è uruguaiano e porta con sé un cartellino da 75 milioni di sterline: ovviamente è proprio Suárez. Con il Barcelona è davvero difficile elencare tutti i record, individuali e collettivi, le vittorie e i trofei conquistati, limitiamoci a sentenziare con un categorico: tutto.
Ma Luis non è solo questo, Luis è anche qualcos’altro. Qualcosa che lo contraddistingue, evitabile forse, ma pur parte della sua personalità. Il Pistolero morde, sì, esattamente. Suárez morde gli avversari, pare sia successo ai tempi dei primi anni in Uruguay, succede all’Ajax, succede al Liverpool e succede anche in Nazionale nel 2014 contro l’Italia, chiedere a Giorgio Chiellini per maggiori dettagli. Perché lo faccia non è dato conoscerlo, ma a noi piace pensare che, metaforicamente o un po’ meno, voglia azzannare i suoi avversari, come un predatore azzanna la sua preda, vogliamo immaginare che sia un modo per saziare la sua fame di vittoria! Sì, perché Luis vince ed è ossessionato dalla vittoria e, se volete, chiamatelo pure: serial winner.
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]]>Nel panorama calcistico probabilmente c’è qualcuno che indossa il 19 e ne rispecchia in sé stesso, in buona parte, il significato. A vedere il suo passato si potrebbe pensare ad un calciatore d’altri tempi, almeno di una ventina d’anni fa, quando le giovanili dei club italiani formavano i ragazzi che poi sarebbero esplosi nelle cosiddette big, tuttavia, nonostante l’ampio spazio temporale rispetto il ventennio scorso, per lui è andata proprio così. La prima tappa è Viterbo, poi di sfuggita Milano, Treviso, Pisa e infine Bari. In Puglia 38 partite da titolare su altrettante giocate dai galletti biancorossi, ben 3.420 minuti in campo e finalmente la chiamata importante. Torino, sponda bianconera: Juventus. Adesso è facile capire chi sia il nostro numero 19, inutile girarci intorno: Leonardo Bonucci.
Di Leo non si può certo dire che manchi di personalità. Per Leo non esistono vie di mezzo. La vita sul campo per lui è bianca o nera, a dire il vero con una breve parentesi rossonera, ma pur sempre senza mezze misure. Il 19 per lui sembra perfetto, come fosse un numero cucito sulla sua pelle, che abbia plasmato il suo carattere. Diretto, esplicito, forse alcune volte anche un pizzico troppo, Leo si schiera, sempre, bene o male che sia e nel dubbio sulla vostra fede calcistica lo immortaliamo con la maglia Azzurra, quella della Nazionale, quella maglia che una volta indossata copre o dovrebbe coprire ogni singola rivalità sportiva tra club, facendoci schierare tutti dalla stessa parte. Ah, ovviamente, Leo sta con noi!

“Non dobbiamo esaltarci per quello che abbiamo fatto, anzi, dobbiamo riflettere per cercare di migliorare le cose meno buone”
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]]>«Look, if you had: one shot or one opportunity to seize everything you ever wanted, one moment, would you capture it or just let it slip?»
Un’unica opportunità, un’unica chance, un’unica e sola possibilità di cogliere tutto ciò che hai sempre voluto, in un solo momento: un viaggio di sola andata, un’avventura dal Brasile all’Europa. Stato del Rio Grande do Sul, microregione di Porto Alegre, Sapucaia do Sul: è qui che ha inizio la nostra avventura.
Clima tipicamente tropicale e due stagioni a farla da padrone. Una stagione secca, un’altra estremamente piovosa e lo skyline che ci accoglie è presto descritto. Da una parte ampie strade, le infrastrutture, la metropolitana di Porto Alegre, l’aeroporto ed i centri abitati, dall’altra il mare e la linea di costa. Il caos di Porto Alegre si dirama, quasi disperdendosi progressivamente nelle cittadine vicine. Proprio come in quel di Sapucaia do Sul. Qui sembra di immergersi ed affogare in un oceano post-moderno, un po’ come se la clessidra del tempo si fosse arrestata, inspiegabilmente inceppata, a qualche decennio fa. Cartelloni pubblicitari, insegne, colori talvolta vivaci, talvolta opachi e quasi sbiaditi, come il tempo li avesse consumati, abitazioni dalle dimensioni non esagerate sparse qua e là e strade abbastanza ampie alternate a vicoli; vicoli dove i bambini giocano, giocano molto, quasi tutto il giorno e tanti inseguono un pallone, sgualcito, malmesso, ma custode dei loro più brillanti sogni.
Tutto accade in un attimo. Braccia più larghe del solito a voler cercare un maggiore equilibrio e tre tocchi al pallone. Prima una carezza di interno per un controllo cristallino, poi altri due tocchi, irriverenti, apparentemente scissi e sconnessi, ma in realtà tremendamente continui e fluidi, fulminei verrebbe da dire, prima con il collo esterno, poi immediatamente ancora con l’interno, una frustata, ed il pallone che in una frazione di secondo sembra andar prima a sinistra e poi a destra, come fosse annichilito, come fosse un elastico. Esatto, proprio un elastico. Quindi, ricapitolando: Porto Alegre, elastico, Ronaldinho? No, il Gaúcho avrebbe domato la sfera con il destro, qui invece parliamo di un mancino, non può proprio essere Dinho. Questo è il mancino di un ragazzo nato il 14 settembre di quasi ventotto anni fa, è il sinistro di Douglas Costa.
Ed in quel settembre di ventotto anni fa ci sono anche due ragazzi di Sapucaia do Sul, Marlene ed Antonio, che vedendo venir alla luce il loro piccolo Douglas, conservano anche un sogno. Un sogno banale per tanti genitori, ancor più se brasiliani, per giunta proprio in quel Brasile dove accanto alla Samba entra di prepotenza il Calcio. I due desidererebbero che il piccolo potesse in futuro diventare un calciatore professionista, cosa che non è riuscita ad Antonio, papà di Douglas. E che noi adesso vogliamo crederci o meno, è pur sempre un sogno. D’altronde sognare non costa nulla. E sembra proprio che questo sogno si possa realizzare davvero o, per lo meno, ci si prova.
All’età di undici anni, Douglas entra prima tra gli allora settori giovanili del Novo Hamburgo, squadra locale, e poi tra le fila del Grêmio, non proprio una squadra qualunque in Brasile. Douglas mette subito in mostra le sue doti tecniche anche se, come spesso accade, la struttura fisica gracile non lo aiuta. Il Grêmio cerca un calciatore più pronto anche fisicamente e Douglas deve raggiungere, crescendo, una struttura fisica consona, ma ha appena dodici anni, il tempo è dalla sua. Infatti nel 2008, precisamente il 4 ottobre, a poche settimane di distanza dal suo diciottesimo compleanno, Douglas è pronto. Il Grêmio lo manda in campo contro il Botafogo ed è subito, incredibilmente, goal.
Prima il sogno dei genitori avveratosi e poi l’esordio con goal, ma è realmente tutto vero o si tratta di una favola? Proviamo a chiederlo dalle parti di Donetsk, in Ucraina, ma poi perché proprio in Ucraina? Non eravamo in Brasile? Sì, eravamo, per l’appunto, perché intanto le prestazioni di Douglas Costa iniziano a far gola ad alcuni club europei ed a spuntarla è proprio lo Shakhtar, celebre colonia di brasiliani: Luiz Adriano, Willian, Ilsinho, Jadson, Fernandinho, Alex Teixeira. Sembra quasi che Douglas rimanga in Brasile o che sia giunto in una sorta di avamposto verdeoro in Ucraina.
L’esperienza in Ucraina è un filtro, una sorta di scena per approcciarsi al calcio europeo; un calcio diverso, estremamente diverso, da quello brasiliano. Allo Shakhtar sono due le cose a crescere esponenzialmente: da una parte l’estro palla al piede di Douglas Costa, che mettendo a segno 29 reti, dà saggi assurdi delle sue qualità tecniche, mentre d’altra parte è proprio il suo palmarès a crescere e qui il monopolio della squadra di Donetsk in Ucraina non è cosa da poco: cinque campionati, tre coppe e quattro supercoppe. Anzi, fosse arrivato qualche anno prima, avrebbe messo in bacheca anche una Coppa UEFA.
Purtroppo per lo Shakhtar però le sorti non coincideranno con la favola vissuta sinora da Douglas e nell’estate del 2014, a fronte dei conflitti politico-militari venuti fuori in Ucraina, il brasiliano inizierà a manifestare la voglia di andar via, cambiare aria, vivere un calcio felice e spensierato e dopo un anno è accontentato, si vola in Germania, Monaco di Baviera: è il Bayern a prelevarlo per circa 30 milioni di euro. Tuttavia non tutto va a meraviglia. Douglas Costa resta in Germania due anni, con Guardiola trova spazio, con Ancelotti poi molto meno. Il brasiliano non segna tantissimo, è vero, iniziano le prime insinuazioni su quanto sia bello da vedere, ma poco cattivo sotto porta, ci si chiede se Douglas sappia segnare, ma si tralascia un dettaglio non da poco: gli assist. Douglas Costa in Germania sfornerà 27 assist, un numero non proprio da sottovalutare.
Intanto mentre al Bayern si storce il naso, in Europa è la Juventus a segnarsi il suo nome sul taccuino. A Torino si cerca qualità, si cercano calciatori che sappiano saltare l’uomo, fulmini di guerra nell’uno contro uno, gente che dia imprevedibilità, che possa cambiare il volto di una partita in un istante, un lampo, ed in questo senso chi c’è meglio di uno che si fa chiamare Flash?
Douglas Costa arriva alla Juventus nell’estate del 2017, parte in sordina, un po’ per volta, sembra che Allegri voglia catechizzarlo al calcio italiano, un calcio diverso da tutti gli altri, un calcio dove accanto alla tecnica serve astuzia e cattiveria e Costa capisce tutto ciò. Douglas inizia a macinare minuti e presenze, sia da titolare, sia da subentrante, i goal non saranno tantissimi, ma gli assist sì, saranno cristallini, al veleno. Ed a Torino non si storce il naso come in Baviera, qui Douglas deve principalmente far andare in rete i compagni di squadra e questo gli riesce alla perfezione. Alla Juventus svolterà più e più partite, su tutte una contro la Sampdoria: entra al 45esimo, la partita finirà tre a zero e tre saranno gli assist di Flash. Super. La stagione in bianconero è felice per Costa e gli vale la conferma per l’anno successivo. D’altronde si deve esser incoscienti per non amare le giocate del brasiliano e se risultano esser anche concrete e finalizzate, di cosa ci si può lamentare?!
Per adesso siamo giunti al presente, ma sarà incredibilmente bello conoscere fra qualche anno il proseguo della favola di Douglas Costa. Una favola come un viaggio, per ora però forse di sola andata. Sì, di sola andata perché prima bisognerà salire sul tetto d’Europa e poi verrà il tempo di tornare in famiglia, quella famiglia da cui Douglas si è dovuto separare per inseguire il sogno, quel loro speciale sogno. Ed allora verrebbe da cucirgli addosso i versi di Eminem, gli ultimi versi di “Lose Yourself”.
«Mom, I love you, but this trailer’s got to go, I cannot grow old in Salem’s lot, so here I go is my shot. Feet fail me not this may be the only opportunity that I got!»
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]]>Ma se avvolgessimo il nastro di un po’, potremmo vivere emozioni forti, potremmo riassaporare storie intrise di orgoglio nazionale, di delusione, di passione e di sana cattiveria sportiva, perché si sa, senza tutto ciò, senza quel pizzico di cinismo, il gioco del calcio non sarebbe quello che davvero è.
A impersonare l’identità di popolo, di Nazione, ci pensano Granit Xhaka e Xherdan Shaqiri durante Svizzera – Serbia, una partita apparentemente normale di questo Torneo, come tutte, ma non per alcuni calciatori schierati nell’undici svizzero; per loro è una sorta di vendetta, un momento per urlare forte la loro appartenenza kosovara ed ecco servita, nel 2 a 1 di Kaliningrad, la doppia esultanza provocatoria con il gesto dell’aquila ai danni dei serbi.
E’ la Russia, invece, a rappresentare la forza fisica, la veemenza e la voglia di rendere fieri i colori che ospitano questo Mondiale e chi meglio di Artëm Sergeevič Dzjuba può esser emblema di ciò?! Con la prepotenza con cui si presenta sul dischetto contro David De Gea e la sua Spagna agli ottavi, con la sua esultanza in pieno stile militare, con il supporto di un intero stadio, Artëm e la Russia intera buttano via il tiki-taka spagnolo e raggiungono addirittura i quarti, dove si fermano solo ai rigori, questa volta potremmo dire a millimetri dal passaggio del turno, capitolando contro la Croazia, contro il rigore infallibile di Ivan Rakitić. I russi saranno l’ennesima sorpresa di questo Mondiale.
Ennesima? Sì, perché la prima ce la regala, nel bene o nel male che sia, la Germania già nella fase a gironi. Alla prima uscita i tedeschi vengono superati dal Messico del Chucky Lozano e di Javier Hernández, provano a rimediare poi contro la Svezia, riuscendovi per il rotto della cuffia, per poi esser definitivamente sconsacrati dalla modesta Corea del Sud nell’ultima partita del girone.
Altra grande, forte sorpresa porta i colori della Spagna. Gli iberici aprono il Mondiale con l’esonero di Lopetegui, rimpiazzato con orgoglio da Hierro, ma gli esiti non sono entusiasmanti. La Spagna supera il proprio girone con Portogallo, Iran e Marocco ma, come visto, si infrange contro il muro russo agli ottavi, salutando la competizione ai rigori. La sintesi del torneo giocato dagli spagnoli sta nel rapporto fra passaggi effettuati e reti realizzate nella gara contro i russi: 1114 passaggi e appena una rete, fin troppo sterili.
E gli dèi invece? Messi, Cristiano Ronaldo e Neymar? Beh, le latitudini russe per loro esigono tre capitoli speciali, verrebbe da dire esclusivi, ma hanno tutti un epilogo uguale: la caduta.
Messi e la sua Argentina escono male dal torneo contro la Francia e anzi, probabilmente giocano anche un ottavo di finale abbastanza immeritato. L’Albiceleste si presenta in Russia senza una vera identità, confusione e disordine regnano nella testa dei calciatori, così come in quella di chi invece dovrebbe dominare tutto ciò, il CT Sampaoli. I diamanti offensivi sembrano esser grezzi e poco lavorati, specchio di una gestione della Rappresentativa Nazionale alquanto discutibile, dai vertici, sino alla panchina.
Cristiano Ronaldo, invece, per il suo Portogallo dà tutto quello che può. E’ il 15 giugno, gara di esordio per i lusitani e subito derby iberico contro la Spagna, finisce tre a tre, Portogallo e Furie Rosse pareggiano, anzi, sarebbe giusto dire, Cristiano Ronaldo e Spagna pareggiano. Una sola parola a sintesi di tutto: tripletta. Rigore, tiro dal limite e punizione. Le cose per il Portogallo non cambiano nelle successive uscite, è ancora un monologo del loro one man show, fino all’ottavo di finale contro l’Uruguay, guidato da un meraviglioso Óscar Tabárez in panchina; finirà 2 a 1 per i sudamericani e l’avventura di Ronaldo, nonostante tutto, arriva al capolinea. Ah, raccontando del Portogallo, quasi dimenticavamo di Ricardo Quaresma. Tranquilli, contro l’Iran, il trentaquattrenne si è preso la scena, ha segnato: trivela, ovviamente.
Neymar in parallelo prova a prender per mano il suo Brasile, ma non scatta la scintilla, per lo meno non sempre. La Seleção sembra non deludere le aspettative nelle prime uscite e tutti, ma davvero tutti, iniziano a vederla di buon occhio, si pensa possa vincere il Trofeo. D’altronde con O’Ney, al netto di svariate cadute, con l’estro di Coutinho e con la solidità difensiva si può ben sperare. Il girone è gioco facile, così come gli ottavi contro il Messico, ma ecco che ai quarti succede qualcosa. I verdeoro al primo vero esame si fanno trovare impreparati. Il docente si chiama Belgio, anzi, si chiama De Bruyne, Hazard, Lukaku, Witsel, si chiama Diavoli Rossi per farla breve. Finisce due a uno alla Kazan Arena ed è tempo di tornar a casa anche per il brasiliani.
Il Belgio, un vero e proprio gioiello dalla brillantezza infinita, gioca un Mondiale superbo. I Diavoli Rossi scendono in campo puntando sempre e solo al gioco, alla qualità, al fraseggio e al palleggio, ma è il contropiede a venir loro in soccorso al minuto 94 nell’ottavo contro la sorpresa Giappone. Hazard e gli altri hanno appena concretizzato una rimonta lampo dopo il doppio svantaggio imposto dai nipponici, quando sull’ultima azione, un corner in favore del Giappone, decidono di metter la freccia, recuperano palla e volano, anzi, fuggono verso la porta avversaria, contropiede sibillino e rete qualificazione di Nacer Chadli. Ai quarti contro il Brasile, il nastro lo abbiamo raccolto e già proiettato, quindi andiamo oltre. Il penultimo step, il gradino da superare prima della Finale, si chiama Francia. I Diavoli Rossi cedono alla solidità francese, nonostante producano tanto, tantissimo, ma il destino dice no. Il fato non vuole una nuova Danimarca in versione Euro ’92, anche perché i danesi si sono schiantati contro la Croazia nel turno precedente ai rigori, dopo 120’ meravigliosi. Il Belgio deve fermarsi in semifinale contro la Francia, anzi, potrà accontentarsi del terzo posto che arriverà ai danni dell’Inghilterra.
Inghilterra che si rende protagonista di un Torneo abbastanza particolare, sembra persuadere tutti, seppur gli avversari incontrati non risultino irresistibili, ma proprio nel momento più importante il suo uomo simbolo, capocannoniere di Russia 2018, Harry Kane inizia ad offuscarsi, la mano del centravanti scivola via su quella inglese e i ragazzi di Southgate sbattono contro gli scacchi croati in semifinale prima e contro il Belgio nella finale terzo posto poi.
Ma torniamo a chi di gloria si è vestito: la Francia. I transalpini iniziano lentamente, quasi alimentano ripensamenti nei bookmakers, per poi iniziare a far sul serio nella fase a eliminazione diretta. Quattro a tre all’Argentina, due a zero all’Uruguay ai quarti, uno a zero al Belgio in semifinale e quattro a due alla Croazia nell’ultima, l’ultimissima di Russia 2018.
Chi invece di luce riflessa, del secondo posto, dovrà accontentarsi, proprio la Croazia, si rende protagonista di un percorso Mondiale ricco di emozioni, i rigori sono il leitmotiv croato, prima la Danimarca, poi la padrona di casa, Russia, e si rischia anche in semifinale, ma Mandžukić decide di stendere i leoni inglesi nei supplementari. In Finale, forse l’emozione, forse la tensione giocano un ruolo chiave; le maglie a scacchi dominano a lunghi tratti nei primi sessanta minuti, ma la cattiveria e la concretezza francese si dimostra superiore e ci si deve arrendere.
Forse tutti gli amanti di questo incantevole Sport, tranne i francesi naturalmente, avrebbero gioito un po’ nel veder salir sul tetto del Mondo la Croazia, una Nazione di appena quattro milioni di abitanti circa, una vera sorpresa, perché in fondo tutti amiamo ciò che mai appare banale, ma l’obiettività del campo si è tinta del tricolore francese: Francia campione del Mondo 2018.
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]]>Dilettantismo, semi-professionismo e professionismo: ruota intorno a queste tre parole la storia dei Diables Rouges, la storia della Federazione calcistica belga, la storia, più semplicemente, del Belgio.
L’esperienza internazionale del Belgio, dopo l’esordio ufficiale, datato 1° Maggio 1904, inizia proprio in casa. È il 1920 e ci troviamo nelle Fiandre, Olimpiadi di Anversa per la precisione, e qui il Belgio vince la medaglia d’oro contro l’allora Cecoslovacchia. Vittoria che potrebbe fregiare il Belgio del primo Mondiale, seppur come riconosciuto dalla Fifa: Mondiale per dilettanti, ma non andrà esattamente così, infatti, a differenza dell’Uruguay, in Belgio non si considererà mai questa vittoria alla stregua della conquista di una Coppa del Mondo.
Negli anni successivi le fortune dei Diavoli Rossi saranno molto scarse: quattro partecipazioni ai Mondiali e quattro eliminazioni al primo turno, 1930, 1934, 1938 e 1954, d’altronde erano pur sempre ancora dei “dilettanti”, così la prima svolta, per lo meno sulla carta, si ha al Mondiale del 1970. In Messico il Belgio si presenta da semi-professionista, ma il succo non cambia: ennesima disfatta ai gironi. È tempo di cambiare: subito dopo, la federazione introdurrà il professionismo a pieno titolo.
Spagna 1982: professionismo e tre vittorie su tre al primo girone per il Belgio; cadono rispettivamente Argentina, El Salvador ed Ungheria, peccato solo per la seconda fase a girone; fase che vedrà capitolare la Nazionale belga al cospetto di Polonia ed Unione Sovietica.
Al Mondiale del 1986 si accede, invece, battendo i cugini olandesi e ci si fermerà solo in semifinale, ci si fermerà davanti la doppietta albiceleste di Maradona, chiudendo la competizione al quarto posto.
Gli anni seguenti saranno invece abbastanza negativi per il Belgio, delusioni agli ottavi di finale ad Italia ’90, stesso esito ad USA ’94 ed eliminazione al primo turno in Francia nel 1998, mentre nel 2002 ci si ferma di nuovo agli ottavi, questa volta a sbarrare la strada dei Diavoli Rossi ci penserà il Brasile ed un goal regolare annullato al centrocampista belga Marc Wilmots.
Negli anni a segure: il baratro.
Ma, come spesso accade, dopo le difficoltà si trovano le forze per rialzarsi ed in Belgio, di forze, ne hanno trovate abbastanza, elenchiamone alcune, giusto per rendere l’idea: Thibaut Courtois tra i pali, il trio Vertonghen – Alderweireld – Kompany in difesa, la qualità di De Bruyne a centrocampo, di Eden Hazard, Mertens e Lukaku in avanti, senza dimenticare il contrastante Nainggolan, spesso però escluso dalla Selezione. A tal proposito, è giunta proprio ieri la notizia della clamorosa esclusione del romanista!
Il Belgio si presenta così ai Mondiali in Brasile del 2014 e fa abbastanza bene, qui si fermerà ai quarti contro l’Argentina, futura finalista.
Ad i Mondiali del 2018 i Diavoli Rossi si annunciano con un super biglietto da visita: prima formazione europea a qualificarsi per la competizione e nella prima fase a girone li attenderanno Panama, Tunisia ed Inghilterra.
La stella
Esiste una stella nel Belgio? Solo una? Proprio no, assolutamente no. Il talento a disposizione del CT, Roberto Martínez, è tanto, tantissimo. Per essere abbastanza diretti ed emblematici diciamo apertamente che potenzialmente il commissario tecnico avrà problemi di abbondanza. Tuttavia, se dobbiamo esser categorici, senz’altro le stelle sono due ed entrambe militano in Premier League: Kevin De Bruyne ed Eden Hazard, saranno loro due a dettar fantasia e ritmo di gioco, mentre spetterà quasi certamente a Romelu Lukaku buttarla in rete, ma siamo sicuri che il lavoro del centravanti, con alle spalle due talenti cristallini come quelli citati, sia un attimo più semplice del solito.
Pronostico bookmakers
Pronostico del Belgio ai Mondiali 2018? Beh, se i bookmakers ti danno a 13 volte la posta, questo qualcosa vorrà dire. Ad occhio e croce i Diavoli rossi dovrebbero raggiungere senza troppi problemi i quarti di finale, ma se dovessero gettare il cuore oltre l’ostacolo, allora forse potrebbe realizzarsi qualcosa di memorabile, una sorpresa gradita probabilmente da tutti, eccetto i loro avversari chiaramente, una vittoria che resterebbe impressa nella mente di tutti, come la Danimarca ad Euro92? Forse. In ogni caso attenzione a non esaltarsi troppo. Il talento c’è e su questo non si discute, ma il calcio è imprevedibile e sarà il campo ad aver l’ultima parola, come sempre, ogni volta tremendamente cinico.
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]]>«Carvajal, dall’altra parte Carvajal contro Alex Sandro, in mezzo a cercare… un goal meraviglioso, un goal meraviglioso di Cristiano Ronaldo, una prodezza di Cristiano Ronaldo per il 2 a 0 Real! E ci sono gli applausi, e ci sono gli applausi della tribuna, no di tutto lo stadio, di tutto lo stadio, va sottolineato. C’è tutta la tribuna in piedi a battere le mani, c’è tutto lo stadio a battere le mani… per un goal leggendario, da grande campione!» Parole queste, invece, di Pierluigi Pardo pochi giorni fa, esattamente il 4 aprile 2018.
Dieci anni di distanza, esattamente tremila quattrocento trentasei giorni, prima in Spagna, poi in Italia, prima a Madrid, poi a Torino, circa mille e cinquecento chilometri di distanza, al Santiago Bernabeu prima, all’Allianz, anzi, allo Juventus Stadium poi. Alessandro Del Piero prima, Cristiano Ronaldo poi. Vestiti d’oro, ricoperti di applausi. Minuto 92 al Bernabeu, minuto 64 allo Stadium. Entrambi gli stadi, gremiti, in quei due precisi istanti scrosciano in due indimenticabili applausi, è una completa ovazione in entrambi i casi, anzi per Alex vanno anche tutti, ma proprio tutti su, tutti in piedi, ed il Capitano non potrà non provare orgoglio e probabilmente un pizzico di commozione, alzerà gli occhi al cielo con lo sguardo umile di un campione che ha vinto tanto, di una bandiera segnata da una carriera intrisa di sacrificio e difficoltà, e poi quello sguardo andrà dritto verso gli spalti del Bernabeu, applaudirà con le mani protese verso l’alto, come a voler ringraziare ogni singolo gesto di riconoscimento ricevuto, abbraccerà De Ceglie, compagno di squadra che sta per entrare al suo posto, e si accomoderà nel tripudio della panchina bianconera.
Cristiano Ronaldo, invece, dieci anni dopo, a Torino, segna un goal fantascientifico in rovesciata, vola a 2 metri e 27 centimetri di altezza nel colpir il pallone, pallone che entra nella rete bianconera senza appello, senza che nessuno possa far nulla. Buffon in porta non può assolutamente nulla, Barzagli, a pochi metri di distanza, pone le braccia sui fianchi in segno di rassegnazione mista a incredulità. Cristiano si rende conto della prodezza, è un attimo, esulta, abbraccia i compagni e poi avverte qualcosa, come un brivido, qualcosa mai provata prima, avverte un’ovazione dell’intero Stadium, unisce i palmi delle mani, fa un piccolo inchino, a voler ringraziare il pubblico, e poi si porta la mano sul cuore.
Ineccepibili, sublimi, prima Alex, poi Ronaldo e dopo ancora le due tifoserie, insieme. Due fantastici segni di riconoscenza verso due avversari troppo, troppo decisivi, verso due autentiche leggende: Alex romantico, Cristiano tremendamente cinico e perfetto.
Alex romantico, sì, perché in quel 5 novembre 2008 nessuno avrebbe mai scommesso sulla Juventus vincente contro i Blancos a casa loro. Una Juventus alla sua prima Champions dopo la retrocessione forzata in serie B, una Juventus trascinata dai suoi uomini chiave. Quella sera Alex e compagni portano l’oro addosso, il color oro della seconda divisa stagionale. Sognano di espugnare il Santiago Bernabeu e tornare velocemente tra le grandi d’Europa. La partenza è intensa, i bianconeri recuperano palla a centrocampo quando entra in possesso del pallone Alex, qualche passo e poi un sinistro affilato sul secondo palo, è 0-1 Juventus, è il minuto 17 e Del Piero lambisce il cielo per la prima volta quella sera, ma poi su punizione, al minuto 67, decide di proiettarsi direttamente in paradiso, è l’apoteosi: fulmina Casillas e si lancia in una sensazionale esultanza scivolando in ginocchio sul prato verde di Madrid. Brividi, pelle d’oca, emozioni, non si riesce a descrivere cosa abbia provato il popolo juventino in quegli istanti e chi qui ha scritto non può negare brividi al solo pensiero di quella indimenticabile sera, la prima grande sera dopo due anni di astinenza per la Juventus, una semplice vittoria per alcuni, invece no. Una sera ed una partita coronata nel migliore dei modi, coronata da chi aveva sollevato l’oro al cielo due anni prima nella finale di Berlino con la Nazionale italiana, coronata dal Capitano della Juventus, coronata da chi aveva ed ha ancora il bianconero nel cuore.
Cristiano Ronaldo invece è perfetto, cinico, quasi da domandarsi se sia reale, domandarsi se davvero un calciatore, anzi, un atleta, perché Cristiano è un completo atleta, a trentatré anni possa mantenere livelli e risultati stellari, stupefacenti ed addirittura migliorarsi con il passar del tempo, raggiungendo traguardi paranormali. Al suo Real quest’anno, per ora, non resta che la Champions, dopo il distacco in Liga dettato dal Barcelona, e Ronaldo alla prima occasione risponde presente, presente eccome, allo Juventus Stadium. Prima un guizzo al minuto 3, poi nella seconda frazione di gioco la rovesciata che vuol dire raddoppio, doppietta personale, ma soprattutto una segnatura esplosivamente dinamica, razionale e letale. Lo 0-2 del Real, risultato atroce per la Juventus, risultato che pesa come un macigno sul quarto di Champions bianconero, uccide l’intero stadio, stadio però che riserva a Cristiano un’ovazione totale, un segno di riconoscenza tangibile ed indelebile verso un atleta che sta scrivendo le pagine del calcio nel XXI secolo.
Due ovazioni totali, due acclamazioni, due tripudi generali: dieci anni fa per Del Piero, adesso per Cristiano Ronaldo. Da pelle d’oca si potrebbe dire. Tutto per due autentiche leggende, perché nel calcio, quello vero, probabilmente non esistono, o non dovrebbero esistere, colori a dividerci, ma solo emozioni ad unirci, perché in fondo solo di quelle possiamo davvero arricchirci: noi tifosi insieme a loro, loro leggende.
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]]>Eppure, nonostante tutto, il destino sembrava avesse scritto una storia del tutto diversa per Sebastian, una storia che lo avrebbe portato ad essere la luce della Vecchia Signora, la guida, il faro, il degno erede alla maglia numero 10 di Alessandro Del Piero, anzi, sotto alcuni aspetti Giovinco sembrava incarnare Alex, la tecnica di tiro ed i calci piazzati. A soli nove anni la pelle di Sebastian si tinge di bianconero insieme, qualche anno dopo, al fratello Giuseppe. Si somigliano i fratelli Giovinco, statura breve e movenze agili, ma tra i due è Sebastian a mostrarsi come predestinato e, dopo qualche anno, ecco il salto in prima squadra. La Juventus lo manda in prestito all’Empoli per poi riportarlo a casa nel 2008 e da buon predestinato gioca la sua prima ufficiale della stagione in Champions, è il turno preliminare contro gli slovacchi dell’Artmedia Bratislava, ma dopo due stagioni Giovinco sente di dover cambiare aria. La Juventus inizia a far fatica sotto la gestione Ferrara-Zaccheroni, un vero fallimento su tutta la linea, risultati disastrosi e tutto sembra disperdersi. Effettivamente a disperdersi nel caos è anche Giovinco, che esce allo scoperto e dichiara alle pagine di Tuttosport di voler andar via, è il 30 maggio 2010, è l’apparente inizio di una svolta per Sebastian.
Due mesi dopo si fa la valigia e si vola a Parma e qui la Formica Atomica rinasce: goal ed assist. Gioiscono tutti, i ducali, Sebastian ed anche la Juventus che non lo ha ceduto a titolo definitivo e può quindi nuovamente portarlo per l’ennesima volta a casa. Ma i bianconeri non possono di certo far salti di gioia quando vengono battuti due volte da Sebastian proprio nel gennaio di quel 2011 e non finisce qui. Giovinco segnerà ancora contro la Juventus, ma sarà un goal particolare, in una giornata particolare, come a voler marcare la sua presenza in casa bianconera, seppur indossi i colori gialloblu: Juventus – Parma, gara di esordio della Juventus nella nuova stagione, gara di esordio allo Juventus Stadium e gara di esordio per il suo nuovo allenatore: Antonio Conte. Lo Stadium esploderà a fine partita, sarà 4 a 1, e continuerà ad esplodere ancora ed ancora per l’intera stagione. Quella partita segna l’incipit del dominio juventino in Italia ed il destino, come a voler riportare il ragazzo sulla giusta strada, dà un po’ di luce anche a Giovinco, infatti Sebastian segnerà l’unico goal dei ducali in quella partita su rigore al minuto 90’.
E non a caso la sorte, dopo appena un anno, lo rivuole tinto di bianconero, lo rivuole alla Juventus, lo vorrebbe erede naturale di un Del Piero che intanto ha dato l’addio alla Signora il 13 maggio 2012 nel tripudio e nella commozione dello Juventus Stadium al minuto 57’ della partita, l’ultima in Serie A di Alex, contro la Dea atalantina, per poi concedarsi definitivamente sette giorni dopo nella finale di Coppa Italia.
Ma il peso è enorme, non è affatto facile riscattarsi, tornare alla Juventus e fare altrettanto bene, ma Sebastian ci prova e a dire il vero ci mette il cuore, fa bene, gioca in Serie A ed in Champions, segna e dipinge fantastiche traiettorie sui calci piazzati. Doppietta all’Udinese, goal in Champions al Nordsjælland, goal al Milan ed al Cagliari in Coppa Italia; un goal, quello al Cagliari, di cui il fato sembra andarne fiero: Giovinco indossa la maglia numero 12, timbra il cartellino al minuto 12’, è il 12/12/12 ed è la 12ª con la Juventus. Assurdo, una pura follia, tutto tremendamente perfetto, forse.
Forse appunto, perché a dire il vero Sebastian, nonostante continui a dare spettacolo e regalare belle prestazioni, non riesce ad alimentare l’alchimia bianconera e dopo due anni e mezzo decide di cambiare aria, cambia clima, cambia Continente, cambia vita, cambia tutto. Giovinco vola in Canada, vola al Toronto e qui diventa più atomico che mai, anzi diventa l’Atom Ant. Maglia numero 10 sulle spalle, magie sensazionali, in campo da falso nove, capocannoniere della MLS, record infranti e tante vittorie al BMO Field, tana del Toronto.
Cos’altro serve ancora per capire quanto Sebastian si sia preso gioco del destino che appariva già scritto per lui? Ah, si dice anche che tifasse Milan e non Juventus, ma questi sono dettagli. Dettagli, perché pare che il suo idolo fosse Alex, Alex Del Piero.
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]]>La loro infanzia, neanche a dirlo, è una di quelle difficili: il padre alcolizzato, il trasferimento dall’Irlanda all’Inghilterra, in quel di Manchester esattamente, nel quartiere di Burnage, la scuola non propriamente amata e lo spirito ribelle sempre pronto a star sulla corda, quasi a volerla recidere e spezzare.
A Burnage trascorrono infanzia ed adolescenza. Il mattone a faccia vista inglese tinteggia il basso skyline architettonico, abitazioni tradizionali, alcune abbandonate, altre più vitali, altre ancora specchio di una crisi che soffoca la classe operaia inglese di fine anni Novanta. La pioggia a farla da padrone per buona parte dell’anno, le pozzanghere sull’asfalto irregolare, gli ombrelli, i parka, gruppi di ragazzi e le birre, la musica ed il calcio: borghesia o classe operaia? United o City? Beh, visti i trascorsi dei fratelli Gallagher, la risposta appare abbastanza scontata: Sky Blues ovviamente, loro non possono che esser dei Citizens. Noel e Liam non possono non sposare la tenacia come stile di vita, strade tortuose, insidie, litigi e rivendicazioni personali, dissidi interiori e contrasti con il mondo esterno. Tra un salto allo stadio e tanti altri nelle sale di registrazioni, la loro musica è ruvida e melodica, è anch’essa un contrasto, il pubblico la ama ed i media la osannano. “Supersonic”, “Shakermaker”, “Live Forever”: tre singoli a lanciare il britpop dei Gallagher, poi concerti, metanfetamine e poi ancora l’apice con l’album “(What’s the Story) Morning Glory?”. E’ il 1995 e scoppia l’Oasis-mania.
La musica va alla grande e l’altra loro passione? Beh, il City non se la passa così bene. Il punto di contatto maggiore fra la band ed il club è rappresentato dal doppio concerto al Maine Road, dimora del City e per l’occasione anche degli Oasis. E’ l’Aprile del 1996 e fa strano vedere Noel e Liam primi protagonisti al Maine Road, proprio in quello stadio dove seguono i match casalinghi del loro City, sulle gradinate però, seppur da protagonisti a loro modo anche lì. 40.000 spettatori in entrambe le date, commozione, lacrime, passione e la chitarra di Noel raffigurante la Union Jack.
Per il loro Manchester City però sono anni difficili, dalla Premier alla terza serie inglese, poi le promozioni ed una nuova retrocessione. Gli Sky Blues sembra non ne vogliano proprio sapere di tornare ai vertici del calcio inglese e la buona sorte non è assolutamente dalla loro, ma le strade dei Citizens e quelle degli Oasis si incrociano sempre, si rincorrono, seppur in modo palesemente opposto. I Gallagher hanno ormai segnato un effetto down-top, il City, invece, esattamente l’opposto, è passato dai vertici all’abisso.
Intanto tra Liam e Noel le cose non vanno benissimo, ancora litigi, screzi, alcune volte persino in concerto, come quando, durante l’esecuzione di “Whatever” proprio al Maine Road, Liam smise si cantare dopo un battibecco con il fratello a causa di una banale incomprensione sul pezzo. Chissà che i due fratelli non lo facessero apposta per catabolizzare su di loro l’attenzione dei media, per essere costantemente protagonisti, nel bene e nel male, fino a dividersi, lasciando scomparire gli Oasis, senza però farli mai cadere nel dimenticatoio.
E’ il 2009 quando prima Noel e poi Liam dichiarano apertamente che gli Oasis non esistono più, zero ormai. Paradossalmente, per opposto, invece, è proprio qui che inizia il corso vincente dei loro Citizens, anzi, sarebbe meglio dire, è qui che iniziano ad essere gettate le basi per il futuro vincente degli Sky Blues. Iniziano a girare tanti soldi intorno al City, le Proprietà non si tirano indietro e vogliono riportare il City ai vertici ed anzi farsi beffe dei rivali dello United. La squadra intanto si sposta all’Etihad Stadium, Maine Road avrebbe visto la propria fine nel 2004, qui nel giro di pochi anni arrivano Silva, Kolarov, Balotelli, Dzeko, Yaya Toure, ma soprattutto il Kun Agüero. Pian piano, tassello dopo tassello, sembra prender forma la macchina infernale dei Citizens, come fosse destino tornare in alto, come si avverassero metaforicamente le parole buttate giù da Noel nel brano “The Masterplan”.
Beh, d’altronde sarà proprio il destino a riservare al City una bella sorpresa. 13 Maggio 2012, Manchester è divisa, ora più che mai. City e United appaiate a pari punti all’ultima di Premier League con la differenza reti in favore dei Citizens. Tutti soffrono, anche i Gallagher, ancora inesorabilmente divisi, sono questa volta uniti da un sogno comune, il titolo indiscusso inglese, come a voler tornare ad esser “Supersonic”. Succede però l’assurdo. Lo United al minuto 91 ha praticamente messo le mani sul campionato e ci staremmo chiedendo come sia possibile! Facile: i Red Devils hanno vinto la propria partita, mentre il City sta perdendo in casa con il modesto QPR, ma la sorte non è d’accordo, il Masterplan questa volta è tinto di celeste, ha tradito i diavoli rossi. Minuti 92 e 94. Dzeko prima, Aguero poi: 3-2 e fischio finale. Le parole non possono descrivere le emozioni provate sugli spalti, sarebbe irriverente, riduttivo, banale. Le parole possono solo dire che dopo anni di oblio il City è padrone d’Inghilterra, come fecero Liam e Noel con la loro musica quindici anni prima: like a “Champagne Supernova”.
Gli anni recenti dicono City ormai tra le big d’Europa, dicono Guardiola e cifre folli sul mercato, ma dicono anche dei fratelli Gallagher. Il Pep fa ascoltare ai suoi uomini i pezzi degli Oasis, mentre Liam e Noel continuano ad esser divisi ed in costante lotta, botta e risposta dall’una all’altra parte. Sempre. Ma è proprio solo una cosa ad unirli senza guardare con rabbia al passato, perché si sa, al cuore non si comanda: il Manchester City. “Don’t look back in anger, I heard you say, at least not today”.
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]]>Non è da tutti apprezzare questo paradigma di bellezza, probabilmente in molti apprezzano, infatti, l’opposto. E’ molto facile concepire, a primo impatto, come bello ciò che salta all’occhio in vivacità, in estrosità, ciò che viene, forse anche banalmente, captato da chiunque, ma non per forza deve essere così, che sia arte o architettura, musica o sport, passando per il passionale “gioco del pallone”. Perché sì, se ci troviamo in un campo da calcio, uno zero a zero, apparentemente semplice e fin troppo lineare, non deve essere concepito come brutto, non deve essere visto come noioso, per lo meno non sempre, d’altro canto non esistono mai certezze assolute. Tuttavia a noi tutto ciò non importa, a noi non importa delle certezze assolute, noi amiamo uno sport che certezze non ne ha: il calcio nella sua massima espressione.
Ci troviamo davanti uno schermo televisivo o allo stadio o magari dobbiamo accontentarci di nostalgica radiocronaca ad accompagnarci, ma non importa, neanche questo, ciò che conta è che stiamo seguendo la partita tanto attesa, magari si preannunciava anche tesa, d’altronde noi stessi siamo in tensione, quasi tendiamo a sudare ed a stento tratteniamo l’entusiasmo misto ad angoscia sportiva. Sono giorni che non pensiamo ad altro, il momento fatidico è giunto, palla al centro, cenni di intesa, si inizia.
Dopo i primi quarantacinque minuti sembra che le due squadre si siano annientate a vicenda, tutti troppo forti i ventidue in campo, i tiri nello specchio sono stati molteplici, altrettante le parate, aggiungiamo poi un legno colpito, per di più proprio dalla squadra cui tifiamo, ed il gioco è fatto. Restiamo fiduciosi, sappiamo e speriamo che il risultato debba prima o poi pur sbloccarsi, del resto ci sono ancora altri tre quarti d’ora di partita, il pareggio appare comunque improbabile, un goal deve arrivare, arriverà in un modo o nell’altro, ne siamo certi, la partita prima o poi si sbloccherà.
Proprio quel goal, però, non arriverà mai, anche nei secondi quarantacinque le due squadre non si sono risparmiate, se gli attaccanti hanno creato, anche bene a dire il vero, gli estremi difensori sono stati stupefacenti, le loro parate sembravano tendere all’infinito, come a voler toccare il cielo, sì, toccar il cielo con un guantone. Proprio quel goal, cui tanto si sperava, non arriverà mai, ma la partita è stata egualmente stellare, sino agli ultimi minuti l’abbiamo vissuta con il cuore in gola, come piace a noi, soffrendo, ribaltamenti di fronte continui, pur sempre resi vani dall’equilibrio, un equilibrio potenzialmente effimero, un equilibrio sinonimo di perfezione, raro, ma comunque già visto e teorizzato in passato, è infatti nell’immediato Dopoguerra quando Annibale Frossi afferma che lo zero a zero sia il risultato perfetto, perché espressione dell’equilibrio totale tra l’attacco e la difesa delle squadre in campo e noi, per lo meno dopo aver appena visto questa partita, non possiamo non concordare con lui.
Uno zero a zero può essere sì noioso, talvolta, ma altrettante volte può essere estremamente avvincente, interessante, perfetto. Perfetto per l’appunto, perché se uno zero a zero è giocato a viso aperto, senza ombra di dubbio rappresenta l’assoluta perfezione in chi lo ha interpretato, dal reparto difensivo, sino quello offensivo, ognuno ha dato il massimo nel proprio ruolo, ha generato scossoni, tensioni, emozioni, stati d’animo istantaneamente contrastanti, pur senza mai servirsi di quello che rappresenta il fine ultimo del calcio, il goal. Uno zero a zero che genera poesia è superlativo, sensazionale, vale molto più di un pareggio con goal, perché è proprio del goal cui è riuscito a far a meno, ha generato il massimo con il minimo indispensabile o, viceversa, forse è proprio il minimo ad aver generato il massimo.
Lo zero a zero può essere al tempo stesso caoticamente logico nella sua evoluzione, senza mai perdere la propria invariabilità, perché in fondo reinterpreta in pieno l’etichetta miesiana del «less is more» ed è proprio come un’architettura razionalista, un’architettura essenziale, dove, a concepimento raggiunto, nulla può esser tolto e nulla può esser aggiunto.
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