Davide Marino | www.rivistacorner.ch http://www.rivistacorner.ch Fri, 22 May 2020 15:53:00 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.2 http://www.rivistacorner.ch/wp-content/uploads/2016/09/cropped-144-01-150x150.png Davide Marino | www.rivistacorner.ch http://www.rivistacorner.ch 32 32 Instagram e calcio: la Top 5 dei profili più belli http://www.rivistacorner.ch/instagram-e-calcio-la-top-5-dei-profili-piu-belli/ Fri, 22 May 2020 15:50:21 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=10592 Tutti hanno Instagram, tutti seguono calciatori. Ma quali sono i calciatori che meriterebbero davvero il "segui"? Qui i top 5 di quelli, che sembrerebbero i più interessanti.

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Periodo di distanziamento sociale ma non di distanziamento dai social, quelli vivono e sono più attivi che mai. Per svago o per lavoro, quindi per noia nei tanti momenti morti e o per l’utilità nell’arrivare a più persone i social stanno diventando sempre più strumento di comunicazione e condivisione.
Il modello che può comunque fotografarsi con set casalinghi, il giornalista che tra dirette e video offre comunque un contributo e un suo punto di vista, i venditori che trasformano i profili in cataloghi online di mascherine che diventano accessorio di abbigliamento e non più qualcosa preso velocemente tramite qualche “aggancio ospedaliero” in preda a necessità mossa dalla fretta. E poi ci sono calciatori e sportivi, che giocano a Fifa oppure allestiscono palestre in casa (sempre che già non ci fosse) e sempre che loro si possano definire case. Distese verdi in cui lasciar correre i figli o utili alle mogli come sfondo per foto da influencer, sempre sui propri account social, ville su più piani con stanze arredate un po’ come capita. Abbandonando un attimo lo sport ma rimanendo in una simil concezione di arredamento, ricordo di essere rimasto troppo colpito quando scoprì che Denzel Washington in casa sua avesse una stanza dove si occupava solamente di incartare i regali.
Gli sportivi quindi, almeno stando ai social, sembrano avere una vita piuttosto simile tra loro. Ma chi riesce a trasformare il lusso e lo sfarzo in ricercatezza? Chi grazie alle sue possibilità economica trasforma il suo seguito in gente interessata a guardare i suoi post Instagram?
Qui troverete i cinque profili Instagram più interessanti in cui ci siamo imbattuti recentemente:

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– Jonathan Dos Santos, centrocampista Los Angeles Galaxy
Cominciamo con quello che per me è il migliore. Vi ricordate Giovani Dos Santos? Una delle più grandi promesse mai rispettate del Barcellona, che può fare compagnia a Bojan Krkic in cima alla lista di chi prometteva di essere un campione di fama mondiale e invece sta finendo la carriera in campionati di seconda fascia.
Ecco, ha un fratello, Jonathan, ed è forse il calciatore con il profilo più chic e interessante del mondo del calcio. La maggior parte delle foto in bianco e nero, altre dove il soggetto delle foto sono gli accessori (occhiali, particolari di oggetti come valige, profumi, libri e foto alle poesie).
Los Angeles aiuta con questa ricercatezza e infatti non mancano foto a palme e macchine d’epoca o incontri con stilisti a Venice Beach, il tutto condito da trench e Borsalino come outfit.
Jonathan Dos Santos è il numero 8 dei Galaxy da ormai tre stagioni, un simbolo della squadra, che a Los Angeles ha trovato forse la sua dimensione, soprattutto se guardiamo il suo profilo. Le storie in evidenza segnalano un ragazzo che sì, si può permettere molto ma non lo espone mai con arroganza e al contrario, con quel pizzico di “a me fa stare bene così”.
Occhiali perfettamente abbinati e vintage con una camicia in stile LA, accompagnato dagli amici di sempre che l’hanno seguito fino alla California o vanno a trovarlo in rimpatriate perfette anche per i followers che seguono la festa storia dopo storia.
Il segreto è forse condividere cose che realizzano prima di te stesso, che i post siano un album di ricordi personali prima ancora che mostrare in maniera effimera qualcosa di tuo con il solo intento di farlo vedere. La chiave probabilmente è questa e Jonathan Dos Santos ci riesce benissimo.

– Esteban Granero, centrocampista Marbella
Dagli USA all’Europa, nella culla della storia, dello stile. Andiamo in Spagna per concentrarsi su un giocatore mai banale. Esteban Granero, di Madrid, capace di ritagliarsi un posto nel Real all’epoca di Mourinho e passare neanche un anno fa dall’Espanyol in Liga al Marbella in terza serie.
Mai banale “el Pirata” che sposa un progetto ambizioso in una regione bellissima come l’Andalusia.
Il suo profilo viene spesso utilizzato per sponsorizzare eventi, come la Cena Pirata che ormai giunta alla sesta edizione serve a trovare fondi per la ricerca contro il cancro infantile.
Per promuovere i suoi articoli perché Granero si è cimentato nel giornalismo e scrive per la testata Newtral di Madrid.
E l’ultimo progetto, utile e più contemporaneo che mai, la fondazione di Olocip Lab, basata sull’intelligenza artificiale si occupa prevalentemente di dati nel mondo dello sport ma ha offerto anche degli studi sull’andamento del Covid-19 per prevenirne i danni e avvertirne la pericolosità grazie ai numeri.
Non mancano post in cui gioca a scacchi o quando al prestigioso Teatre Liceu di Barcellona assiste a Il Trovatore di Verdi, alle pagine di un libro o quando alcuni dei suoi gruppi preferiti (Sidecars e il suo “gemello” Leiva) pubblicano qualche nuovo singolo.
La mia foto preferita però è un post del 17 luglio 2018, in Kenya, in cui nella scuola di Shakinah di Molo viene fotografato di spalle con la maglia bianca del Real, l’11 e il nome Granero. Sempre attento, sensibile e mai banale el Pirata.

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– David Beckham, ex centrocampista Manchester United, Real Madrid, Los Angeles Galaxy
David Beckham è stato da sempre il modello di bellezza per eccellenza inventando nel mondo del calcio l’essere icona, per tanti troppo bello per giocare a calcio”.
Se questo status lo deve al matrimonio con Victoria, una delle Spice Girls, quello che è arrivato da lì in poi è anche opera sua. I diversi tagli di capelli – e tutti perfetti -, le partnership con grandi marchi commerciali che lo hanno reso un’icona di importanza mondiale.
Una volta ritiratosi si è concentrato sulla famiglia numerosa (4 figli) e sulle collaborazioni, celebri quelle con H&M, Armani e Calvin Klein. E’ diventato sempre più modello ma con uno stile inimitabile (se pensiamo alla campagna con la marca di whisky Haig Club).
Nel suo profilo Instagram non lascia indietro nessuno: festeggiando anche a distanza compleanni con foto d’archivio e ricordando compleanni celebri come quelli della Regina Elisabetta o il colonnello Tom Moore nel suo centesimo compleanno.
E’ un album di ricordi ma anche del presente: non mancano foto a sorpresa, da padre perfetto, ai figli impegnati in diverse attività accompagnati da didascalie con dediche piene d’amore.
Impegnato nel sociale con Unicef e nel calcio con la fondazione dell’Inter Miami condivide post di sensibilizzazione e video in cui mostra l’evoluzione del suo club in ascesa.
Un’idolo per tutti, quasi inarrivabile che però mette il suo quotidiano alla portata di tutti, senza sfarzo ma dimostrando, semmai ce ne sia mai bastato bisogno che sì, forse ci si chiama David Beckham ma si è anche un padre di famiglia e uomo che ha varcato da poco la soglia dei 45 anni.

– Adriano, ex calciatore e attaccante Inter, Parma e Flamengo
Un altro spaccato di quotidianità ce lo offre Adriano, controverso attaccante ex Inter e Parma. Straripante e imprendibile ha segnato l’Inter post Ronaldo, facendo rivivere ai tifosi, parte delle gesta del Fenomeno. Il gol contro l’Udinese è stato forse il punto di più alto del suo trascorso neroazzurro. La carriera poi prende una piega inaspettata, forse uno shock mai del tutto superato, della morte del padre nel 2004 anticipa il declino di un attaccante e un giocatore che prometteva molti anni sui livelli di alcuni visti a Milano.
Il suo profilo instagram merita il “follow” perché tramite le foto si riesce a recuperare parte di quel senso di famiglia abbandonato e perduto comprensibilmente dopo la scomparsa paterna. Le foto variano dal suo Flamengo, primo grande amore e ultimo club a vedere sprazzi del vero Adriano alla colazione, pranzi e cene e della siesta abbracciato i figli.
E’ un profilo che mischia ricordi e presente e mostra un Adriano sensibile come in fondo lo è sempre stato, dimostrando che anche un calciatore, di fronte alla perdita del proprio punto di riferimento possa perdere un po’ la bussola.


– Joaquin, centrocampista Betis
Quotidianità presente anche in quello di Joaquin, o meglio di Joaquinarte, ma è tutto declinabile con la parola goliardia.
Balli in casa, travestimenti, gag con compagni di squadra, capelli biondi platino all’improvviso e video per “presentarli”.
Joaquin possiede forse il profilo più divertente con tormentoni imperdibili, che hanno fatto storia.
Celebre quello in cui deriso da Julio Baptista perché in un’intervista Joaquin disse di avere il tennis come hobby. Accusato dal compagno di non sapere neanche cosa sia il tennis ha risposto, confermando, che “non so neanche neanche tenere in mano la racchetta Hulio”.
Hulio, con l’H, diventato tormentone in Spagna, è stato vicino ad essere il nome sulla maglia di Joaquin, come (quasi) richiesto dallo stesso alla federazione spagnola. Una vita e una carriera all’insegna della risata, in un contesto e una regione portata a prendersi poco sul serio – e menomale – perché ci regala un personaggio incredibile e imperdibile, che anche nella recente quarantena abbandona attrezzi e pallone per fare ciò che gli viene anche meglio, farci ridere.

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E se i film fossero dei calciatori? http://www.rivistacorner.ch/e-se-i-film-fossero-dei-calciatori/ Tue, 28 Apr 2020 09:55:49 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=10299 I film visti in quarantena associati ai calciatori. Perché Ronaldinho può vivere in uno stato immaginato da Woody Allen e perché la forza di Ibrahimovic farebbe comodo a Iñárritu.

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Ognuno sta affrontando la quarantena un po’ come meglio crede. C’è chi fa esercizi, con personal trainer che improvvisano dirette Instagram che sembrano delle lezioni vere e proprie, chi si dà alla cucina, imparando spesso qualcosa di nuovo. La maggior parte però approfitta del tempo liberp per leggere il bestseller presente in libreria e mai letto oppure vedere quel film che “dai, è così famoso che non puoi non averlo visto”.
Io faccio parte dell’ultimo gruppo, più che risultare meno distratto nei confronti della mia libreria – c’è Proust e non l’ho mai letto – sto colmando le mie lacune cinematografiche. Si parte dai pluripremiati (perché se ricevono l’Oscar un motivo ci sarà) e si arriva al primo film di Woody Allen perché è semplicemente nella lista delle filmografie da vedere.
Più il regista è famoso e ad appannaggio di tutti, più è bello interessarsi su come fosse il suo primo prodotto. Woody Allen non era subito quello di Manhattan o di Hannah e le sue sorelle. E non è questione di peggiore o migliore, di skills, è solo vedere le cose con occhi diversi.
Io che il calcio non riesco ad abbandonarlo anche dove non ve n’è traccia, ho provato per ogni film che ho guardato, a pensare: “ma se questo film fosse un calciatore, chi sarebbe?”. Un film si rivela e possiede più volti, è difficile immaginare che la trama sposi a tutti gli effetti il profilo di un calciatore. Ma vi sono dei caratteri comuni. É questione di immaginazione e di osservare con una prospettiva diversa dal solito.



Il dittatore dello stato libero di Bananas, Woody Allen, 1971 – Ronaldinho
Premessa doverosa è che non vedo in Ronaldinho la stessa goffaggine di Fielding Mellish. Però un mondo, tutto loro, come quello del Bananas, sì. Non ho mai visto un Ronaldinho senza sorriso e penso che neanche esista. Sembra abbia una visione sua delle cose, delle cose di un mondo che vede solo lui, in cui magari è anche possibile essere dittatore in uno stato libero.
A suon di battute sconnesse o a suon di giocate poco importa, Ronaldinho cambia le abitudini della popolazione. Come il giorno del suo esordio, quando la gara casalinga del Barcellona contro il Siviglia fu posticipata a mezzanotte per permettere a tutti di avere il tempo di andare allo stadio. Quasi surreale.
Ronaldinho decide di ripagare tutti, spaccando quasi la traversa. Prima di entrare in rete la palla picchia sulla parte più alta della porta e il rumore che ne segue è uno squarcio nella notte, il più bello dei biglietti da visita, la più grande propaganda per ergersi a leader.
Fielding Mellish nel film, fa ritorno negli Stati Uniti da Bananas, sotto mentite spoglie per passare una notte di fuoco con il vecchio amore Nancy, ma viene beccato e arrestato per attività sovversive. Condannato a 15 anni, ma la sentenza viene poi sospesa.
Anche Ronaldinho in carcere ci va per aver finto di essersi naturalizzato paraguaiano, lui che lo conoscono ovunque. Un’ingenuità, ma sempre col sorriso.
In carcere non rinuncia al pallone, guadagnandosi a suon di tunnel, l’ammirazione di chi gli sta attorno.
In un mondo reale o no, che veda solo Ronaldinho o tutti noi: lui riuscirà sempre a conquistarti, convincendoti anche solo con un inspiegabile sorriso perenne.

Cafè Society, Woody Allen, 2016 – Thierry Henry
Il film parla di Bobby Dorfman che da New York va a cercare fortuna a Los Angeles, ospitato dallo zio. Cosi come Thierry Henry nel 1999 lascia Monte Carlo per andare nella Juventus di Ancelotti. É un’ esperienza difficile, fuori ruolo innanzitutto, perché Ancelotti si ostina a farlo giocare in fascia e non riesce a dargli un collocazione che esprima al meglio le sue qualità. Fuori luogo è anche Bobby in Cafè Society, si innamora di Vonny (Kristen Stewart), l’amante di zio Phil, ma quando lo zio sceglie di lasciare sua moglie per l’amante, quello tradito è Bobby.
Ritorna a New York dove grazie anche grazie all’aiuto del fratello riuscirà ad aprire e gestire un locale che farà gran successo, conosce un’altra Veronica (Blake Lively) e si sposa.
Thierry Henry cambia totalmente, dalla grigia Torino, sceglie la città grigia per eccellenza, Londra, e arriva alla corte di Wenger. Vincerà la scarpa d’oro per due volte consecutive e sarà primatista di reti con la maglia dell’Arsenal nelle competizioni UEFA per Club, alla faccia di chi lo faceva giocare in fascia.
Poi andrà anche al Barcellona a scrivere la storia con Guardiola ma la sua, di storia, ormai lo precede e non ha bisogno di presentazioni. Nel 2008, il riconoscimento più bello arriva dai tifosi dell’Arsenal: Henry infatti è primo nella classifica, stilata dai tifosi, dei migliori cinquanta giocatori del club.
Torino diventa ormai un’esperienza da poter dimenticare e l’antidoto è stata Londra con 228 gol in 375 partite.
Perché anche se ti lascia Kristen Stewart, puoi sempre trovare Blake Lively.

Birdman, Alejandro González Iñárritu, 2014 – Zlatan Ibrahimovic
Sempre fedele a se stesso, a prescindere dal giudizio altrui. Sempre fedele al proprio progetto, credendoci anche se c’è il rischio di fallimento. Questa può essere indistintamente la storia di Zlatan Ibrahimovic o Riggan Thomson di Birdman.
Provateci voi: ti ritieni un potenziale Pallone d’Oro, hai incantato l’Italia con Juventus prima e Inter poi, vinto ogni anno il campionato, l’ultimo anche da capocannoniere, vai al Barcellona di Guardiola che l’anno prima ha fatto il triplete e la tua ex squadra che hai abbandonato per andare vincere, vince il triplete l’anno successivo, battendoti anche in semifinale.
É il perfetto copione di quello che definiremmo un fallimento.
Riggie Thomson invece cerca di allontanarsi dalla sua celebrità. La notorietà del suo personaggio Birdman lo precede ma lui sceglie di disfarsene, a modo suo, mettendo in scena a Broadway, a teatro, un’opera di Raymond Carver.
La testardaggine è l’ingrediente principale, l’imprevisto ciò che amalgama tutto e lo rende anche più complicato. Alla fine dello spettacolo Riggie userà una pistola vera per spararsi davvero, altro che recitazione. A modo suo, sempre secondo il suo personalissimo copione. Come Ibrahimovic che quando ormai si era anche riconquistato il rispetto quasi perduto, segna con una rovesciata da quaranta metri. Il Broadway di Zlatan è stato lasciare Barcellona e andare al Milan (mai banale) vincendo campionato e titolo di capocannoniere anche con loro per poi andare a scrivere la storia a Parigi, gettando le basi del PSG. Poi lo United, ancora con Mourinho e 15 gol in Premier a 35 anni, poi Los Angeles in cui nel debutto segna da metà campo nel derby.
A proposito di debutti, Zlatan non ne ha mai fallito uno; come un perfetto attore hollywoodiano appunto, ha dato una sua interpretazione delle cose. Senza badare che fosse quella corretta per tutti, perché se si cade è meglio cadere in modo fiero e con le proprie idee. In un modo o nell’altro, giusto o sbagliato, Riggie o Zlatan, alla fine si spicca comunque il volo.


Toro Scatenato, Martin Scorsese, 1980 – Diego Costa
Irrequieto e inspiegabile. Brasiliano ma sceglie la Spagna, Diego Costa, agisce, segna e gioca come se fosse un montante di Jake La Motta, famoso quasi come l’interpretazione di Robert De Niro nel 1980.
Le sue espressioni rabbiose creano meme sui social, non c’è un solo difensore che l’abbia marcato e non ci abbia litigato. Al contrario di Ronaldinho, i suoi sorrisi sono rari e il suo mondo è fatto di battaglie, chissà con un eccessiva rabbia per il contesto.
Il Toro scatenato prima di un match litiga con la moglie – rea di aver detto che lo sfidante fosse un bell’uomo – e lui in cambio fa in modo non sia più considerabile bello da nessuno.
Diego Costa inspiegabilmente, al 28’ di un Barcellona Atletico, si fa cacciare dall’arbitro e la federazione gli da otto giornate di squalifica. Questo accadde nella sua seconda esperienza all’Atletico. Ci fa ritorno nel 2018 dopo l’esperienza al Chelsea, anche qui senza risparmiarsi nei confronti dell’allenatore Conte.
L’esperienza al Chelsea dice anche 58 gol in poco più di 100 partite e 2 Premier vinte, non esattamente un fallimento. Perché la personalità di Diego Costa non si misura in fallimenti e conquiste. Ma sul fatto che, come un pugile, dà e riceve colpi duri, che quando liberati non si possono più ritrarre. Diego Costa lo sa, ma non rinuncia a colpire forte, per questo è il toro scatenato a cui Simeone affiderebbe sempre il ruolo di terminale offensivo della sua squadra.
Il vero toro scatenato alla fine finirà per dedicarsi a spettacoli comici, in piccoli locali. Non pensiamo sia questo il destino di Diego Costa che si è sempre preso troppo, anche eccedendo, sul serio. Piuttosto è ancora nel posto giusto, lì davanti nell’armata del Cholo Simeone, pronto a sferrare un altro colpo a sorpresa.

Dolor y Gloria, Almodovar, 2019 – Xavi Hernández
Una storia spagnola, romantica, passionale e umile. É il viaggio di Salvador Mallo che rivede parte della sua vita, e ciò che lo ha portato ad essere il grande regista che poi è diventato. Guidato da madre Jacinta, che in maniera più o meno precisa, ricorda la madre di Xavi Hernández che si impuntò perché il figlio non partisse alla volta della Milano rossonera, minacciando anche di porre fine al matrimonio col marito, che invece si era fatto condizionare dalla ricca proposta di Galliani.
Xavi resta a Barcellona e giocherà in blaugrana. Il destino è già scritto, il suo corso no.
Gli inizi a Barcellona sono difficili, la generazione formata da lui, Valdes e Puyol, non promette bene e non viene vista subito come vincente.
L’educazione alla vittoria mediante fallimenti lascia il segno, e Xavi anche quando ormai ha vinto tutto, ricorda che “non è sempre stata una situazione così allegra e felice”.
Xavi sembra ricordarsi ogni giorno di aver fatto parte di un Barcellona che ha fallito. Insegna al Barcellona vincente che è possibile indossare quella maglia e perdere malamente. Ci ha sofferto cosi tanto che sembra alimentare la voglia di vincere con la paura di perdere ancora. In Dolor y Gloria la situazione è molto differente e Salvador si aggrappa agli eventi negativi per non sprofondare. Prima cerca di ricongiungersi all’ex amante Alberto ma cade come lui nel tunnel dell’eroina.
Poi sempre scavando nel proprio passato, recupera un dipinto di Eduardo, un ragazzo a cui da bambino aveva addirittura insegnato a scrivere. Lo recupera, comprandolo, ma non vuole cercare Eduardo. Come a voler semplicemente ricostruire i pezzi del puzzle per il futuro. Cosi come Xavi che ricorda il passato ma solo per far vivere a Iniesta e Busquets un’esperienza di sole vittorie. Il ritrovamento infatti lo ispira per la realizzazione di un’altra sceneggiatura “el primer deseo”, in cui ci sarà lui da piccolo e sempre la madre Jacinta. Perché il successo è sempre prodotto sulle basi di un passato fin troppo sempre presente.

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La Masia: Le 5 occasioni perdute, o quasi http://www.rivistacorner.ch/masia-le-5-occasioni-perdute-o-quasi/ Fri, 31 Jan 2020 14:00:08 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=9884 A Barcellona i talenti vengono forgiati, formati e lanciati, ma non tutti esplodono e si affermano. Alcuni tornano, alcuni fanno giri per non tornare mai. Cinque storie, diverse, di giocatori passati per il prestigioso mondo della Masia

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Il talento è un bagaglio, un biglietto da visita, un incentivo, la benzina per rendere il tuo motore più ruggente e con quel guizzo in più rispetto agli altri. Ma ti riempie di aspettative e spesso per tante ragioni queste ultime non vengono rispettate.
Parafrasando Woody Allen e Jonathan Rhys Meyers in Match Point c’è da ammettere sia anche una questione di fortuna però spesso dipende anche dall’attitudine.
Ci sono contesti in cui diventa più complicato imporsi, non importa che tu sia visto come un predestinato. Ci sono palcoscenici sui quali sarà sempre difficile esibirsi e ti metteranno in soggezione, tanto da non permetterti di esprimerti davvero per ciò che sei. La Masia è uno di questi palcoscenici. É la casa dove vengono forgiati i talenti del Barcellona, è dove la materia prima viene levigata e modellata ad immagine e somiglianza della prima squadra.
Pochi club fanno un lavoro così meticoloso di preparazione al grande palco che è il Camp Nou. E ciò che può capitare è che, dopo gli anni passati a prepararsi per il grande palco, il sogno tu possa accarezzarlo, viverlo addirittura per qualche tempo, ma poi tu debba abbandonarlo e cercare la tua dimensione altrove.

 


BOJAN KRKIC:
Si comincia con una storia d’amore purtroppo mai passionale e travolgente. Il Barcellona e Bojan Krkic si sono sempre piaciuti, e tanto. Dovettero però arrendersi di fronte ad un’ incompatibilità evidente. Un addio sofferente, di due che hanno provato in tutti modi a stare insieme e tra le lacrime hanno accettato che forse non erano fatti l’uno per l’altro.
Bojan Krkic, classe 1990, ha cominciato annientando record su record per numero di gol nelle squadre giovanili. L’arrivo in prima squadra era atteso quanto inevitabile. Avvenne nel 2007 e più tardi nello spogliatoio trovò Guardiola come allenatore e Messi e Henry in campo con cui formare un tridente perfetto. Limitato, però, da un carattere apparentemente schivo e timidissimo, Krkic non riuscì mai a diventare un vero e proprio titolare nè ad avvicinarsi ai numeri che aveva registrato nella Masia. Così nel 2011 si arriva ad un inevitabile divorzio e Bojan passerà gli anni seguenti fra Roma, Amsterdam, Magonza e la fredda Stoke on-Trent, con la maglia biancorossa del City, dove rimase diverse stagioni, anche in Championship. Oggi, a quasi 30 anni, oltre a giocare nel Montreal Impact agli ordini di Thierry Henry, Bojan collabora come giornalista per il Mundo Deportivo.

GERARD DEULOFEU:
Se quella di Bojan è una storia d’amore finita con tanti rimpianti, quella di Gerard Deulofeu è un ritorno di fiamma, un “riproviamoci”. Nato a Riudaranes, provincia di Girona, cresciuto nel Barcellona, Deulofeu si fa notare come un’ ala dribblomane ed estremamente promettente. Cresciuto a pane e 4-3-3, il modulo gli è praticamente cucito addosso. Strappi, guizzi e velocità a chiudere le azioni alimentate dal palleggio pensante dei catalani.
All’appuntamento con la prima squadra stecca ma per rilanciarsi, tra le tante, sceglie il Milan. Qui riesce a meritarsi una seconda chance con i blaugrana, il volo per Barcellona è sempre economico e sotto la gestione Valverde farà ritorno a casa. É il mercato estivo e al suo arrivo sfoggia una numero 16 fiammante.
Rimarrà, tuttavia, l’ennesimo sogno di mezz’estate, destinato a raffreddarsi con l’inverno. Sceglie ovviamente il paese di Shakespeare e precisamente Watford, alle porte di Londra. Lo scorso anno in FA Cup è protagonista di una perla a Wembley, simbolo del calcio inglese. Ora sta scrivendo la propria storia, lontano dalla Catalogna, con qualche battuta d’arresto: è il primatista di presenze e reti con l’under 21 spagnola: un simbolo di ciò che sarebbe potuto essere e probabilmente non sarà mai.



ISAAC CUENCA:
Canterano dell’ultimo Barcellona di Guardiola. Il visionario Pep si era innamorato di Isaac Cuenca, più per ingiustificata fisima che per reale valore calcistico. Era l’anno delle formazioni piene zeppe di centrocampisti e in semifinale contro il Chelsea, contro ogni tipo di aspettative Pep lo schiera titolare. Timido e obbediente con la sua 39 Isaac gioca una partita sufficiente. Il Barcellona esce dalla Champions ma lui resta in Catalogna. L’anno seguente non sboccia e anche lui comincia il girovagare. Anche lui passa da Amsterdam. Torna poi in Spagna a La Coruna prima di andare in Turchia e poi a Granada. C’è addirittura Israele nel viaggio di Isaac che ora sta cercando di trovare la propria dimensione in Giappone, al Sagan Tosu, ultima squadra anche di Fernando Torres. Quella dimensione che si era illuso di trovare a sinistra nel 3-4-3/4-3-3 di Pep che come una donna affascinante l’ha sedotto e ci ha dato l’illusione che potesse essere il canterano sbocciato, tanto ricercato, dopo la generazione dei Xavi, Puyol e Valdes.


CARLES ALEÑA:
Non ha ancora “fallito” Carles. E’ a Siviglia, nel Betis, in prestito, perché il Barcellona non vuole privarsene. Rimane sotto la lente di ingrandimento blaugrana che ne conosce le potenzialità. Lui che porta lo stesso nome di chi è stato capitano per anni, la bandiera Puyol. Al Betis gioca davanti alla difesa, come chi può prendere il comando in qualsiasi posto, per fare il suo nel prestigiosissimo Camp Nou. Ritornerà, almeno per una seconda chance, magari al fianco di Sergi Roberto in un centrocampo di canterani.
Setien, che è passato anche dal Betis, dimostra di voler puntare sui giovani e tra i tanti Carles potrà tornare ed essere più maturo, per recitare un ruolo da protagonista anche in Catalogna. Nativo di Matarò, zona in cui è cresciuto anche Fabregas, Aleñá ha solo 21 anni e tutta una carriera davanti per ripercorrere i passi di Cesc, ma fermandosi a Barcellona.

CRISTIAN TELLO:
Altro esterno dribblomane, lanciato con Cuenca, allenato da Guardiola e compagno ora di Aleñá al Betis. Di presenze Cristian Tello in maglia blaugrana ne ha fatte anche abbastanza e dimostrato di saper starci in un posto come il Barcellona. Nel suo caso la discontinuità e la mancanza di quella giusta dose di caparbietà gli ha impedito di sgomitare a dovere per ritagliarsi lo spazio necessario. “Leggero” caratterialmente e calcisticamente, comincia anche lui i prestiti ma al Porto, squadra che calca palcoscenici altrettanto validi e poi la Fiorentina con cui trova la continuità che non ha mai avuto. Poi fa ritorno in Spagna, per restarci. Al Betis, allenato da Setien, che ne fa uso ma spesso gli infortuni lo fermano. Costretto a dribblare anche quelli Cristian è nel pieno di una carriera che può decollare non lontano da dov’è partito. Non si può chiedere continuità ad un funambolo però lo si può mettere nelle condizioni di inventare, senza preoccupazioni e l’Andalusia per questo, è un palcoscenico decisamente favorevole.

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Difensore? No, ex centrocampista, grazie. http://www.rivistacorner.ch/difensore-no-ex-centrocampista-grazie/ Mon, 04 Nov 2019 14:30:27 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=9397 Cinque esempi in cui arretrare il raggio d'azione non è un passo indietro ma consapevolezza che si possa dare di più ai compagni. Rendersi partecipi di un meccanismo che senza quel cambiamento non potrebbe esistere.

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Il tiki-taka (o tiqui-taca) ha danneggiato il calcio e soprattutto la concezione del ruolo del difensore. Vero, sempre più giocatori che occupano il reparto arretrato si sentono in dovere di tenere pallone più del dovuto, improvvisando circolazioni azzardate, creando il più delle volte imbarazzanti misunderstanding che diventano regali per gli avversari e spesso anche gol.
Non tutti, nelle corde, possono possedere una dimistichezza e una tecnica tale per facilitare un’uscita palla pulita. Vi sono quei difensori, le cui caratteristiche sembrano ormai dimenticate, che non facevano troppi complimenti ed erano insuperabili nell’uno contro uno.
Al giorno d’oggi non si pensa che gli allenatori, studiosi del gioco molto più che in passato, prima di affidare ad un difensore un compito di tale importanza palla nei piedi, lo studiano e in tanti casi se non è possibile affidarglielo, arretrano un centrocampista.
Quest’ultima è la massima esposizione e dichiarazione del “bel gioco”, del “il pallone lo teniamo noi”.
Nel corso degli anni specie recentemente a tanti difensori centrali è stato affiancato un centrocampista, meno esperto in temi come chiusure e diagonali, ma sicuramente più pronto e sicuro in fase di possesso.

JULIAN WEIGL:
Al momento uno dei maggiori interpreti di questo cambio, ma forse anche uno dei più sottovalutati è il numero trentatré, classe 1995, del Borussia Dortmund, Julian Weigl. Capitano già a 19 anni nel Monaco 1860, passa già l’anno successivo al Borussia, dove ha inizio la formazione. Acquistato come promettente regista, si scopre difensore grazie ad alcune intuizioni e sposta il suo raggio d’azione. Su YouTube tempo fa si potevano ammirare le gesta in un video che si chiamava “Julian Weigl – the intelligent” e già questo la direbbe lunga sul perché i suoi allenatori abbiano avuto la fiducia e il coraggio di arretrarlo. Difensore non insuperabile ma determinante in fase di possesso, in quel gioco verticale ormai marchio di fabbrica dalle parti del Signal Iduna Park. Quest’anno al fianco di Hummels, un difensore che mischia tradizione e modernità nell’interpretazione del ruolo, forma una coppia quasi perfetta. L’ex Bayern è chiaramente più difensivo e Weigl apprendista, ma pallone nei piedi, le scorribande letali di Sancho, Reus, Hazard e Achimi ringraziano.

Un po’ di immagini del giocatore del Dortmund

JAVIER MASCHERANO:
Una delle invenzioni di Guardiola. Lo stesso Mascherano affermò che prima della finale di Wembley, Pep predisse esattamente come sarebbero andate alcune situazioni e non sbagliò. Quello stesso match, uno dei meglio giocati sotto il regno dell’allenatore poi andato al Bayern, l’argentino fa coppia con Piquè e sfodera una prestazione sontuosa contro un avversario scomodo, come il reparto offensivo dello United che schierava Rooney e Giggs. Oltre alle doti da mediano di interdizione che gli conferiva una sicurezza unica nella gestione del possesso, el Jefecito Mascherano – come si evince dal soprannome – possedeva e possiede il carisma unico del difensore, del condottiero indomito. Dopo essersi affermato al Liverpool come mediano al fianco di Xabi Alonso, lo spostamento a difensore centrale nel Barcellona gli ha permesso non solo di raccogliere più gettoni in maglia blaugrana, vista la presenza di mostri sacri in mezzo al campo, ma lo ha talmente condizionato che le partite giocate con la nazionale, sempre vestendo il numero 14, ma mediano nel 4-2-3-1 o 4-3-3, hanno dimostrato una sua difficoltà a gestire il ritmo in mezzo e come lui ormai si sentisse più a suo agio nel reparto arretrato.

Il meglio di Mascherano

JOSEP GUARDIOLA:
Mascherano dietro è una sua intuizione, ok, ma anche Guardiola ha vissuto nel corso della sua carriera un arretramento. È un discorso diverso da quello dell’argentino, perché Cruijff non ha quasi mai pensato di schierare il catalano come difensore puro. Era una perfezionista del possesso, per cui arretrare il suo fidato regista di qualche metro e guadagnare spazio per un altro centrocampista e giovarne nel possesso era di fatto più un elogio alla sua idea, una gioia personale da soddisfare.
Quando il visionario olandese scelse Guardiola, quasi ventenne, come volante per la sua macchina che fu presto chiamata “Dream Team”, non aveva né un fisico prorompente né velocità, sul modello di quello che poi sarà sempre con Guardiola, Busquets, Cruijff aveva bisogna di un cervello pensante, di una parete intelligente che pulisse e restituisse palloni nella maniera più precisa possibile.
Questo ruolo è possibile farlo in mezzo al campo, ma per certi versi, specie spostando il raggio d’azione di qualche metro, rendendosi più liberi.

Il tecnico del City quando ancora in campo ci entrava



DANIELE DE ROSSI:
Rimanendo in casa Barcellona, o rubandone l’idea, si viaggia fino a Roma, sponda giallorossa. Anche in Italia, madre dei più grandi difensori della storia, vi è stata l’occasione di arretrare un centrocampista per aiutare la fase di possesso. Accadde alla Roma, con Luis Enrique in panchina, quando De Rossi fu chiesto di impostare qualche metro più indietro. Qualche traccia blaugrana ci doveva pur essere, ma questo non sarebbe mai stato possibile senza la disponibilità di Daniele che accettò, forte anche della stima che lui stesso prova verso questa interpretazione di calcio. Senza mai nascondersi ha sempre preso le parti di Luis Enrique, apostrofato Enrichetto dai tifosi e probabilmente non capito a pieno. De Rossi ha giocato poche partite in linea con i difensori ma il carisma ricorda senza dubbio quello di Mascherano e chissà che in quella posizione non si sarebbe tolto ancor più soddisfazioni.
Ora al Boca Juniors, in una delle scelte più romantiche, che il calcio abbia mai visto, gli è capitato di insegnare il ruolo del “cinco” come lo chiamano in Argentina, con scivolate temerarie che lì esaltano e lanci da precursore che applaudono come se il nostro Daniele fosse un predicatore nel deserto. Forse lì in mezzo al campo c’era più spazio per la guerra che tanto lo ha esaltato, ma altrettanto vero che dietro ce n’era altrettanto per una verticalità e una maturità, che seppur sottovalutate, non sono mai state virtù nascoste nell’eterno sedici giallorosso.

La grinta e l’intelligenza di Capitan futuro

FRANZ BECKENBAUER:
E’ il pioniere di questa scelta tattica. In un periodo in cui, non veniva considerato neanche il modulo con cui schierarsi in campo, un giovane tedesco, scuola Bayern Monaco, arretra di qualche metro, diventando modello d’ispirazione per tutte le generazioni a venire. Franz Beckenbauer, primo difensore a vincere il pallone d’oro (ben due), è stato idolo di aspiranti difensori. Uno dei primi ad essere determinante pur non essendo un finalizzatore, capace di essere una star pure in un ruolo apparentemente meno cool. Già nel mondiale del 1996 mostrò le sue doti da tuttocampista con il gol contro la Svizzera in cui si spinge in avanti, episodio insolito ed eccezionale persino nel calcio odierno. Successivamente nella Germania campione del mondo nel 1974 e nel Bayern che vinse tutto nello stesso periodo, Beckenbauer ne era l’anima, il capitano, uno che scelse la posizione di libero per essere secondo, ma per questioni di spazio, solo al portiere. Per non perdere il controllo della situazione, come il più abile dello stratega e questo a Kaiser Franz serviva più dell’ossigeno, con o senza il pallone tra i piedi.

Il Kaiser in tutto il suo splendore



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Joao Felix: cosa voglio fare da grande http://www.rivistacorner.ch/joao-felix-cosa-voglio-fare-da-grande/ Tue, 17 Sep 2019 16:00:35 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=9029 Un portoghese di 19 anni che unisce un portoghese ritiratosi, un brasiliano, un argentino, uno spagnolo e un italiano. Scoprire Joao Felix attraverso campioni del passato, delineando però un suo identikit preciso e personale.

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L’Atletico Madrid si è fatto un regalo e nel contempo l’ha fatto anche a noi. Il mercato estivo ha portato con sé la cessione di Griezmann, che si pensava potesse nuocere all’animo fragile e romantico del tifoso colchonero. Ciò che invece ha cambiato le carte in tavola, pur senza essere il classico “chiodo scaccia chiodo” è stato l’acquisto di Joao Felix.

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L’enfant prodige portoghese è giunto, strapagato, a Madrid, con le stimmate del predestinato. La spesa apparentemente folle per lui è stata compensata dalla cifra ricevuta dal Barcellona per Le Petit Diablo. Un cambio che è frutto della progettualità che l’Atletico sta cercando di attuare. Se l’acquisto di Rodri – già ceduto, ottenendo una notevole plusvalenza al City – poteva rappresentare un caso isolato, gli arrivi di Renan Lodi e Marcos Llórente confermano una politica di ringiovanimento e valorizzazione dei giovani, scelti con cura e meticolosità. Joao Felix ha ereditato la numero sette e le coccole di un amante ferito. Ha ricambiato la fiducia prima nell’amichevole estiva, inutile solo sulla carta, contro i rivali del Real, vinta per 7-3. E nelle prima giornate di Liga ha letteralmente trascinato la banda di Simeone verso vittorie, che prima della sconfitta di sabato scorso contro la Real Sociedad, occupava la testa alla classifica. Un gol e un assist il suo bottino, in meno di un mese di Liga, e l’impressione che l’investimento dell’Atletico non sia un capriccio estivo ma un’investimento a lungo termine da tenersi stretto. Joao Felix ha tutte le carte in regola per essere il giocatore d’attacco moderno. Ha potenzialmente tutto e un’età in cui migliorare è la parola d’ordine. Perfezionare le capacità, forgiare l’esperienza e affinare un talento già di elevatissimo valore. Provando a delineare le sue caratteristiche potremmo utilizzarlo come mix di più giocatori, da cui lui ha e potrà magistralmente estrapolare qualcosa.

1. Manuel Rui Costa:
Per nazionalità, entrambi portoghesi, per talento smisurato e posizione in campo. Joao Felix è un trequartista 2.0. Negli anni 90/2000 quella del trequartista è una posizione, un lusso per pochi e i detrattori addirittura sostenevano fosse come giocare con un uomo in meno, perché ci si affidava alla creatività di un giocatore vero ma lo si slegava da compiti difensivi. Joao Felix è un’evoluzione perché ha gli strappi del trequartista ma la corsa di un’ala e il sacrificio di una mezzala. L’Atletico del Cholo Simeone può essere la squadra giusta per renderlo completo. Un ambiente in cui il sacrificio è la prima richiesta per guadagnarsi un posto e il giovane portoghese sta mostrando la sua disponibilità. Il palcoscenico è quello giusto per potersi unire proprio a Rui Costa ed entrare nell’Olimpo del calcio lusitano dalla porta principale, magari sfondarla in maniera prorompente come le sue accelerazioni improvvise.

2. Kakà
Le accelerazioni improvvise le condivide con Kakà. Forse anche i lineamenti da bravo ragazzo. Quell’aspetto da bambino che però nel campo diventa imprendibile. L’accelerazione contro il Getafe, che riprenderemo anche successivamente, è figlia del brasiliano paulista, che ne fece una memorabile contro il Celtic negli ottavi di Champions. Quella decisione sorprendente del “ora parto e faccio io”, Joao Felix la divide con il fenomeno brasiliano. Le due posizioni in campo non sono neanche lontane: Kakà giocava per l’attaccante, Joao Felix può giocare per e al posto dell’attaccante ma sono sempre nella stessa zona di campo. Joao Felix è l’evoluzione di Kakà senza abbandonare la creatività, apportando ancora più dinamismo. In un calcio dove va sempre più veloce e c’è meno spazio per la pure tecnica, Joao Felix è un abbaglio di luce, un’ancora a cui appigliarsi per gli ultimi innamorati del gioco che nella modernità vorrebbero ancora vedere qualcosa appartenente ad un calcio romantico.



3. Sergio Agüero
Rimanendo in tema di somiglianze, si può citare Sergio “el Kun” Aguero. Con lui, unico numero nove della lista, condivide una possibile posizione in campo. Joao Felix è un giocatore, per caratteristiche naturali, predisposto all’uno contro uno, al dribbling e alla giocata strappa applausi ma se posto come terminale offensivo è capace di segnare, e di segnarne anche tanti. Come il Kun non ha una fisicità prorompente ma come lui gioca con i compagni e si crea l’occasione da gol per finalizzare. All’argentino forse è mancato qualcosina per affermarsi, non tanto in Premier, in cui ha scritto pagine di storia recente del Manchester City, quanto in campo europeo. Joao Felix è giovane, ha tempo e possibilità di dire la sua con la sfrontatezza tipica del talento e dei suoi strappi.

4. Raúl
Un attaccante che ha alcune caratteristiche della mezzala. Il numero sette di una squadra di Madrid, in cui ha già un posto titolare prima dei 20 anni. Si può benissimo parlare, indistintamente, di Joao Felix o Raúl . Cambia la squadra, quello sì, Atletico contro Real, ma sarebbe un confronto bellissimo che arricchisce quello continuo, già esistente tra le due squadre. Raul con l’andare degli anni si è convertito in un attaccante letale. Una seconda punta che segna quanto una prima. In un calcio come quello di oggi forse Joao Felix non vestirà i panni di un attaccante puro, gli viene richiesto di partire da più lontano affinché la squadra possa godere delle sue accelerazioni. Di fatto, così come Raúl, può ricoprire egregiamente le due posizioni.

5. Roberto Baggio:
Chi forse cominciò a spostare Raul più verso il ruolo di finalizzatore che rifinitore fu Fabio Capello e restando in Italia, Joao Felix potrebbe ricordare dei tratti di Roberto Baggio. Quell’interpretazione creativa e tecnica del ruolo dell’attaccante è cosa che non si vede “da quando Baggio non gioca più”. Forse Cesare Cremonini non scriverà nulla su Joao Felix, e probabilmente continuerà a non “essere più domenica”, a prescindere dal talentino portoghese che continuerà a giocare e incantare il Wanda Metropolitano. Ma l’azione in solitaria citata per Kakà, con cui si è presentato proprio in questo stadio, procurandosi il rigore nella prima giornata contro il Getafe, è in parte il figlio del bellissimo gol di Baggio a Italia 90 contro la Cecoslovacchia. Per risolutezza e decisione, senza farsi mancare una bella dose di tecnica. Un’improvvisazione degna di un talento che decide, a modo suo, di salire in cattedra. L’incoscienza di un giovane che forse non sa a pieno di possedere un potenziale smisurato e poter unire, sempre a modo suo, cinque mostri sacri.

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“Le Petit Zidane”: un bagaglio scomodo http://www.rivistacorner.ch/le-petit-zidane-un-bagaglio-scomodo/ Mon, 24 Jun 2019 15:30:49 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=8499 Un soprannome che a volte può scomodare un campione e mettere in soggezione una promessa. Un viaggio attraverso i "sarebbero potuti essere" ma che sono stati affiancati e messi sul piatto di una bilancia dove c'era già Zinedine Zidane

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Sono passate più di ventiquattro ore dallo scoccare del 23 giugno. Quest’ultimo è un mese in cui le ricorrenze e i compleanni abbondano, oggi si festeggia Messi, ieri Zidane.
Se per il primo, soprattutto negli anni che verranno si sprecheranno i paragoni e l’immedesimarsi sarà atto sempre più frequente, per il secondo, idolo di un’intera generazione di inizio anni 2000, la vicinanza e le similitudini sono sempre state a dir poco deleterie.
In Francia, alla quale Zidane ha regalato il suo primo titolo mondiale nel 1998, con una doppietta al Brasile, addirittura esiste un epiteto: “le Petit Zidane”.
A tanti giocatori è stato affibbiato il soprannome, o semplicemente è stato paragonato qualcosa di simile per movenze e bagaglio tecnico. Ma tante volte più che un comodo bagaglio a mano, perfetto per i weekend indimenticabili e romantici fuori porta, si è trasformato in un macigno troppo pesante da trascinarsi in viaggi in cui perdere la bussola è stato tanto facile e struggente quanto malinconico.
La lista dei prescelti è un itinerario verso giocatori quasi dimenticati, o in altri casi, gustati per troppo poco.

YOANN GOURCUFF:
Il primo deve essere un francese, uno di quelli che nel 1998 era pressoché un bambino che assisteva esterrefatto alla celebrazione di Zidane a Parigi e in tutto il resto del paese.
Gourcuff è stato il più classico dei talenti mai sbocciati, che ha toccato il grande calcio – giocò due stagioni nel Milan che spadroneggiava in Europa – e cercò poi di rilanciarsi, senza successo, tra Lione e Bordeaux.
Più mezzala che trequartista, Yoann è figlio di Christian Gourcuff, ex giocatore e allenatore di successo in Francia, conosciuto per far giocare particolarmente bene le sue squadre. Con questi presupposti, il salto e l’affermazione tra i professionisti per Gourcuff non sembrava un problema e invece finì per restare ingabbiato nel suo talento mai pienamente affermato.
Probabilmente il suo gol più bello è quello che segnò nella stagione 2008-09 al PSG, con la maglia, neanche a dirlo del Bordeaux, club con cui esplose proprio Zidane. L’ultimo dribbling prima di liberare una bellissima conclusione di esterno nel sette non sono le cose più belle dell’azione. Ciò che più lo avvicina a Zidane è il primo controllo, una ruleta con cui elude il primo avversario e forse, semmai ci fosse bisogno di specificazioni, fu quello il momento in cui “le petit Zidane” per tutti noi si confermò un soprannome a dir poco azzeccato.

SAMIR NASRI:
Da un francese a un franco-algerino, Samir Nasri come discendenza è il più vicino a Zidane e anche come carriera è riuscito ad affermarsi rispetto agli altri che elencheremo, a vivere stagioni da assoluto protagonista e più che promessa mancata è uno di quei potenziali campioni che hanno peccato di continuità.
Il contesto in cui è riuscito ad affermarsi maggiormente è stato all’Arsenal, in una delle squadre più romantiche di sempre. Un gruppo di giocatori affini che hanno vissuto quel paio di stagioni di massimo splendore tutti insieme. Hleb, Rosicky, Arshavin, una macchina bella quanto fragile, con il talento come comune denominatore e un’emotività tangibile che spesso e volentieri trova terreno fertile nella discontinuità.
La parabola discendente di Nasri inizia al City, dove le scelte degli allenatori e delle annate storte lo portano ad avere un rendimento al di sotto delle aspettative. Poi Siviglia, Antalyaspor e un presente al West Ham United, sempre a Londra, nel tentativo/desiderio che per un momento, anche solo fugace, la luce venga riaccesa. Un assolo egoista, anche senza i suoi fedeli e fragili compagni.

MOURAD MEGHNI:
Un talento cristallino, ammirato (poco) in Italia e alla fine dei conti, un campione mancato.

Un altro algerino, nato in Francia, svezzato a Clairefontaine, Mourad Meghni ha tutte le credenziali per essere il classico talento francese, ma come molti di loro si perde strada facendo. Prova a sfondare in Italia, con le maglie di Bologna e Lazio e la classe, in uno dei campionati piu difficili del mondo, si vede subito.
È pura, di strada, infatti è cresciuto a pane e “street football”, come tanti francesi a cavallo tra i novanta e i duemila (sul finale di carriera farà anche un’esperienza nel calcio a 5). Il suo calcio è fatto di dribbling stretti, magari poco utili ma sempre strappa applausi. Il suo potenziale, seppur mai sfruttato a pieno, è sempre stato indiscutibile per tutti, purtroppo oltre agli avversari ha dovuto dribblare anche qualche infortunio di troppo, e la carriera è rimasta costellata da exploit clamorosi e sporadici. Uno di questi, alla fine, nel 2011, post Lazio: va in Qatar, all’UMM Salal. Alla prima presenza segna un poker e complessivamente saranno 22 le reti in 14 presenze. È il classico prendere o lasciare, uno di quelli che prendi come ottavo centrocampista al fantacalcio, da relegare magari in panchina ma da avere perchè al cuore non si comanda e l’amore è indecifrabile.

Proprio come uno dei suoi dribbling, poca importanza ha il palcoscenico, la maglia e l’efficacia.

MOHAMED ZIDAN:
Altra carriera costellata dagli infortuni, altra al di sotto le aspettative. Il paragone con Zidane per Mohamed Zidan non c’è mai stato ma l’assonanza con il nome è curiosa e quante volte è stato “Zidan, ma senza la e”.

Ecco forse, indirettamente, questa messa in comune di lettere è stata ancor più pesante di quanto si possa pensare. Per l’attaccante di Porto Said gli anni migliori sono stati quelli in Germania (un campionato, a pensarci bene, molto lontano dal calcio di Zinedine), con Mainz e Borussia Dortmund come alti, Amburgo e Werder i bassi. Un attaccante capace di fare la prima punta, ma anche la seconda, e sempre con un contributo tecnico notevole. In patria, in Egitto, ha vinto due coppe d’Africa ed è sicuramente ricordato come un grande della storia calcistica egiziana. E in fondo è giusto così, tanti sono i giocatori che hanno brillato più in nazionale che nei club. Ricordati e idolatrati dalla propria gente, risulta essere il destino più apprezzato dai talenti autentici. ma sfuggenti.

ENZO ZIDANE:
L’ultimo della lista è qualcuno che “le petit Zidane” lo è fin dalla nascita, ancor prima di tirare il primo calcio a un pallone.
Lo è per discendenza, per albero genealogico, anche se non lo avesse voluto. Enzo Zidane è il primogenito di Zinedine e deve il suo nome a Enzo Francescoli, l’idolo di papà.
La sua carriera ha inizio, ovviamente, tra le fila del Real Madrid. Quando Zinedine incantava il Bernabéu con il numero 5, lui era il 10 dei piccoli, quasi come a dire “per ricalcare le orme di papà, forse ci vogliono due sue carriere”. Fin da subito si accomunano i due, colpa di Enzo che sfoggia nei campi delle giovanili la ruleta, il colpo piu iconico della famiglia. L’esordio in prima squadra, per strana e bellissima congiunzione di eventi, glielo fa fare proprio il papà, che sta scrivendo e continuerà a scrivere le pagine piu belle della storia recente dei merengues.

Le occasioni sono poche e Enzo capisce che per provare ad affermarsi deve andare via: Alaves, Losanna e ora Rayo Mayadahonda, vicino a casa. La carriera ancora non è terminata e tempo per far bene c’è, per quel ragazzo che, conscio del peso che deve gestire è piu conosciuto come Enzo Fernandez.

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Quando la delusione supera l’entusiasmo iniziale http://www.rivistacorner.ch/quando-la-delusione-supera-lentusiasmo-iniziale/ Fri, 24 May 2019 13:30:36 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=8147 Il rumour Guardiola-Juventus si sta facendo con il passare dei giorni sempre più intenso. Le voci di un possibile approdo del catalano a Torino aumentano e l’entusiasmo dei tifosi bianconeri accompagna di pari passo. Per ora è solo un’ipotesi, il lavoro per muovere uno dei piu grandi allenatori della storia del calcio sembrerebbe tanto arduo […]

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Il rumour Guardiola-Juventus si sta facendo con il passare dei giorni sempre più intenso. Le voci di un possibile approdo del catalano a Torino aumentano e l’entusiasmo dei tifosi bianconeri accompagna di pari passo. Per ora è solo un’ipotesi, il lavoro per muovere uno dei piu grandi allenatori della storia del calcio sembrerebbe tanto arduo quanto quello servito per portare Cristiano Ronaldo la scorsa estate sempre all’ombra della Mole. Ma se da un lato l’operazione rischia di bissare la precedente e porterebbe la Juventus stabilmente in un’elite che sembra voler raggiungere e conquistare, dall’altra parte creerebbe ancor piu aspettativa attorno alla squadra laureatasi per l’ ottava volta, quest’anno, campione d’Italia.
Avere Guardiola non è un compito semplice, richiede prima di tutto disponibilità da parte della società, quasi costretta ad accontentare richieste e fisime dell’allenatore e soprattutto dei giocatori, che spesso vengono reinventati in ruoli diversi ma perfezionati in maniera sublime.
La Juventus, reduce da un’annata difficile, in cui la ferita Champions si deve ancora rimarginare, ha bisogno di rilanciarsi e vincere, magari subito. Guardiola invece aprirebbe un processo di cambiamento, Una formazione lenta e studiata su cui plasmare concetti e facendo del tanto osannato bel gioco, forse mai visto chiaramente e totalmente dalle parti di Torino, un credo imprescindibile.
A prescindere dalla possibile riuscita o meno di tutto questo, quanti e chi sono stati gli allenatori accolti da aspettative altissime e hanno finito poi per deludere, vittime di quelle stesse voci con cui sono stati accolti?
Di seguito ci saranno cinque allenatori il cui arrivo fu celebrato come uno spartiacque e inizio di qualcosa di glorioso e finito poi come un banale errore di valutazione, una storia d’amore in cui vince l’incompatibilità e si è costretti, con piu punti interrogativi che certezze, a farsi da parte.

MARCELLO LIPPI – Inter
Dopo un lustro di successi e, uno dei periodi piu gloriosi della storia bianconera, Marcello Lippi lascia la Juventus nel 1999 (in cui fece poi ritorno anni piu tardi), per approdare ai rivali dell’Inter. Una scelta coraggiosa e difficile da parte di un allenatore che arriverà a vincere, con la stessa sicurezza e convinzione, il mondiale in Germania del 2006 in un ambiente altrettanto difficile.
A Milano trova ostilità, la situazione è fin da subito complicata. I tifosi vedono Lippi come un nemico e il viareggino non riesce a dare alla squadra lo stesso imprinting dato a Torino.
Arrivato a Milano come una figura che potesse rilanciare l’Inter diventa in poco tempo, non solo per colpa sua, personaggio non gradito. Con una rosa che annovera Ronaldo, Baggio e Vieri, riesce solamente a raggiungere due finali (Coppa Italia e Supercoppa) che perderà, entrambe, con la Lazio. I punti piu bassi della sua gestione sono l’eliminazione ai preliminari di Champions League contro l’Helsingborg e un post Reggina-Inter, la sua ultima partita da allenatore dei neroazzurri, n cui accusò i suoi giocatori di non impegnarsi a sufficienza.

ANDRE VILLAS-BOAS – Chelsea

Un bambino prodigio innamorato di Football Manager. Fu cosi che Bobby Robson, allenatore del Porto dal 1994 al 1996, conobbe Andre Villas Boas, all’epoca il figlio dei suoi vicini di casa. Il giovanissimo portoghese, che già affinava la capacità manageriale, con il celebre gioco sul pc, suggerì all’allenatore britannico un uso diverso e piu frequente di Domingos Paciencia, all’epoca attaccante dei biancoblu di Oporto.
Non solo il suggerimento fu azzeccato e Robson decise di farsi carico delle spese per mandare Villas Boas a studiare per diventare allenatore, in Scozia. Ma il caso volle che, quando con il Porto vinse l’Europa League, diventando così il piu giovane allenatore a vincere una coppa europea, sull’altra panchina, dei rivali del Braga, c’era proprio Domingos Paciencia, l’uomo che gli diede la prima intuizione calcistica da allenatore.
Dopo un inizio entusiasmante, Villas Boas decise di ricalcare le orme del suo mentore Mourinho e firmare per il Chelsea. Qui purtroppo ci fu l’inizio del declino. A Londra pensavano di aver preso la copia dello Special One con il valore aggiunto del bel gioco fatto vedere l’anno precedente ma si rivelò un flop, venne esonerato a metà stagione e oltre al danno arrivò anche una clamorosa beffa: al suo posto arrivò Roberto Di Matteo che alla fine dell’anno vinse Champions League e FA Cup.

FATIH TERIM – Milan
Da sempre si è attratti da chi è capace di metterci in difficoltà, chi riesce a smascherare una debolezza o chi addirittura riesce a batterci. Il nome di Fatih Terim alla dirigenza del Milan è qualcosa che iniziò ad essere familiare già nel 1999 quando in Champions League il suo Galatasaray ebbe la meglio contro gli uomini di Zaccheroni, costringendoli ad un clamorosa eliminazione. L’imperatore, cosi viene chiamato in patria, dopo quella stagione divenne il nuovo allenatore della Fiorentina e nel 2001 quello del Milan. A San Siro propose un calcio offensivo che faceva del neo acquisto Manuel Rui Costa, giunto anche lui da Firenze, il centro nevralgico della manovra offensiva, agendo come trequartista e creatore di gioco. Nonostante il bel gioco e un modesto raggiungimento del terzo turno di Coppa Uefa, che con il Galatasaray aveva vinto contro l’Arsenal di Wenger, l’esperienza rossonera di Terim, non venne ricordata come memorabile, aggettivo invece che può essere affibbiato al suo successore: Carlo Ancelotti.

MANUEL PELLEGRINI – Real Madrid
L’ingegnere di Santiago del Cile, che ingegnere lo è per davvero e dedicò una carriera da calciatore all’Universidad de Chile, iniziò quella da allenatore sempre lì, per poi spostarsi in Argentina. La prima panchina europea è quella del Villarreal, squadra che riesce a portare ad un gol – un rigore sbagliato da Riquelme – dalla finale di Champions. In finale ci andò l’Arsenal di Wenger che perse contro il Barcellona ma nei tifosi del sottomarino il ricordo di quella cavalcata è ancora vivo. Dopo cinque anni nella comunita valenciana si trasferisce nella capitale, al Real Madrid, ma la stagione è fallimentare. Nonostante un ottimo secondo posto, viene eliminato dal Lione in Champions e in Coppa del Re arriva una debacle senza precedenti e anche questa ricordata dai tifosi: una sconfitta per 4-0 contro il modesto Alcorcon. Un litigio con Guti in quella partita, accenderà l’orgoglio del biondo con il 14. che settimane più tardi, a La Coruña, si inventò forse l’assist piu geniale della storia. Arrivato come grande acquisto del rientrante presidente Florentino Perez, che si apprestava ad un altro mandato, deluse le aspettative per poi riprendersi carisma e trofei a Malaga e a Manchester, sponda City.

CARLOS BIANCHI – Roma
Questa è una storia d’amore brevissima e forse mai sbocciata totalmente. Carlos Bianchi è stato un ariete d’area di rigore argentino con la maglia del Velez Sarsfield, con esperienze in Francia a Reims, Strasburgo e PSG. Per la carriera da allenatore il percorso fu al contrario: prima Stade Reims, Nizza e Paris FC, poi a casa al Velez. Qui diede vita ad uno dei periodi piu gloriosi della storia del Fortin: due campionati, una copa Libertadores e una Intercontinentale. Un curriculum vincente che lo portò alla Roma, che stava vivendo una fase di stallo tra la gloriosa degli anni 80 e quella dei 2000. L’esperienza durò solo fino ad Aprile, fino a quando Franco Sensi non lo esonerò e Bianchi torno in Argentina incompiuto e incompreso, stavolta sulla panchina del Boca dove scrisse letteralmente la storia.
L’anno della sua gestione la Roma sfiorò addirittura la retrocessione ma l’aneddoto/autogol maggiormente ricordato fu la volontà, proprio di Carlos, di vendere Totti alla Sampdoria. E aldilà di allenatori, che vincono, abbandonano e vengono esonerati, è davvero difficile pensare alla storia del club giallorosso senza il suo capitano con la 10.

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L’assist come stato d’animo http://www.rivistacorner.ch/lassist-come-stato-danimo/ Thu, 18 Apr 2019 15:00:52 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=7777 L’assist è sportivamente parlando un regalo. Una concessione spensierata e generosa che solo un altruista può concedere. Da molti viene esaltato e desiderato più di un gol; perché è facile farsi entusiasmare e trasportare dal desiderio di spingere il pallone in porta ma quanti sarebbero disposti a rinunciarci pur di vedere la felicità negli occhi […]

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L’assist è sportivamente parlando un regalo. Una concessione spensierata e generosa che solo un altruista può concedere.
Da molti viene esaltato e desiderato più di un gol; perché è facile farsi entusiasmare e trasportare dal desiderio di spingere il pallone in porta ma quanti sarebbero disposti a rinunciarci pur di vedere la felicità negli occhi di un compagno?
Un assistman vive di una felicità e di una contentezza che solo lui, e chi la pensa in maniera altrettanto affine, è in grado di spiegare.
L’assist è un atto di fiducia e condivisione, è un “tieni, ho questo per te” tenero e accorto, come quando alle elementari dividevamo la merenda con la bambina che ci faceva arrossire.
La merenda la vorresti anche tutta per te, ma sai che se condivisa, acquisisce un valore superiore, specie emotivamente.
L’empatia che si viene a creare tra chi serve il compagno e quest’ultimo che realizza la rete è l’esaltazione dell’intesa. E lo sguardo di ringraziamento verso chi ha concesso al marcatore di segnare è la più bella forma di riconoscenza silenziosa.
Nel corso degli anni, tanti calciatori hanno ammesso di preferire un assist ad un gol. Di vivere e di aver fondato una carriera sul regalare palloni ai compagni ed era quello ciò che li inorgogliva e gratificava di più. Il nostro viaggio ora proseguirà con cinque degli assist che meritano, per motivi più disparati, menzione ed elogi.

1. La Fiducia di Cazorla (Villarreal – Barcellona 4-4, 02/04/2019)

La storia recente di Santi Cazorla è già di per se uno spaccato romantico e straziante che lo sport più bello del mondo riesce ad offrire: gli anni trascorsi a non giocare, tra diagnosi incerte e stop lunghissimi, l’altissima probabilità di non poter più tornare a giocare e il ritorno quest’anno a casa, con “i tutti gialli” di Villarreal. La stagione si sta rivelando difficile, il Villarreal lotta nella parte bassa della classifica per evitare la retrocessione ma Cazorla sta dando un contributo fondamentale per non mollare.
Nella partita contro il Barcellona al Madrigal di inizio aprile, Santi ci ha offerto ancora una di quelle perle di talento che ci fanno rimpiangere le stagioni in cui siamo stati costretti a non vederle.
E’ il 79’ di una partita sin qui leggendaria per il suo Villarreal che sta vincendo 3-2 e Cazorla vede scattare Bacca con un occhio che a noi non è concesso di sapere quale sia, perché in realtà ha lo sguardo verso la fascia destra. Al momento del passaggio però va in verticale mandando in porta l’attaccante colombiano che dribbla Ter Stegen e segna.
Questo si chiama: fiducia. L’assistman che monitora tutta la situazione, si fida della posizione dei compagni. E soprattutto spera che questi ultimi si fidino altrettanto del suo talento e si facciano trovare pronti.

2. L’ Accortezza di Fábregas (Burnley – Chelsea 1-3, 18/08/2014)

Il Turf Moor di Burnley è uno di quegli stadi inglesi vecchio stampo in cui la palla non viene accarezzata ma presa letteralmente a pedate. In un pomeriggio di fine agosto la sensibilità e la classe però arrivò anche da queste parti. L’arcigno Burnley passa in vantaggio contro gli uomini di Mourinho che pareggiano subito con Diego Costa.
Intorno al 20’ però ecco un regalo e il momento per cui è valso la pena essere stato lì ad ammirare il gesto.
Ivanovic finta un cross e vede Fábregas fuori area. Lo serve con un pallone che solitamente necessiterebbe di essere toccato due volte per controllarlo ma il catalano vede Schürrle e lo serve con un passaggio di prima, di rara dolcezza. Il 14 tedesco, premiato da un inserimento con i tempi perfetti, insacca e porta in vantaggio i suoi.
Ecco l’accortezza. Se un assist è un regalo, sempre meglio trovare il miglior modo per offrirlo e porgerlo all’interessato, impacchettandolo e mettendo il fiocco migliore che possiamo offrire.

3. La Generosità di Pirlo (Germania Italia 0-2 dts, 04/07/2006)

Uno degli assist più ricordati dal pubblico italiano. Sono gli ultimi minuti di una semifinale mondiale e in tali occasioni i contorni epici e mistici si sprecano. Le due contendenti per un posto in finale sono la Germania, padrone di casa e l’Italia, eterna rivale.
Ciò che sta per accadere consegnerà alla storia gli azzurri di Lippi e in particolare Fabio Grosso che diventerà l’uomo simbolo della rassegna iridata, anche grazie al rigore segnato in finale contro la Francia.
I supplementari stanno per concludersi e gli attimi sono a dir poco concitati. Calcio d’angolo per l’Italia, l’area viene liberata e la palla giunge ad Andrea Pirlo che con un terzo occhio (lo stesso già citato per Cazorla probabilmente) vede Grosso appostato poco più avanti, lo serve e il terzino con un parabola di prima intenzione batte Lehmann e porta in vantaggio l’Italia.
Prima di servire l’assist, Pirlo tocca più volte il pallone quasi come a voler dare valore e significato alla palla che sta per scaricare al compagno. Caricarla di aspettative ma nel contempo anche della sicurezza di chi sa che andrà tutto bene.
È un atto di incredibile generosità da parte di un campione già affermato per Grosso, che ha scritto una pagina indimenticabile della sua storia personale e grazie a quel gol getterà le basi per diventare un eroe in patria.

4. L’ Eleganza di Rui Costa (Milan – Real Madrid 1-0, 26/11/2002)

L’ambiente che fa da contorno è lo stadio di San Siro, che la sera assume sempre contorni teatrali e gli attori protagonisti di una serata di Champions di fine novembre, sono Milan e Real Madrid.
Sul finire della prima frazione Manuel Rui Costa taglia il campo con una verticalizzazione perfetta, mette alle corde la difesa del Real con un solo tocco e consente a Shevchenko di battere Casillas con un diagonale e segnare il gol che deciderà il match.
Un lampo nella notte di Milano che squarcia la partita e fa strabuzzare gli occhi come quando veniamo colpiti da qualcosa di rara bellezza. Una perentorietà che solo i numeri dieci hanno quando scelgono di salire in cattedra e agli spettatori che non resta che applaudire, sorpresi dal gesto.
Se una donna che sceglie e sfoggia il suo miglior abito da sera è la cosa più ammaliante ed elegante che ci possa essere. Chi può impersonarlo e rappresentarlo meglio di un malinconico e struggente portoghese..

5. L’Arte di Guti (Deportivo – Real Madrid 1-3, 31/01/2010)

Ciò che accadde al Riazor di La Coruña, nel gennaio di 9 anni fa è ciò che più avvicina arte e calcio. Un assist così bello da far dimenticare il marcatore. Che poi è la manifestazione più alta per un assist man: riuscire a prendere le luci della ribalta con la sua giocata.
Per il Real Madrid è un periodo difficile, la stagione non va come sperato e in coppa l’umiliazione subita dall’Alcorcon, che ha vinto 4-0 nella gara di ritorno dei sedicesimi di finale, ha lasciato strascichi non indifferenti, specie nello spogliatoio. L’organico però è stellare come dimostrato dai nomi che toccano il pallone nel contropiede che da il via a quello che per molti è definito come l’assist più bello della storia:
Casillas rimette lungo con le mani per Benzema, che serve Kakà all’altezza della metà campo. Il brasiliano vede Guti inserirsi e lo serve con un rasoterra.
Il 14 del Real si ritrova a tu per tu col portiere ma al posto che calciare, la serve all’indietro per Benzema che ha seguito l’azione e si trova al posto giusto nel momento giusto.
Per tempismo e genialità diventa una giocata virale. Tutti si ricorderanno di Guti per questa incredibile giocata e pur di non rendere giustizia ad un giocatore che di giocate così ne ha fatte eccome, come dare loro torto.
È l’affermazione dell’arte, dell’istinto, dell’impensabile in un rettangolo verde. Il caso vuole che poco tempo prima di quel passaggio, l’ultimo tatuaggio di Guti fu la rappresentazione di una scena religiosa ispirata alla Cappella Sistina.
Perché se l’assist rende l’assistman un po’ un artista che spennella per i compagni, il tacco di Guti ne è la lampante dimostrazione. E se pensate di non aver visto niente di simile, provate a cercare l’assist di Guti a Zidane, quattro anni prima col Siviglia. Una prova che la bellezza e meraviglia, dell’assist – e non solo – non ha mai limite.

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“Sarebbe potuto essere..” http://www.rivistacorner.ch/sarebbe-potuto-essere/ Fri, 29 Mar 2019 17:45:13 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=7567 “Sarebbe potuto essere..”  è una frase che cela un senso di malinconia e amarezza ma nel contempo anche un tocco di romanticismo. Perchè è vero che l’incompiutezza calcistica va spesso di pari passo con un palmares non ricchissimo e di aspettative deluse, ma altrettanto vero che quella stessa malinconia a volte ci fa amare ed […]

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“Sarebbe potuto essere..”  è una frase che cela un senso di malinconia e amarezza ma nel contempo anche un tocco di romanticismo. Perchè è vero che l’incompiutezza calcistica va spesso di pari passo con un palmares non ricchissimo e di aspettative deluse, ma altrettanto vero che quella stessa malinconia a volte ci fa amare ed apprezzare all’inverosimile il giocatore che ai nostri occhi sarebbe potuto essere e non è mai stato.
Si crea quasi un rapporto speciale tra l’idolo e l’innamorato, che attende anche solo un piccolo gesto. Ed è così che il talento incompiuto assume contorni romantici perchè la sporadicità della sua manifestazione ne esalta l’infuatazione.


E’ un periodo in cui si esagera con l’ipotetica ipervalutazione di Kean. L’affermarsi di Paquetà prende sempre più piede. Sancho è re degli assist in Bundesliga. Hudson Odoi è semplicemente imprendibile in quel di Londra e millenials cercano di farsi spazio annichilendo record.
Ma la lista di chi è stata una promessa, attesa, incoraggiata e acclamata e poi ha fallito è davvero lunghissima.

Domenico Morfeo:
Uno dei più grandi talentini italiani del suo tempo, Domenico Morfeo e la sua carriera sono una serie di coincidenze sfortunate, condite da un carattere decisamente sregolato, accompagnato da un genio fuori dal comune. Cresciuto nell’Atalanta, in quello che probabilmente è il miglior vivaio d’Italia, ha avuto la sua occasione sia al Milan che all’Inter. Con i rossoneri il bottino è di solo una decina di presenze, ma anche in cosi poco tempo a disposizione contribuì nella vittoria del scudetto, che resta il suo unico vero titolo tra i grandi. L’Inter arrivò dopo un girovagare per tutta la penisola ma neppure lì riuscì a svegliare il suo potenziale rendendo il sonno praticamente eterno. Solo al Parma ebbe dei picchi notevoli dove esibì classe cristallina alle spalle di Adriano.
Fu proprio la posizione in campo ad essere una delle cause della sua mancata affermazione. L’Italia poco incline alla fantasia e l’estro, non era un paese per trequartisti e specie nelle squadre piccole era un lusso che non tutti avevano il coraggio di permettersi. Per dare un’accezione romantica alla storia il nostro Mimmo decise di chiudere la carriera in seconda categoria, nel suo paese natio, a San Benedetto dei Marsi, dove siamo sicuri che oltre alla libertà in campo, abbia potuto godersi gli applausi della sua gente, ansiosa di vedere ogni sua singola giocata per rivendicare l’amore per il suo figliol prodigo.

Hatem Ben Arfa:
Questa speciale lista non poteva che includere anche un prodotto del vivaio raffinato e blasonato di Clairefontaine. Una culla dove viene affinata la classe tutta street delle periferie francesi e non sempre tenuta a bada la testa calda. Hatem Ben Arfa ne è uno dei portavoce per potenziale e fin da subito mostra il suo carattere difficile. Approda a Lione e dopo a Marsiglia, ha un rapporto difficile con l’allenatore Houllier e quando può andare in qualche grande d’Europa, decide sorprendentemente di trasferirsi nel nord dell’Inghilterra, a Newcastle. Vittima di un grave infortunio è costretto a fermarsi e dopo essersi ripreso decide di tornare in Francia. Ritrova la felicità a Nizza dove è il diamante di una squadra che riesce a qualificarsi per i preliminari di Champions League. Poi il passaggio al PSG e si traveste ancora da promessa incompiuta e ora a Rennes per riscrivere un altro capitolo della sua incredibile carriera.
Strappi offensivi che lo hanno reso imprendibile, scelte e comportamenti indecifrabile. Un cammino fatto di alti e bassi, questi ultimi che sapevi sarebbero giunti puntualmente a smontare ciò di fugace e magico era stato costruito.

Bojan & Giovani Dos Santos:
Bojan Krkic e Giovani Dos Santos viaggiano in coppia, da sempre. Dal vivaio del Barcellona fino alle occasioni mancate. Uno come il bonus track della carriera dell’altro.
Giovani, che un fratello con cui andare in coppia, ce l’avrebbe davvero, Jonathan che si affacciò tra i grandi con lui, è un talento sconfinato che dopo tanto girovagare, non ha saputo dare l’imprinting giusto alla sua carriera. Cercando di rilanciarsi in piazze che forse non hanno saputo valorizzare il suo estro tipico da numero dieci. Ora, a 29 anni, è addirittura svincolato e l’ultima squadra sono stati i Galaxy di Los Angeles, che la dice lunga su quanto fosse atteso dagli amanti del gioco. Discorso differente per Bojan che invece le piazze giuste per lasciare un segno le aveva scelte (Milan, Roma e Ajax) e ora allo Stoke sembra giunto al circolo dei talenti perduti, dividendo lo spogliatoio con Jesé Rodríguez e Afellay.
Bojan, in Catalogna, ha battuto ogni record di precocità, di esordi e gol, facendo parte di organici stellari.
Forse è proprio questo ad aver rotto l’incantesimo. A Barcellona la platea è esigente e con poca pazienza. Senza essere oppressiva ma riesce ad essere soffocante con il suo lampante prestigio e clamore; lunga infatti è la lista dei talenti che hanno sofferto e non sono riusciti a ritagliarsi un posto in prima squadra.


Andres D’Alessandro:
Palla indietro di suola e tocco in avanti che eludeva il difensore e a volte, in momenti di massima ispirazione, culminava con un tunnel, o caño come preferiscono dire da quelle parti. Questo prendeva il nome di “boba” e Andres D’Alessandro ne era l’inventore.
L’esplosione al River con lo storico sponsor Bud e le sfide con il Boca di Tevez, il discusso trasferimento al Wolfsburg e il tracollo definitivo tra Saragozza e Portsmouth. Ci si immaginava una carriera differente per il giocatore che, Maradona per sua stessa ammissione, guardava con più piacere.
Il rilancio però, quasi insperato, arrivò in Brasile, nella parte rossa di Porto Alegre che tifa per l’Internacional. Lì non sono molto d’accordo a definirlo come promessa non mantenuta. Perchè non solo da loro ha vinto 6 volte il campionato Gaucho, una Sudamericana e una Libertadores. Lì soprattutto ha mantenuto la sua promessa.
Nel momento di massimo bisogno, Andres che vestiva la maglia del River (club in cui è cresciuto), abbandona e ritorna all’Internacional, appena retrocesso in serie B. La promessa è di riportarli dove meritano. Nella stagione in corso infatti sono in testa al girone di Libertadores, con i campioni in carica del River Plate, l’apoteosi del romanticismo che si manifesterà totalmente il 3 aprile quando al Gigante da Beira-Rio si sconteranno per un incontro decisivo per la testa del girone, con Andres con la 10 e la fascia da capitano.

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Esto es Benedetto http://www.rivistacorner.ch/esto-es-benedetto/ Tue, 18 Dec 2018 16:00:49 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=6919 È una sorte di sindrome del giocatore-tifoso. Il dilemma di chi gioca per la squadra per cui fa il tifo. Apparentemente facile quando realizzi il sogno, troppo complicato quando non riesci a distinguere fin dove arriva la professionalità e dove la fede.

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È una sorte di sindrome del giocatore-tifoso. Il dilemma di chi gioca per la squadra per cui fa il tifo. Apparentemente facile quando realizzi il sogno, troppo complicato quando non riesci a distinguere fin dove arriva la professionalità e dove la fede, con il minimo comune denominatore della passione che viene elevata a potenza indefinita. Il destino di Nesta, Gerrard, De Rossi e Totti, Riquelme e del protagonista di questo scritto: Darío Benedetto. Congiuntosi con il suo Boca Juniors quando aveva già segnato in Primera División e diventato un idolo in Messico, Darío, così come Tevez, ha provato cosa voglia dire perdere il derby più infuocato del mondo, nelle vesti di tifoso e di giocatore. Non sono bastate tre reti nella semifinale al Palmeiras e due nella doppia sfida al River per dargli la gioia più grande. Non è bastato urlare a squarciagola, in Sudamerica e in Europa dopo ogni gol, la parola Boca, la stessa che ha tatuato anche sul proprio bacino.

Spesso, specie in quest’occasione, si è parlato dell’influenza dei tifosi, di quanto questi ultimi possano vivere per il club che tifano. Ma provateci voi a chiudere gli occhi, mettervi la maglia della “vostra” squadra e sfidare il rivale di una vita, nella finale della Libertadores, la competizione più importante. Per davvero, a scendere in campo. Sembrano una serie di congiunzioni improbabili, di sicuro irripetibili, che sembrano un sogno, ma si può trasformare anche in incubo. Per una sorta di empatia calcistica ci si immedesima spesso negli sconfitti, ma credo che neanche immedesimandosi si riuscirà mai a capire a fondo cosa provi Darío. Però in ogni caso, sotto la maglia, sul bacino, c’è scritto “Esto es Boca”, e allora è un amore a cui rimanere fedeli, quelli in cui giuri il cosiddetto per sempre, come fanno i veri tifosi.

 

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