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– Toro Scatenato, Martin Scorsese, 1980 – Diego Costa
Irrequieto e inspiegabile. Brasiliano ma sceglie la Spagna, Diego Costa, agisce, segna e gioca come se fosse un montante di Jake La Motta, famoso quasi come l’interpretazione di Robert De Niro nel 1980.
Le sue espressioni rabbiose creano meme sui social, non c’è un solo difensore che l’abbia marcato e non ci abbia litigato. Al contrario di Ronaldinho, i suoi sorrisi sono rari e il suo mondo è fatto di battaglie, chissà con un eccessiva rabbia per il contesto.
Il Toro scatenato prima di un match litiga con la moglie – rea di aver detto che lo sfidante fosse un bell’uomo – e lui in cambio fa in modo non sia più considerabile bello da nessuno.
Diego Costa inspiegabilmente, al 28’ di un Barcellona Atletico, si fa cacciare dall’arbitro e la federazione gli da otto giornate di squalifica. Questo accadde nella sua seconda esperienza all’Atletico. Ci fa ritorno nel 2018 dopo l’esperienza al Chelsea, anche qui senza risparmiarsi nei confronti dell’allenatore Conte.
L’esperienza al Chelsea dice anche 58 gol in poco più di 100 partite e 2 Premier vinte, non esattamente un fallimento. Perché la personalità di Diego Costa non si misura in fallimenti e conquiste. Ma sul fatto che, come un pugile, dà e riceve colpi duri, che quando liberati non si possono più ritrarre. Diego Costa lo sa, ma non rinuncia a colpire forte, per questo è il toro scatenato a cui Simeone affiderebbe sempre il ruolo di terminale offensivo della sua squadra.
Il vero toro scatenato alla fine finirà per dedicarsi a spettacoli comici, in piccoli locali. Non pensiamo sia questo il destino di Diego Costa che si è sempre preso troppo, anche eccedendo, sul serio. Piuttosto è ancora nel posto giusto, lì davanti nell’armata del Cholo Simeone, pronto a sferrare un altro colpo a sorpresa.
– Dolor y Gloria, Almodovar, 2019 – Xavi Hernández
Una storia spagnola, romantica, passionale e umile. É il viaggio di Salvador Mallo che rivede parte della sua vita, e ciò che lo ha portato ad essere il grande regista che poi è diventato. Guidato da madre Jacinta, che in maniera più o meno precisa, ricorda la madre di Xavi Hernández che si impuntò perché il figlio non partisse alla volta della Milano rossonera, minacciando anche di porre fine al matrimonio col marito, che invece si era fatto condizionare dalla ricca proposta di Galliani.
Xavi resta a Barcellona e giocherà in blaugrana. Il destino è già scritto, il suo corso no.
Gli inizi a Barcellona sono difficili, la generazione formata da lui, Valdes e Puyol, non promette bene e non viene vista subito come vincente.
L’educazione alla vittoria mediante fallimenti lascia il segno, e Xavi anche quando ormai ha vinto tutto, ricorda che “non è sempre stata una situazione così allegra e felice”.
Xavi sembra ricordarsi ogni giorno di aver fatto parte di un Barcellona che ha fallito. Insegna al Barcellona vincente che è possibile indossare quella maglia e perdere malamente. Ci ha sofferto cosi tanto che sembra alimentare la voglia di vincere con la paura di perdere ancora. In Dolor y Gloria la situazione è molto differente e Salvador si aggrappa agli eventi negativi per non sprofondare. Prima cerca di ricongiungersi all’ex amante Alberto ma cade come lui nel tunnel dell’eroina.
Poi sempre scavando nel proprio passato, recupera un dipinto di Eduardo, un ragazzo a cui da bambino aveva addirittura insegnato a scrivere. Lo recupera, comprandolo, ma non vuole cercare Eduardo. Come a voler semplicemente ricostruire i pezzi del puzzle per il futuro. Cosi come Xavi che ricorda il passato ma solo per far vivere a Iniesta e Busquets un’esperienza di sole vittorie. Il ritrovamento infatti lo ispira per la realizzazione di un’altra sceneggiatura “el primer deseo”, in cui ci sarà lui da piccolo e sempre la madre Jacinta. Perché il successo è sempre prodotto sulle basi di un passato fin troppo sempre presente.
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]]>Il talento è un bagaglio, un biglietto da visita, un incentivo, la benzina per rendere il tuo motore più ruggente e con quel guizzo in più rispetto agli altri. Ma ti riempie di aspettative e spesso per tante ragioni queste ultime non vengono rispettate.
Parafrasando Woody Allen e Jonathan Rhys Meyers in Match Point c’è da ammettere sia anche una questione di fortuna però spesso dipende anche dall’attitudine.
Ci sono contesti in cui diventa più complicato imporsi, non importa che tu sia visto come un predestinato. Ci sono palcoscenici sui quali sarà sempre difficile esibirsi e ti metteranno in soggezione, tanto da non permetterti di esprimerti davvero per ciò che sei. La Masia è uno di questi palcoscenici. É la casa dove vengono forgiati i talenti del Barcellona, è dove la materia prima viene levigata e modellata ad immagine e somiglianza della prima squadra.
Pochi club fanno un lavoro così meticoloso di preparazione al grande palco che è il Camp Nou. E ciò che può capitare è che, dopo gli anni passati a prepararsi per il grande palco, il sogno tu possa accarezzarlo, viverlo addirittura per qualche tempo, ma poi tu debba abbandonarlo e cercare la tua dimensione altrove.
BOJAN KRKIC:
Si comincia con una storia d’amore purtroppo mai passionale e travolgente. Il Barcellona e Bojan Krkic si sono sempre piaciuti, e tanto. Dovettero però arrendersi di fronte ad un’ incompatibilità evidente. Un addio sofferente, di due che hanno provato in tutti modi a stare insieme e tra le lacrime hanno accettato che forse non erano fatti l’uno per l’altro.
Bojan Krkic, classe 1990, ha cominciato annientando record su record per numero di gol nelle squadre giovanili. L’arrivo in prima squadra era atteso quanto inevitabile. Avvenne nel 2007 e più tardi nello spogliatoio trovò Guardiola come allenatore e Messi e Henry in campo con cui formare un tridente perfetto. Limitato, però, da un carattere apparentemente schivo e timidissimo, Krkic non riuscì mai a diventare un vero e proprio titolare nè ad avvicinarsi ai numeri che aveva registrato nella Masia. Così nel 2011 si arriva ad un inevitabile divorzio e Bojan passerà gli anni seguenti fra Roma, Amsterdam, Magonza e la fredda Stoke on-Trent, con la maglia biancorossa del City, dove rimase diverse stagioni, anche in Championship. Oggi, a quasi 30 anni, oltre a giocare nel Montreal Impact agli ordini di Thierry Henry, Bojan collabora come giornalista per il Mundo Deportivo.
GERARD DEULOFEU:
Se quella di Bojan è una storia d’amore finita con tanti rimpianti, quella di Gerard Deulofeu è un ritorno di fiamma, un “riproviamoci”. Nato a Riudaranes, provincia di Girona, cresciuto nel Barcellona, Deulofeu si fa notare come un’ ala dribblomane ed estremamente promettente. Cresciuto a pane e 4-3-3, il modulo gli è praticamente cucito addosso. Strappi, guizzi e velocità a chiudere le azioni alimentate dal palleggio pensante dei catalani.
All’appuntamento con la prima squadra stecca ma per rilanciarsi, tra le tante, sceglie il Milan. Qui riesce a meritarsi una seconda chance con i blaugrana, il volo per Barcellona è sempre economico e sotto la gestione Valverde farà ritorno a casa. É il mercato estivo e al suo arrivo sfoggia una numero 16 fiammante.
Rimarrà, tuttavia, l’ennesimo sogno di mezz’estate, destinato a raffreddarsi con l’inverno. Sceglie ovviamente il paese di Shakespeare e precisamente Watford, alle porte di Londra. Lo scorso anno in FA Cup è protagonista di una perla a Wembley, simbolo del calcio inglese. Ora sta scrivendo la propria storia, lontano dalla Catalogna, con qualche battuta d’arresto: è il primatista di presenze e reti con l’under 21 spagnola: un simbolo di ciò che sarebbe potuto essere e probabilmente non sarà mai.
CARLES ALEÑA:
Non ha ancora “fallito” Carles. E’ a Siviglia, nel Betis, in prestito, perché il Barcellona non vuole privarsene. Rimane sotto la lente di ingrandimento blaugrana che ne conosce le potenzialità. Lui che porta lo stesso nome di chi è stato capitano per anni, la bandiera Puyol. Al Betis gioca davanti alla difesa, come chi può prendere il comando in qualsiasi posto, per fare il suo nel prestigiosissimo Camp Nou. Ritornerà, almeno per una seconda chance, magari al fianco di Sergi Roberto in un centrocampo di canterani.
Setien, che è passato anche dal Betis, dimostra di voler puntare sui giovani e tra i tanti Carles potrà tornare ed essere più maturo, per recitare un ruolo da protagonista anche in Catalogna. Nativo di Matarò, zona in cui è cresciuto anche Fabregas, Aleñá ha solo 21 anni e tutta una carriera davanti per ripercorrere i passi di Cesc, ma fermandosi a Barcellona.
CRISTIAN TELLO:
Altro esterno dribblomane, lanciato con Cuenca, allenato da Guardiola e compagno ora di Aleñá al Betis. Di presenze Cristian Tello in maglia blaugrana ne ha fatte anche abbastanza e dimostrato di saper starci in un posto come il Barcellona. Nel suo caso la discontinuità e la mancanza di quella giusta dose di caparbietà gli ha impedito di sgomitare a dovere per ritagliarsi lo spazio necessario. “Leggero” caratterialmente e calcisticamente, comincia anche lui i prestiti ma al Porto, squadra che calca palcoscenici altrettanto validi e poi la Fiorentina con cui trova la continuità che non ha mai avuto. Poi fa ritorno in Spagna, per restarci. Al Betis, allenato da Setien, che ne fa uso ma spesso gli infortuni lo fermano. Costretto a dribblare anche quelli Cristian è nel pieno di una carriera che può decollare non lontano da dov’è partito. Non si può chiedere continuità ad un funambolo però lo si può mettere nelle condizioni di inventare, senza preoccupazioni e l’Andalusia per questo, è un palcoscenico decisamente favorevole.
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]]>JULIAN WEIGL:
Al momento uno dei maggiori interpreti di questo cambio, ma forse anche uno dei più sottovalutati è il numero trentatré, classe 1995, del Borussia Dortmund, Julian Weigl. Capitano già a 19 anni nel Monaco 1860, passa già l’anno successivo al Borussia, dove ha inizio la formazione. Acquistato come promettente regista, si scopre difensore grazie ad alcune intuizioni e sposta il suo raggio d’azione. Su YouTube tempo fa si potevano ammirare le gesta in un video che si chiamava “Julian Weigl – the intelligent” e già questo la direbbe lunga sul perché i suoi allenatori abbiano avuto la fiducia e il coraggio di arretrarlo. Difensore non insuperabile ma determinante in fase di possesso, in quel gioco verticale ormai marchio di fabbrica dalle parti del Signal Iduna Park. Quest’anno al fianco di Hummels, un difensore che mischia tradizione e modernità nell’interpretazione del ruolo, forma una coppia quasi perfetta. L’ex Bayern è chiaramente più difensivo e Weigl apprendista, ma pallone nei piedi, le scorribande letali di Sancho, Reus, Hazard e Achimi ringraziano.
JAVIER MASCHERANO:
Una delle invenzioni di Guardiola. Lo stesso Mascherano affermò che prima della finale di Wembley, Pep predisse esattamente come sarebbero andate alcune situazioni e non sbagliò. Quello stesso match, uno dei meglio giocati sotto il regno dell’allenatore poi andato al Bayern, l’argentino fa coppia con Piquè e sfodera una prestazione sontuosa contro un avversario scomodo, come il reparto offensivo dello United che schierava Rooney e Giggs. Oltre alle doti da mediano di interdizione che gli conferiva una sicurezza unica nella gestione del possesso, el Jefecito Mascherano – come si evince dal soprannome – possedeva e possiede il carisma unico del difensore, del condottiero indomito. Dopo essersi affermato al Liverpool come mediano al fianco di Xabi Alonso, lo spostamento a difensore centrale nel Barcellona gli ha permesso non solo di raccogliere più gettoni in maglia blaugrana, vista la presenza di mostri sacri in mezzo al campo, ma lo ha talmente condizionato che le partite giocate con la nazionale, sempre vestendo il numero 14, ma mediano nel 4-2-3-1 o 4-3-3, hanno dimostrato una sua difficoltà a gestire il ritmo in mezzo e come lui ormai si sentisse più a suo agio nel reparto arretrato.
JOSEP GUARDIOLA:
Mascherano dietro è una sua intuizione, ok, ma anche Guardiola ha vissuto nel corso della sua carriera un arretramento. È un discorso diverso da quello dell’argentino, perché Cruijff non ha quasi mai pensato di schierare il catalano come difensore puro. Era una perfezionista del possesso, per cui arretrare il suo fidato regista di qualche metro e guadagnare spazio per un altro centrocampista e giovarne nel possesso era di fatto più un elogio alla sua idea, una gioia personale da soddisfare.
Quando il visionario olandese scelse Guardiola, quasi ventenne, come volante per la sua macchina che fu presto chiamata “Dream Team”, non aveva né un fisico prorompente né velocità, sul modello di quello che poi sarà sempre con Guardiola, Busquets, Cruijff aveva bisogna di un cervello pensante, di una parete intelligente che pulisse e restituisse palloni nella maniera più precisa possibile.
Questo ruolo è possibile farlo in mezzo al campo, ma per certi versi, specie spostando il raggio d’azione di qualche metro, rendendosi più liberi.
FRANZ BECKENBAUER:
E’ il pioniere di questa scelta tattica. In un periodo in cui, non veniva considerato neanche il modulo con cui schierarsi in campo, un giovane tedesco, scuola Bayern Monaco, arretra di qualche metro, diventando modello d’ispirazione per tutte le generazioni a venire. Franz Beckenbauer, primo difensore a vincere il pallone d’oro (ben due), è stato idolo di aspiranti difensori. Uno dei primi ad essere determinante pur non essendo un finalizzatore, capace di essere una star pure in un ruolo apparentemente meno cool. Già nel mondiale del 1996 mostrò le sue doti da tuttocampista con il gol contro la Svizzera in cui si spinge in avanti, episodio insolito ed eccezionale persino nel calcio odierno. Successivamente nella Germania campione del mondo nel 1974 e nel Bayern che vinse tutto nello stesso periodo, Beckenbauer ne era l’anima, il capitano, uno che scelse la posizione di libero per essere secondo, ma per questioni di spazio, solo al portiere. Per non perdere il controllo della situazione, come il più abile dello stratega e questo a Kaiser Franz serviva più dell’ossigeno, con o senza il pallone tra i piedi.
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]]>L’enfant prodige portoghese è giunto, strapagato, a Madrid, con le stimmate del predestinato. La spesa apparentemente folle per lui è stata compensata dalla cifra ricevuta dal Barcellona per Le Petit Diablo. Un cambio che è frutto della progettualità che l’Atletico sta cercando di attuare. Se l’acquisto di Rodri – già ceduto, ottenendo una notevole plusvalenza al City – poteva rappresentare un caso isolato, gli arrivi di Renan Lodi e Marcos Llórente confermano una politica di ringiovanimento e valorizzazione dei giovani, scelti con cura e meticolosità. Joao Felix ha ereditato la numero sette e le coccole di un amante ferito. Ha ricambiato la fiducia prima nell’amichevole estiva, inutile solo sulla carta, contro i rivali del Real, vinta per 7-3. E nelle prima giornate di Liga ha letteralmente trascinato la banda di Simeone verso vittorie, che prima della sconfitta di sabato scorso contro la Real Sociedad, occupava la testa alla classifica. Un gol e un assist il suo bottino, in meno di un mese di Liga, e l’impressione che l’investimento dell’Atletico non sia un capriccio estivo ma un’investimento a lungo termine da tenersi stretto. Joao Felix ha tutte le carte in regola per essere il giocatore d’attacco moderno. Ha potenzialmente tutto e un’età in cui migliorare è la parola d’ordine. Perfezionare le capacità, forgiare l’esperienza e affinare un talento già di elevatissimo valore. Provando a delineare le sue caratteristiche potremmo utilizzarlo come mix di più giocatori, da cui lui ha e potrà magistralmente estrapolare qualcosa.
1. Manuel Rui Costa:
Per nazionalità, entrambi portoghesi, per talento smisurato e posizione in campo. Joao Felix è un trequartista 2.0. Negli anni 90/2000 quella del trequartista è una posizione, un lusso per pochi e i detrattori addirittura sostenevano fosse come giocare con un uomo in meno, perché ci si affidava alla creatività di un giocatore vero ma lo si slegava da compiti difensivi. Joao Felix è un’evoluzione perché ha gli strappi del trequartista ma la corsa di un’ala e il sacrificio di una mezzala. L’Atletico del Cholo Simeone può essere la squadra giusta per renderlo completo. Un ambiente in cui il sacrificio è la prima richiesta per guadagnarsi un posto e il giovane portoghese sta mostrando la sua disponibilità. Il palcoscenico è quello giusto per potersi unire proprio a Rui Costa ed entrare nell’Olimpo del calcio lusitano dalla porta principale, magari sfondarla in maniera prorompente come le sue accelerazioni improvvise.
2. Kakà
Le accelerazioni improvvise le condivide con Kakà. Forse anche i lineamenti da bravo ragazzo. Quell’aspetto da bambino che però nel campo diventa imprendibile. L’accelerazione contro il Getafe, che riprenderemo anche successivamente, è figlia del brasiliano paulista, che ne fece una memorabile contro il Celtic negli ottavi di Champions. Quella decisione sorprendente del “ora parto e faccio io”, Joao Felix la divide con il fenomeno brasiliano. Le due posizioni in campo non sono neanche lontane: Kakà giocava per l’attaccante, Joao Felix può giocare per e al posto dell’attaccante ma sono sempre nella stessa zona di campo. Joao Felix è l’evoluzione di Kakà senza abbandonare la creatività, apportando ancora più dinamismo. In un calcio dove va sempre più veloce e c’è meno spazio per la pure tecnica, Joao Felix è un abbaglio di luce, un’ancora a cui appigliarsi per gli ultimi innamorati del gioco che nella modernità vorrebbero ancora vedere qualcosa appartenente ad un calcio romantico.
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]]>YOANN GOURCUFF:
Il primo deve essere un francese, uno di quelli che nel 1998 era pressoché un bambino che assisteva esterrefatto alla celebrazione di Zidane a Parigi e in tutto il resto del paese.
Gourcuff è stato il più classico dei talenti mai sbocciati, che ha toccato il grande calcio – giocò due stagioni nel Milan che spadroneggiava in Europa – e cercò poi di rilanciarsi, senza successo, tra Lione e Bordeaux.
Più mezzala che trequartista, Yoann è figlio di Christian Gourcuff, ex giocatore e allenatore di successo in Francia, conosciuto per far giocare particolarmente bene le sue squadre. Con questi presupposti, il salto e l’affermazione tra i professionisti per Gourcuff non sembrava un problema e invece finì per restare ingabbiato nel suo talento mai pienamente affermato.
Probabilmente il suo gol più bello è quello che segnò nella stagione 2008-09 al PSG, con la maglia, neanche a dirlo del Bordeaux, club con cui esplose proprio Zidane. L’ultimo dribbling prima di liberare una bellissima conclusione di esterno nel sette non sono le cose più belle dell’azione. Ciò che più lo avvicina a Zidane è il primo controllo, una ruleta con cui elude il primo avversario e forse, semmai ci fosse bisogno di specificazioni, fu quello il momento in cui “le petit Zidane” per tutti noi si confermò un soprannome a dir poco azzeccato.
SAMIR NASRI:
Da un francese a un franco-algerino, Samir Nasri come discendenza è il più vicino a Zidane e anche come carriera è riuscito ad affermarsi rispetto agli altri che elencheremo, a vivere stagioni da assoluto protagonista e più che promessa mancata è uno di quei potenziali campioni che hanno peccato di continuità.
Il contesto in cui è riuscito ad affermarsi maggiormente è stato all’Arsenal, in una delle squadre più romantiche di sempre. Un gruppo di giocatori affini che hanno vissuto quel paio di stagioni di massimo splendore tutti insieme. Hleb, Rosicky, Arshavin, una macchina bella quanto fragile, con il talento come comune denominatore e un’emotività tangibile che spesso e volentieri trova terreno fertile nella discontinuità.
La parabola discendente di Nasri inizia al City, dove le scelte degli allenatori e delle annate storte lo portano ad avere un rendimento al di sotto delle aspettative. Poi Siviglia, Antalyaspor e un presente al West Ham United, sempre a Londra, nel tentativo/desiderio che per un momento, anche solo fugace, la luce venga riaccesa. Un assolo egoista, anche senza i suoi fedeli e fragili compagni.
MOURAD MEGHNI:
Un talento cristallino, ammirato (poco) in Italia e alla fine dei conti, un campione mancato.
Un altro algerino, nato in Francia, svezzato a Clairefontaine, Mourad Meghni ha tutte le credenziali per essere il classico talento francese, ma come molti di loro si perde strada facendo. Prova a sfondare in Italia, con le maglie di Bologna e Lazio e la classe, in uno dei campionati piu difficili del mondo, si vede subito.
È pura, di strada, infatti è cresciuto a pane e “street football”, come tanti francesi a cavallo tra i novanta e i duemila (sul finale di carriera farà anche un’esperienza nel calcio a 5). Il suo calcio è fatto di dribbling stretti, magari poco utili ma sempre strappa applausi. Il suo potenziale, seppur mai sfruttato a pieno, è sempre stato indiscutibile per tutti, purtroppo oltre agli avversari ha dovuto dribblare anche qualche infortunio di troppo, e la carriera è rimasta costellata da exploit clamorosi e sporadici. Uno di questi, alla fine, nel 2011, post Lazio: va in Qatar, all’UMM Salal. Alla prima presenza segna un poker e complessivamente saranno 22 le reti in 14 presenze. È il classico prendere o lasciare, uno di quelli che prendi come ottavo centrocampista al fantacalcio, da relegare magari in panchina ma da avere perchè al cuore non si comanda e l’amore è indecifrabile.
Proprio come uno dei suoi dribbling, poca importanza ha il palcoscenico, la maglia e l’efficacia.
MOHAMED ZIDAN:
Altra carriera costellata dagli infortuni, altra al di sotto le aspettative. Il paragone con Zidane per Mohamed Zidan non c’è mai stato ma l’assonanza con il nome è curiosa e quante volte è stato “Zidan, ma senza la e”.
Ecco forse, indirettamente, questa messa in comune di lettere è stata ancor più pesante di quanto si possa pensare. Per l’attaccante di Porto Said gli anni migliori sono stati quelli in Germania (un campionato, a pensarci bene, molto lontano dal calcio di Zinedine), con Mainz e Borussia Dortmund come alti, Amburgo e Werder i bassi. Un attaccante capace di fare la prima punta, ma anche la seconda, e sempre con un contributo tecnico notevole. In patria, in Egitto, ha vinto due coppe d’Africa ed è sicuramente ricordato come un grande della storia calcistica egiziana. E in fondo è giusto così, tanti sono i giocatori che hanno brillato più in nazionale che nei club. Ricordati e idolatrati dalla propria gente, risulta essere il destino più apprezzato dai talenti autentici. ma sfuggenti.
ENZO ZIDANE:
L’ultimo della lista è qualcuno che “le petit Zidane” lo è fin dalla nascita, ancor prima di tirare il primo calcio a un pallone.
Lo è per discendenza, per albero genealogico, anche se non lo avesse voluto. Enzo Zidane è il primogenito di Zinedine e deve il suo nome a Enzo Francescoli, l’idolo di papà.
La sua carriera ha inizio, ovviamente, tra le fila del Real Madrid. Quando Zinedine incantava il Bernabéu con il numero 5, lui era il 10 dei piccoli, quasi come a dire “per ricalcare le orme di papà, forse ci vogliono due sue carriere”. Fin da subito si accomunano i due, colpa di Enzo che sfoggia nei campi delle giovanili la ruleta, il colpo piu iconico della famiglia. L’esordio in prima squadra, per strana e bellissima congiunzione di eventi, glielo fa fare proprio il papà, che sta scrivendo e continuerà a scrivere le pagine piu belle della storia recente dei merengues.
Le occasioni sono poche e Enzo capisce che per provare ad affermarsi deve andare via: Alaves, Losanna e ora Rayo Mayadahonda, vicino a casa. La carriera ancora non è terminata e tempo per far bene c’è, per quel ragazzo che, conscio del peso che deve gestire è piu conosciuto come Enzo Fernandez.
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]]>La storia recente di Santi Cazorla è già di per se uno spaccato romantico e straziante che lo sport più bello del mondo riesce ad offrire: gli anni trascorsi a non giocare, tra diagnosi incerte e stop lunghissimi, l’altissima probabilità di non poter più tornare a giocare e il ritorno quest’anno a casa, con “i tutti gialli” di Villarreal. La stagione si sta rivelando difficile, il Villarreal lotta nella parte bassa della classifica per evitare la retrocessione ma Cazorla sta dando un contributo fondamentale per non mollare.
Nella partita contro il Barcellona al Madrigal di inizio aprile, Santi ci ha offerto ancora una di quelle perle di talento che ci fanno rimpiangere le stagioni in cui siamo stati costretti a non vederle.
E’ il 79’ di una partita sin qui leggendaria per il suo Villarreal che sta vincendo 3-2 e Cazorla vede scattare Bacca con un occhio che a noi non è concesso di sapere quale sia, perché in realtà ha lo sguardo verso la fascia destra. Al momento del passaggio però va in verticale mandando in porta l’attaccante colombiano che dribbla Ter Stegen e segna.
Questo si chiama: fiducia. L’assistman che monitora tutta la situazione, si fida della posizione dei compagni. E soprattutto spera che questi ultimi si fidino altrettanto del suo talento e si facciano trovare pronti.
2. L’ Accortezza di Fábregas (Burnley – Chelsea 1-3, 18/08/2014)
Il Turf Moor di Burnley è uno di quegli stadi inglesi vecchio stampo in cui la palla non viene accarezzata ma presa letteralmente a pedate. In un pomeriggio di fine agosto la sensibilità e la classe però arrivò anche da queste parti. L’arcigno Burnley passa in vantaggio contro gli uomini di Mourinho che pareggiano subito con Diego Costa.
Intorno al 20’ però ecco un regalo e il momento per cui è valso la pena essere stato lì ad ammirare il gesto.
Ivanovic finta un cross e vede Fábregas fuori area. Lo serve con un pallone che solitamente necessiterebbe di essere toccato due volte per controllarlo ma il catalano vede Schürrle e lo serve con un passaggio di prima, di rara dolcezza. Il 14 tedesco, premiato da un inserimento con i tempi perfetti, insacca e porta in vantaggio i suoi.
Ecco l’accortezza. Se un assist è un regalo, sempre meglio trovare il miglior modo per offrirlo e porgerlo all’interessato, impacchettandolo e mettendo il fiocco migliore che possiamo offrire.
3. La Generosità di Pirlo (Germania Italia 0-2 dts, 04/07/2006)
Uno degli assist più ricordati dal pubblico italiano. Sono gli ultimi minuti di una semifinale mondiale e in tali occasioni i contorni epici e mistici si sprecano. Le due contendenti per un posto in finale sono la Germania, padrone di casa e l’Italia, eterna rivale.
Ciò che sta per accadere consegnerà alla storia gli azzurri di Lippi e in particolare Fabio Grosso che diventerà l’uomo simbolo della rassegna iridata, anche grazie al rigore segnato in finale contro la Francia.
I supplementari stanno per concludersi e gli attimi sono a dir poco concitati. Calcio d’angolo per l’Italia, l’area viene liberata e la palla giunge ad Andrea Pirlo che con un terzo occhio (lo stesso già citato per Cazorla probabilmente) vede Grosso appostato poco più avanti, lo serve e il terzino con un parabola di prima intenzione batte Lehmann e porta in vantaggio l’Italia.
Prima di servire l’assist, Pirlo tocca più volte il pallone quasi come a voler dare valore e significato alla palla che sta per scaricare al compagno. Caricarla di aspettative ma nel contempo anche della sicurezza di chi sa che andrà tutto bene.
È un atto di incredibile generosità da parte di un campione già affermato per Grosso, che ha scritto una pagina indimenticabile della sua storia personale e grazie a quel gol getterà le basi per diventare un eroe in patria.
4. L’ Eleganza di Rui Costa (Milan – Real Madrid 1-0, 26/11/2002)
L’ambiente che fa da contorno è lo stadio di San Siro, che la sera assume sempre contorni teatrali e gli attori protagonisti di una serata di Champions di fine novembre, sono Milan e Real Madrid.
Sul finire della prima frazione Manuel Rui Costa taglia il campo con una verticalizzazione perfetta, mette alle corde la difesa del Real con un solo tocco e consente a Shevchenko di battere Casillas con un diagonale e segnare il gol che deciderà il match.
Un lampo nella notte di Milano che squarcia la partita e fa strabuzzare gli occhi come quando veniamo colpiti da qualcosa di rara bellezza. Una perentorietà che solo i numeri dieci hanno quando scelgono di salire in cattedra e agli spettatori che non resta che applaudire, sorpresi dal gesto.
Se una donna che sceglie e sfoggia il suo miglior abito da sera è la cosa più ammaliante ed elegante che ci possa essere. Chi può impersonarlo e rappresentarlo meglio di un malinconico e struggente portoghese..
5. L’Arte di Guti (Deportivo – Real Madrid 1-3, 31/01/2010)
Ciò che accadde al Riazor di La Coruña, nel gennaio di 9 anni fa è ciò che più avvicina arte e calcio. Un assist così bello da far dimenticare il marcatore. Che poi è la manifestazione più alta per un assist man: riuscire a prendere le luci della ribalta con la sua giocata.
Per il Real Madrid è un periodo difficile, la stagione non va come sperato e in coppa l’umiliazione subita dall’Alcorcon, che ha vinto 4-0 nella gara di ritorno dei sedicesimi di finale, ha lasciato strascichi non indifferenti, specie nello spogliatoio. L’organico però è stellare come dimostrato dai nomi che toccano il pallone nel contropiede che da il via a quello che per molti è definito come l’assist più bello della storia:
Casillas rimette lungo con le mani per Benzema, che serve Kakà all’altezza della metà campo. Il brasiliano vede Guti inserirsi e lo serve con un rasoterra.
Il 14 del Real si ritrova a tu per tu col portiere ma al posto che calciare, la serve all’indietro per Benzema che ha seguito l’azione e si trova al posto giusto nel momento giusto.
Per tempismo e genialità diventa una giocata virale. Tutti si ricorderanno di Guti per questa incredibile giocata e pur di non rendere giustizia ad un giocatore che di giocate così ne ha fatte eccome, come dare loro torto.
È l’affermazione dell’arte, dell’istinto, dell’impensabile in un rettangolo verde. Il caso vuole che poco tempo prima di quel passaggio, l’ultimo tatuaggio di Guti fu la rappresentazione di una scena religiosa ispirata alla Cappella Sistina.
Perché se l’assist rende l’assistman un po’ un artista che spennella per i compagni, il tacco di Guti ne è la lampante dimostrazione. E se pensate di non aver visto niente di simile, provate a cercare l’assist di Guti a Zidane, quattro anni prima col Siviglia. Una prova che la bellezza e meraviglia, dell’assist – e non solo – non ha mai limite.
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E’ un periodo in cui si esagera con l’ipotetica ipervalutazione di Kean. L’affermarsi di Paquetà prende sempre più piede. Sancho è re degli assist in Bundesliga. Hudson Odoi è semplicemente imprendibile in quel di Londra e millenials cercano di farsi spazio annichilendo record.
Ma la lista di chi è stata una promessa, attesa, incoraggiata e acclamata e poi ha fallito è davvero lunghissima.
Domenico Morfeo:
Uno dei più grandi talentini italiani del suo tempo, Domenico Morfeo e la sua carriera sono una serie di coincidenze sfortunate, condite da un carattere decisamente sregolato, accompagnato da un genio fuori dal comune. Cresciuto nell’Atalanta, in quello che probabilmente è il miglior vivaio d’Italia, ha avuto la sua occasione sia al Milan che all’Inter. Con i rossoneri il bottino è di solo una decina di presenze, ma anche in cosi poco tempo a disposizione contribuì nella vittoria del scudetto, che resta il suo unico vero titolo tra i grandi. L’Inter arrivò dopo un girovagare per tutta la penisola ma neppure lì riuscì a svegliare il suo potenziale rendendo il sonno praticamente eterno. Solo al Parma ebbe dei picchi notevoli dove esibì classe cristallina alle spalle di Adriano.
Fu proprio la posizione in campo ad essere una delle cause della sua mancata affermazione. L’Italia poco incline alla fantasia e l’estro, non era un paese per trequartisti e specie nelle squadre piccole era un lusso che non tutti avevano il coraggio di permettersi. Per dare un’accezione romantica alla storia il nostro Mimmo decise di chiudere la carriera in seconda categoria, nel suo paese natio, a San Benedetto dei Marsi, dove siamo sicuri che oltre alla libertà in campo, abbia potuto godersi gli applausi della sua gente, ansiosa di vedere ogni sua singola giocata per rivendicare l’amore per il suo figliol prodigo.
Hatem Ben Arfa:
Questa speciale lista non poteva che includere anche un prodotto del vivaio raffinato e blasonato di Clairefontaine. Una culla dove viene affinata la classe tutta street delle periferie francesi e non sempre tenuta a bada la testa calda. Hatem Ben Arfa ne è uno dei portavoce per potenziale e fin da subito mostra il suo carattere difficile. Approda a Lione e dopo a Marsiglia, ha un rapporto difficile con l’allenatore Houllier e quando può andare in qualche grande d’Europa, decide sorprendentemente di trasferirsi nel nord dell’Inghilterra, a Newcastle. Vittima di un grave infortunio è costretto a fermarsi e dopo essersi ripreso decide di tornare in Francia. Ritrova la felicità a Nizza dove è il diamante di una squadra che riesce a qualificarsi per i preliminari di Champions League. Poi il passaggio al PSG e si traveste ancora da promessa incompiuta e ora a Rennes per riscrivere un altro capitolo della sua incredibile carriera.
Strappi offensivi che lo hanno reso imprendibile, scelte e comportamenti indecifrabile. Un cammino fatto di alti e bassi, questi ultimi che sapevi sarebbero giunti puntualmente a smontare ciò di fugace e magico era stato costruito.
Bojan & Giovani Dos Santos:
Bojan Krkic e Giovani Dos Santos viaggiano in coppia, da sempre. Dal vivaio del Barcellona fino alle occasioni mancate. Uno come il bonus track della carriera dell’altro.
Giovani, che un fratello con cui andare in coppia, ce l’avrebbe davvero, Jonathan che si affacciò tra i grandi con lui, è un talento sconfinato che dopo tanto girovagare, non ha saputo dare l’imprinting giusto alla sua carriera. Cercando di rilanciarsi in piazze che forse non hanno saputo valorizzare il suo estro tipico da numero dieci. Ora, a 29 anni, è addirittura svincolato e l’ultima squadra sono stati i Galaxy di Los Angeles, che la dice lunga su quanto fosse atteso dagli amanti del gioco. Discorso differente per Bojan che invece le piazze giuste per lasciare un segno le aveva scelte (Milan, Roma e Ajax) e ora allo Stoke sembra giunto al circolo dei talenti perduti, dividendo lo spogliatoio con Jesé Rodríguez e Afellay.
Bojan, in Catalogna, ha battuto ogni record di precocità, di esordi e gol, facendo parte di organici stellari.
Forse è proprio questo ad aver rotto l’incantesimo. A Barcellona la platea è esigente e con poca pazienza. Senza essere oppressiva ma riesce ad essere soffocante con il suo lampante prestigio e clamore; lunga infatti è la lista dei talenti che hanno sofferto e non sono riusciti a ritagliarsi un posto in prima squadra.
Andres D’Alessandro:
Palla indietro di suola e tocco in avanti che eludeva il difensore e a volte, in momenti di massima ispirazione, culminava con un tunnel, o caño come preferiscono dire da quelle parti. Questo prendeva il nome di “boba” e Andres D’Alessandro ne era l’inventore.
L’esplosione al River con lo storico sponsor Bud e le sfide con il Boca di Tevez, il discusso trasferimento al Wolfsburg e il tracollo definitivo tra Saragozza e Portsmouth. Ci si immaginava una carriera differente per il giocatore che, Maradona per sua stessa ammissione, guardava con più piacere.
Il rilancio però, quasi insperato, arrivò in Brasile, nella parte rossa di Porto Alegre che tifa per l’Internacional. Lì non sono molto d’accordo a definirlo come promessa non mantenuta. Perchè non solo da loro ha vinto 6 volte il campionato Gaucho, una Sudamericana e una Libertadores. Lì soprattutto ha mantenuto la sua promessa.
Nel momento di massimo bisogno, Andres che vestiva la maglia del River (club in cui è cresciuto), abbandona e ritorna all’Internacional, appena retrocesso in serie B. La promessa è di riportarli dove meritano. Nella stagione in corso infatti sono in testa al girone di Libertadores, con i campioni in carica del River Plate, l’apoteosi del romanticismo che si manifesterà totalmente il 3 aprile quando al Gigante da Beira-Rio si sconteranno per un incontro decisivo per la testa del girone, con Andres con la 10 e la fascia da capitano.
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]]>Spesso, specie in quest’occasione, si è parlato dell’influenza dei tifosi, di quanto questi ultimi possano vivere per il club che tifano. Ma provateci voi a chiudere gli occhi, mettervi la maglia della “vostra” squadra e sfidare il rivale di una vita, nella finale della Libertadores, la competizione più importante. Per davvero, a scendere in campo. Sembrano una serie di congiunzioni improbabili, di sicuro irripetibili, che sembrano un sogno, ma si può trasformare anche in incubo. Per una sorta di empatia calcistica ci si immedesima spesso negli sconfitti, ma credo che neanche immedesimandosi si riuscirà mai a capire a fondo cosa provi Darío. Però in ogni caso, sotto la maglia, sul bacino, c’è scritto “Esto es Boca”, e allora è un amore a cui rimanere fedeli, quelli in cui giuri il cosiddetto per sempre, come fanno i veri tifosi.

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