www.rivistacorner.ch http://www.rivistacorner.ch Sat, 20 Jan 2018 16:00:15 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.2 http://www.rivistacorner.ch/wp-content/uploads/2016/09/cropped-144-01-150x150.png www.rivistacorner.ch http://www.rivistacorner.ch 32 32 A parametro zero http://www.rivistacorner.ch/a-parametro-zero/ Sat, 20 Jan 2018 16:00:15 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=4935 Dietro ai trasferimenti di Pirlo alla Juve, Figo all’Inter, Klose alla Lazio, Lewandowski al Bayern, perfino Baggio al Brescia, c’è un unico uomo. E, per quanto potenti, non parliamo nè di Mino Raiola che di Jorge Mendes. No, dietro a tutti i grandi colpi a “costo zero” della storia del calcio c’è un (ormai ex) […]

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Dietro ai trasferimenti di Pirlo alla Juve, Figo all’Inter, Klose alla Lazio, Lewandowski al Bayern, perfino Baggio al Brescia, c’è un unico uomo. E, per quanto potenti, non parliamo nè di Mino Raiola che di Jorge Mendes. No, dietro a tutti i grandi colpi a “costo zero” della storia del calcio c’è un (ormai ex) calciatore: Jean Marc Bosman.

Circa 22 anni fa, la cosiddetta “sentenza Bosman” rivoluzionò irreversibilmente il concetto di calciomercato introducendo i trasferimenti a parametro zero. Prima di questa storica pronuncia della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, infatti, un giocatore poteva trasferirsi in un’altra squadra alla scadenza del suo contratto con la condizione che la squadra interessata al giocatore corrispondesse un indennizzo ritenuto adeguato dalla società che ne deteneva il cartellino. Se tale accordo non si raggiungeva, il calciatore era costretto a rimanere, spesso ad ingaggio ridotto o addirittura fuori rosa.

Ritrovatosi proprio in questa situazione nel 1990, Jean Marc Bosman, mediocre centrocampista belga, decise di affrontare una battaglia legale che cambiò per sempre la sua carriera, la sua vita e l’intero mondo del calcio.”Alla lettura della sentenza mi si tolse un peso” ha dichiarato recentemente “ma sono stato cancellato, ho fatto arricchire gli altri e sono diventato povero“. Bosman si esprime in termini marxisti-anacronistici sul rapporto fra società e calciatori aggiungendo che , nonostante questi ultimi abbiano sicuramente rafforzato il loro potere contrattuale, l’equilibrio sia ancora sbilanciato in favore delle grandi società: “Quando un calciatore si avvicina alla scadenza del contratto, spesso ci sono club che, per non perderlo a parametro zero, lo ricattano: o accetti il rinnovo alle nostre condizioni o ti mettiamo fuori rosa.”

Dopo ventidue anni, dunque, ci si interroga ancora sulle conseguenze della sentenza, che ha sicuramente ridefinito il rapporto fra società ed atleta, ma ha d’altra parte, allargato il divario fra i club più ricchi e quelli con meno potere finanziario: un club come il Bayern ha la possibilità di programmare un acquisto come quello (probabile) di Leon Goretzka, tanto da attendere la naturale scadenza del suo contratto e, non dovendo corrispondere alcuna somma allo Schalke, offrirgli un ingaggio tanto generoso da tagliare fuori qualsiasi tipo di concorrente. Di conseguenza i club minori (es. Atalanta) preferiscono vendere i propri talenti più in vista (Gagliardini, Kessie) ben prima della scadenza dei loro contratti, incassando cifre reinvestite solo in parte sui sostituti e perlopiù utilizzate per far quadrare il bilancio. E al vertice di questa piramide retta dalla regola del più grande che mangia il più piccolo, ci sono quei club il cui potere finanziario è talmente superiore al resto dei club da superare qualsiasi limitazione e ostacolo posti dagli organi di controllo (FFP su tutti). Ecco perciò che ad esempio nell’ultima finestra di mercato la Sampdoria vende Schick alla Roma, che a sua volta è costretta da esigenze di bilancio a vendere uno dei suoi migliori giocatori come Salah al Liverpool, il quale , a sua volta, cede Coutinho a quel Barcellona che, in estate, si era visto soffiare Neymar dal PSG, con un’operazione da 600 milioni di euro complessivi con la quale il talento brasiliano aveva firmato a zero con i parigini a seguito di un’operazione di aggiramento del fair play finanziario.

 

Proprio grazie alla sentenza Bosman gli ingaggi dei giocatori sono progressivamente aumentati fino ad essersi oggi decuplicati, i top team hanno incrementato in maniera vertiginosa i loro introiti, i procuratori hanno un controllo indisturbato delle dinamiche di mercato e le competizioni europee sono sempre più affar di pochi. E’ emblematico, in tal senso, che, escludendo l’eccezionale trionfo del Porto di Mourinho, l’ultima Champions League vinta da una squadra non appartenente ai principali campionati europei (Italia, Germania, Spagna, Inghilterra) fu proprio quella del 1995, quando trionfò l’Ajax.

Eppure Bosman continua ad individuare il giocatore come vittima di questo intero sistema: “Il calciatore, che è ridiventato una merce, deve tornare alla dignità di qualsiasi lavoratore all’interno dell’Ue: un lavoratore può cambiare liberamente posto di lavoro, un calciatore no.” Una constatazione che stride con la storia recentissima del calciomercato: Neymar, al momento della firma con il PSG di un contratto quinquennale da (minimo) 30 a (massimo) 40 milioni di euro annui, ha ricevuto un ulteriore bonus di 100 milioni di euro, circa 250 volte la cifra ricevuta a titolo di  risarcimento nel 1995 da Bosman, che ha utilizzato quella somma principalmente per le spese legali e, dopo aver affrontato una dipendenza da alcool, abbandonato dalla famiglia quanto dal mondo del calcio, vive di sussidi e lavori saltuari.

Jean Marc Bosman fra due dei suoi avvocati. Fra il 1990 e il 1995 frequentò più spesso il tribunale che i campi da calcio

La mia è una storia importante: i giovani la devono conoscere. Oggi il Belgio ha una generazione formidabile di calciatori: questi ragazzi devono sapere che, se sono diventati milionari, lo devono anche a me“.

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O SONHO DO PORTO http://www.rivistacorner.ch/o-sonho-do-porto/ Fri, 19 Jan 2018 16:00:44 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=4982 Ci sono storie che lo sport dà alla luce per amor proprio. Ci sono storie che sfiorano l’impossibile solamente per essere raccontate. Storie che restano indelebili nelle menti di chi le ha vissute di persona. Storie che sono cambiate, che cambieranno e resteranno lì, sulla mensola dei momenti indimenticabili. Alcune storie ti tengono sveglio la […]

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Ci sono storie che lo sport dà alla luce per amor proprio. Ci sono storie che sfiorano l’impossibile solamente per essere raccontate. Storie che restano indelebili nelle menti di chi le ha vissute di persona. Storie che sono cambiate, che cambieranno e resteranno lì, sulla mensola dei momenti indimenticabili. Alcune storie ti tengono sveglio la notte, ti rubano il sonno e ti permettono di viaggiare. Ad alcune storie si stenta a crederci e poi: “La storia è scritta dai vincitori”.

Capitolo Uno.
Porto, maggio-giugno 2003.
Un boato, l’ennesimo, il terzo nel giro di tre settimane. L’Estàdio Nacional di Lisbona esplode, 38mila gli spettatori, la cui maggior parte indossa una maglia bianca e blu. È la finale della Taça de Portugal, il tabellone al 90° minuto segna: Porto 1-0 União Leiria, rete di Derlei al 64°. È il 15 giugno 2003 e i Dragões sollevano la terza coppa.
Due settimane prima arriva il 19esimo titolo, conquistato all’Estàdio das Antas (nove mesi dopo verrà demolito e i portoghesi si trasferiranno al Dragão) contro gli acerrimi rivali dello Sporting, un successo colto sull’onda dell’entusiasmo generato dal trofeo più importante conquistato appena dodici giorni prima: la nostalgica Coppa Uefa. All’Olimpico di Siviglia il Celtic Glasgow, trascinato dal fenomeno di Helsingborg Henrik Larsson, costringe i biancoblu a disputare i tempi supplementari. A cinque minuti dalla fine, un destro al volo dell’implacabile Derlei si insacca in fondo alla rete degli scozzesi, è 3-2. È festa, è vittoria. Un trionfo targato Josè Mourinho ma anche Vìtor Baìa, Costinha, Ricardo Carvalho, Hélder Postiga, Deco, Maniche.

Capitolo Due.
Porto, luglio 2003.
Il successo dei portoghesi non passa inosservato, il nome dello Special One inizia a circolare, la sua metodologia d’allenamento basata sulla disciplina e la valorizzazione dell’estro di alcuni giocatori fanno di lui un vincente. Le sirene di mercato si fanno ben presto sentire, in particolar modo quelle del Tottenham che strappa alla formazione dei Dragoni una delle pedine fondamentali: Hélder Postiga, autore di 19 centri nella stagione passata. La società però non si lascia intimidire dalla concorrenza europea e mette sotto contratto giocatori come Bosingwa, Hugo Almeida e il sudafricano Benni McCarthy. Le cose però non iniziano con il piede giusto, a Montecarlo il Milan si aggiudica la Supercoppa europea grazie a un 1-0 sufficiente ad accaparrarsi il trofeo, lasciando i portoghesi a bocca asciutta.

Capitolo Tre.
Porto, maggio 2004.
“Il Porto si aggiudica il ventesimo titolo nella sua storia, il secondo consecutivo” è quanto recitano giornali, televisioni e radio in Portogallo. La vittoria per 3-1 sul Paços de Ferreira garantisce agli uomini di Mourinho la vittoria in campionato, sbattendo un’altra volta la porta in faccia alle Aquile del Benfica. Benni McCarthy, il prodigio di Città del Capo sigla 20 reti, riducendo a un ricordo quanto fatto da Hélder Postiga l’anno precedente. I Dragoni hanno posto un’altra volta il loro vessillo lì, sul tetto del calcio portoghese. Ma non è tutto. I lusitani non si accontentano dell’ennesima Primeira Liga, l’astuzia tattica di José Mourinho porta ad altre glorie, garantisce altre soddisfazioni.

Capitolo Quattro.
Porto, 16 giugno 2004.
Esistono sconfitte e sconfitte. Sia chiaro, nella vita di uno sportivo un risultato negativo è qualcosa di difficile da digerire. Molti lo sfruttano come trampolino di lancio, per molti assume il peso di un macigno che li trascina sul fondo. Ci sono sconfitte che ti segnano. Ci sono battute d’arresto che se provocate da colori che ti fanno storcere il naso, in un certo qual modo bruciano maggiormente. È sicuramente il sentimento che hanno provato i giocatori del Porto il 16 giugno 2004, il giorno della finale della Taça de Portugal. Di fronte c’è il Benfica. Alle spalle si sono lasciati i cadaveri di tre squadre inferiori sulla carta, oltre a quelli di Rio Ave e Sporting Braga. Vincitori o vinti. Novanta, o forse centoventi minuti. Sono centoquattro per la precisione, quelli necessari a Panagiotis Fyssas, mancino di Atene, per bucare la rete di Vìtor Baìa una seconda volta. Sono oltre sedici quelli in cui Mourinho incalza i suoi a riversarsi in attacco per tentare di rovesciare il risultato. Nulla da fare, la Lisbona rossa gioisce, il Porto cade sotto i colpi dell’undici di Camacho. Una notte dai colori tetri.

Capitolo Cinque.
Champions League.
E poi, anche nei momenti più bui, ci sono dei frammenti di storia che stravolgono l’intero racconto. Champions League. Due parole, un suono dolce e armonioso che nell’anno 2004 va a braccetto con i colori sociali dei Dragoni, del Porto di José Mourinho. Del Porto di McCarthy, Deco, Maniche, Vìtor Baìa, Ricardo Carvalho, Costinha, Derlei.
Sei l’unica squadra del tuo paese ad aver raggiunto la fase a gironi della competizione continentale. Partizan Belgrado, Marsiglia e Real Madrid le avversarie. Quattro punti contro i serbi, sei con i francesi e uno, più che sufficiente, ottenuto nella doppia sfida con gli spagnoli.
Secondo posto di gruppo e ottavi di finale. Di fronte la sfida impossibile ai Red Devils, il Manchester United. La storia la scrivono i grandi, no? 2-1 all’andata, 1-1 nella gara di ritorno all’Old Trafford. Mourinho lancia il guanto di sfida a Sir Alex Ferguson, la prima di numerose battaglie future.

Quarti di finale: Lione, una passeggiata. Due partite giocate alla perfezione, sia sul piano tattico che su quello tecnico. Punteggio complessivo di 4-2, Maniche a dirigere l’orchestra e si getta uno sguardo alla semifinale, strizzando l’occhiolino alla coppa dalle grandi orecchie. E ora? L’indimenticabile Deportivo La Coruña. La doppia sfida si decide tra i contrasti duri, il gioco maschio, la solidità difensiva delle due squadre. E come nel più classico dei casi, quando due retroguardie sono capaci di annullare le ventate offensive avversarie, il tutto si decide con un rigore. Derlei è il nome del marcatore, il nome che porta i Dragoni a varcare la soglia dell’Arena AufSchalke di Gelsenkirchen. Di fronte il Monaco di Patrice Evra, Ludovic Giuly, Fernando Morientes, di Dado Pršo. L’ultimo atto della competizione è un’egemonia lusitana, una festa per i colori biancoblu. Uno, due, tre sigilli. Carlos Alberto, Deco, Alenichev. Tre tiri di destro. La fetta portoghese che compone i 53mila fortunati spettatori esplode al triplice fischio finale. Il Porto sale sul tetto d’Europa per la seconda volta nella sua storia. E che storia.

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Il Milan, Inzaghi e la solitudine dei numeri 9 http://www.rivistacorner.ch/il-milan-inzaghi-e-la-solitudine-dei-numeri-9/ Thu, 18 Jan 2018 16:00:52 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=4961 “Non è Inzaghi ad essere innamorato del gol, è il gol ad essere innamorato di Inzaghi“. Si potrebbe partire dalla frase del grande Emiliano Mondonico, per raccontare uno dei più grandi numeri 9 rossoneri. Lo special one, Josè Mourinho, dichiarò prima di un Milan-Real, match di Champions League edizione 2010-11: “Il Milan può giocare anche con […]

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Non è Inzaghi ad essere innamorato del gol, è il gol ad essere innamorato di Inzaghi“. Si potrebbe partire dalla frase del grande Emiliano Mondonico, per raccontare uno dei più grandi numeri 9 rossoneri. Lo special one, Josè Mourinho, dichiarò prima di un Milan-Real, match di Champions League edizione 2010-11: “Il Milan può giocare anche con sei attaccanti. Basta che non giochi Inzaghi, lui mi fa paura più di tutti”. Quella gara terminò 2-2, Superpippo subentrò nell’ultima mezz’ora e, neanche a dirlo, siglò una doppietta da urlo mandando in visibilio come sempre il pubblico di San Siro nelle magiche notti di Champions. Durante la sua carriera, ha vestito le maglie di Piacenza, Leffe, Verona, Parma, Atalanta e Juve, ma con la maglia rossonera, la numero 9, è nato un legame indissolubile che si porta dietro da sempre. Le gesta, le reti decisive, il rapporto con i compagni di una squadra stratosferica e quello con Ancelotti hanno catapultato Pippo nell’olimpo dei grandissimi passati da Milanello. Nessuno potrà mai dimenticare la doppietta ad Atene con la quale il Milan consumò la sua vendetta sul Liverpool di Benitez, dopo la notte di Istanbul.

IL PIPPO NAZIONALE. Non solo in rossonero, anche in azzurro Inzaghi lasciò il segno durante la spedizione in Germania, nel 2006, la rassegna iridata più emozionante degli ultimi vent’anni per ogni italiano che si rispetti. Pippo non fu un titolare inamovibile, aveva avanti a se un Luca Toni in forma strepitosa ma non perse occasione contro la Repubblica Ceca segnando dopo una cavalcata solitaria. Anche con l’Under 21, vanta una vittoria dell’Europeo edizione 1994.

INZAGHI, L’ULTIMO ATTO. Correva l’anno 2012 e il calendario segnava il 13 maggio. I rossoneri, nell’ultima giornata, affrontavano il Novara tra le mura amiche. Pippo collezionava il gettone numero 300 con la maglia del Milan ed era la sua ultima apparizione da calciatore nella sua casa. Non poteva terminare nel migliore dei modi; infatti, al minuto 82, il numero 9 rossonero saluta il suo pubblico siglando il 2-1 definitivo regalando al calcio l’ultima gioia, l’ultima rete, l’ultimo guizzo. A fine stagione, non cederà alle lusinghe di altre pretendenti ma inizierà il suo percorso di allenatore.

I SUCCESSORI. Ci hanno provato in molti ad ereditare la pesante maglia numero 9, fino ad oggi, senza sussulti particolari. Il primo fu Alexandre Pato: il giovanissimo fin da subito mostrò qualità importanti, decisamente diverse da quelle di Inzaghi. Il papero vestì la maglia che fu di Pippo nella stagione 2012-13, la sua ultima in rossonero. Una serie infinita di infortuni segnò negativamente quella che poteva considerarsi la carriera di uno dei giovani più talentuosi passati da Milanello dopo il ricambio generazionale. Dopo il giovane brasiliano, a vestire la maglia numero 9 fu Alessandro Matri, ma quando farà ritorno a Milanello, il bottino sarà impietoso: 15 presenze e 1 rete.
Nella stagione 2014-15 si concretizza un corteggiamento durato anni; infatti sarà El Nino Torres a vestire la casacca numero 9, ma l’esperienza dell’ex Chelsea durerà solo 5 mesi, collezionando una sola rete in dieci gare, facendo poi ritorno nelle fila dell’Atletico Madrid. Durante il mercato di riparazione, il Milan affida le sue speranze a Mattia Destro; 11 saranno le reti messe a segno in poco più di un stagione senza lasciare traccia. Dopo l’attaccante passato al Bologna, sarà la volta di Luiz Adriano, proveniente dallo Shaktar a suon di gol, per provare a spezzare l’incantesimo. Neanche a dirlo, il brasiliano ha lo stesso destino toccato ai suoi predecessori, collezionando 4 reti e una manciata di presenze. La stagione 2016-17 lancia segnali importanti, e arriva in rossonero uno che a Inzaghi, con le dovute proporzioni, somiglia un po’. Dedizione, impegno, sacrificio, l’arte del non mollare mai: si presenta così Gianluca Lapadula, un ragazzo arrivato tardi nel calcio che conta. Neanche l’ex Pescara, però, riesce ad imporsi e la sua sua esperienza in rossonero dura solo un anno, approdando poi al Genoa. Arriva la stagione corrente, la rivoluzione societaria porta in casa Milan una campagna acquisti senza precedenti e la maglia numero 9 la veste André Silva. Il portoghese arriva a suon di milioni dal Porto, squadra con la quale ha siglato 21 reti in 44 presenze nella stagione precedente, ma soprattutto sponsorizzato dal calciatore più forte del mondo: Cristiano Ronaldo. Ad oggi, la casella delle reti siglate in campionato lampeggia quota zero, fatto salvo per le 8 reti siglate invece in Europa League. Nella gerarchia attuale, il portoghese, in diverse occasioni, è superato anche dal giovane Cutrone.

Il tempo sembra essersi fermato, come se la maglia numero 9 appartenesse ancora a Inzaghi. La domanda è lecita: chi sarà il suo erede? Ai posteri l’ardua sentenza.

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Viaggio nella Liga: I cinque diciotto dimenticati http://www.rivistacorner.ch/viaggio-ne-la-liga-cinque-diciotto-dimenticati/ Tue, 16 Jan 2018 19:30:16 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=4966 Il nuovo anno è cominciato da poco più di due settimane, è il 2018 e nel calcio la numerologia ha sempre assunto contorni mistici, talvolta creando veri e propri must. Quante volte un numero di maglia indossato anche per caso da un giocatore finisce per diventare tratto distintivo di quest’ultimo e mai più abbandonato, tanto […]

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Il nuovo anno è cominciato da poco più di due settimane, è il 2018 e nel calcio la numerologia ha sempre assunto contorni mistici, talvolta creando veri e propri must. Quante volte un numero di maglia indossato anche per caso da un giocatore finisce per diventare tratto distintivo di quest’ultimo e mai più abbandonato, tanto da associare per sempre quel numero solo ed esclusivamente a lui. Esempio principe di questo fenomeno è quello di Johan Cruijff che indossando per la prima volta il leggendario quattordici forse nemmeno pensava venisse cucito in maniera così salda, per sempre, sulla sua pelle.
Sfogliando l’archivio nostalgico della Liga invece, ci si accorge di come proprio il numero diciotto sia stato indossato da giocatori, divenuti idoli imprescindibili nelle realtà e contesti di cui hanno fatto parte. Di seguito, ne sceglieremo cinque, più che in base al valore calcistico, spinti dal cuore, ripercorrendo nomi e squadre, figlie di un calcio che ai giorni nostri trova forse poco spazio:

CARLOS GURPEGUI (Athletic Club 2002-2016)
Colonna del Bilbao per quasi tutti gli anni duemila, Gurpegui è sempre stato un “zurigorriak” (biancorosso), eccetto due parentesi nell’Izarra da dove fu prelevato e nel Baskonia squadra di fatto satellite per tutti i talenti in attesa della grande chiamata. Nell’Athletic (totalmente e volutamente differente dalla più ispanica denominazione Atletico) se non sei basco o cresciuto in un vivaio basco oppure non hai origini basche, ma solo di prima generazione, non puoi giocare per il club. Da questa orgogliosa e sempre rivendicata politica derivò una curiosa iniziativa di dare una chance anche a coloro che mostrassero una passione verso l’Athletic rispondendo quasi a delle domande sulla storia della squadra. Probabilmente Carlos Gurpegui, se non rispettasse le prime tre voci fondamentali, sarebbe comunque entrato a far parte della storia della squadra basca, superando a pieni voti l’interrogazione. Difensore e centrocampista difensivo, che ha fatto del temperamento e del metodismo le sue qualità principali, Gurpegui era sostanzialmente un organizzatore di gioco, magari poco fantasioso, ma essenziale per qualsiasi allenatore l’abbia guidato dalla panchina. Meritevole di menzione è Marcelo Bielsa, che guidò l’Athletic verso la finale di Europa League, persa contro il sopra citato Atletico, e che quando vide Javi Martinez trasferirsi a Monaco, affidò proprio a Carlos le chiavi e la direzione del suo famigerato 3-3-1-3. Fu protagonista di un episodio spiacevole: nel 2003 fu trovato positivo al nandrolone. Si è sempre dichiarato innocente e con la calma e la tranquillità che l’ha contraddistinto al centro del campo, avviò una battaglia legale, poi vinta e quindi ritenuto presto non colpevole. Non poteva essere altrimenti per un gladiatore sempre fedele ad un solo club per quattordici lunghi anni, in cui il palmarès non sarà certo dei più di ricchi e le luci della ribalta gli sono sempre state lontano, ma il calore e la devozione del San Mames saranno sempre presenti negli anni a venire.

JUAN FERNANDO ARANGO (Maiorca 2004-2009)
Recordman di gol e presenze con la nazionale venezuelana, Juan Arango si affermò in Messico e con la maglia del Borussia Monchengladbach; come prima meta europea scelse di accasarsi nell’esotica Palma di Maiorca. All’epoca sulla panchina del Maiorca sedeva Benito Flores, suo ex allenatore al Monterrey, e nessuno meglio di lui fu capace di far adattare il neo arrivato. Soprannominato in breve tempo “la Zurda de Oro” per il talento smisurato sui calci piazzati, le parabole di Arango sono taglienti e imparabili per l’indecifrabilità della sua rincorsa e la postura che il corpo assume all’impatto col pallone. Le sue esultanze sono invece caratterizzate da un ghigno, quasi come a dire “cosa credevate, che la sparassi alta?”, una sorta di convinzione naturale e interiore propria dei sudamericani. Per qualche stagione fu anche il capitano dei maiorchini che rimase dunque il suo unico club in Liga e delle 45 reti realizzate con questa maglia, in due freddò a tu-per-tu Casillas, in una addirittura dribblandolo. Molte furono delle punizioni da cineteca, poco menzionate e ricordate ma vero marchio di fabbrica di Arango. Nativo di Maracay, che oltre ad essere centro del più importante polo universitario venezuelano, è conosciuta per la presenza di musei e biblioteche. In questi contesti una caratteristica comune è che la carriera, così come le opere degli artisti, vengano apprezzate di più solamente a distanza di qualche anno. E così tra un po’ magari si parlerà dell’indimenticata Zurda de Oro, del suo calcio imparabile e del ghigno irriverente.

GONZALO COLSA (Racing Santander 2006-2012)
Un’altra bandiera, cantabrico di nascita e colonna del centrocampo santanderino per sei anni, i più gloriosi della storia del club. A differenza di Gurpegui, vestì altre maglie nel massimo campionato spagnolo, ma il richiamo di casa lo spinse a ritornare, dopo i trascorsi nelle giovanili, al Racing Santander, anche se in quel momento vestiva quella del blasonato Atletico Madrid. Divenne presto l’idolo di una squadra che, oggi si trova in terza serie e ha rischiato il fallimento, ma nel 2008 con il raggiungimento della semifinale di Coppa del Re, riuscì a strappare la qualificazione per la Coppa Uefa per l’anno successivo. L’avventura, nonostante si fermò alla fase a gironi, diede soddisfazioni memorabili agli spagnoli, capaci battere il Manchester City a El Sardinero 3-1 e pareggiando al Parco dei Principi contro il PSG, con un bellissimo gol proprio di Colsa da fuori area. Generoso, instancabile con la sua maglia numero 18 prima e 8 poi e fondamentale per una squadra che all’epoca annoverava numerosi talenti, su tutti Pedro Munitis (altro simbolo del Racing ed ex-Real) e Oscar Serrano. Colsa ne era il volante dal temperamento e attitudine più britannica che ispanica e aveva il vizio di realizzare gol pesantissimi. Tutte le sue marcature sono caratterizzate da tempi di inserimento decisi e puntuali, e conclusioni perentorie e precise. Giocatore di cuore, dentro e fuori dal campo, ancor’oggi si ricorda che dalla stagione 2008-09 in poi giocò con una P sulla maglietta, ricordando il padre Pepe, scomparso proprio nel 2008 e da quell’anno, precisamente da maggio, nel suo paese nativo Ramales venne fondato un fan club del Racing che porta proprio il suo nome, a dimostrazione di quanto sia idolo Gonzalo Colsa da quelle parti.

VICTOR SANCHEZ DEL AMO (Deportivo 1999-2006)
Nato a Madrid e cresciuto nel Real, una grande annata al Racing Santander gli permise di approdare al Deportivo La Coruña che in quegli anni si apprestava a diventare veramente grande. La prima stagione di Victor coincide con la conquista dell’unico campionato dei galiziani e da lì cominciarono a dire la loro anche in campo europeo. Per quattro anni di fila superarono la fase a gironi, le prime due volte come primi, la terza a parimerito con il Milan e giunsero anche ad un passo dalla finale nel 2004, fermati in semifinale dal Porto di Mourinho. Nell’incredibile armata di Irureta, armonica e organizzata, Victor, era insieme a Fran, uno degli esterni che perfezionava il lavoro in mediana del sapiente Sergio e serviva agli spietati Tristan, Makaay prima e Pandiani poi, palloni da spingere in rete. Frizzante e sempre attivo, fondamentale nella transizione positiva in cui la sua dinamicità Victor aiutava la squadra a rimanere compatta nel recupero pallone e scatenare il contropiede liberando gli esterni in maniera rapida e fluida. Discreto dribblatore dal buon potenziale tecnico, faceva comunque dell’efficacia uno dei suoi punti di forza. Un esterno adesso difficilmente ripetibile in Spagna dove ad oggi la circolazione esasperata del pallone e la ricerca del bel gioco non consente spazi agli strappi di un giocatore come Victor che nel SuperDepor degli anni duemila era uno dei principali protagonisti.

ARIEL IBAGAZA (Atletico Madrid 1996-1998)
Folletto originario di Buenos Aires che ha rubato il nome a Ortega, e anche qualche movimento tra le linee e talento per l’ultimo passaggio, Ariel Ibagaza vince con il Lanus il primo trofeo della storia granate, la CONMEBOL del 1996 e poi approda a Maiorca, squadra con cui arriverà fino alla finale di Coppa delle Coppe, arrendendosi alla Lazio e ad un gol di un diciotto del nostro calcio, Pavel Nedved. A dirla tutta con i maiorchini Ibagaza vestiva la 10, molto più adatta ad un giocatore con le sue caratteristiche. I due periodi a Palma di Maiorca però sono intervallati dall’esperienza all’Atletico Madrid, che doveva consacrare definitivamente l’argentino e invece non gli consentirà nemmeno di vestire il 10, che è sulle spalle di Jorge Larena. Ripiega così sul numero 18. Il rendimento è altalenante, come del resto tutta la sua carriera, ma il talento è innegabile: gli sprazzi di alta classe gli consentono di rifinire per Torres, giovanissimo ma già goaleador con la maglia rojiblanca. La storia di Ibagaza è tutta racchiusa nel suo soprannome “caño” (traduzione rioplatense dell’europeo “tunnel”), fugace e strabiliante proprio come un tunnel in mezzo al campo, raccontata e vissuta anche solo per quel singolo momento di indimenticabile bellezza.

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Coach Carter, il basket come opportunità di riscatto sociale http://www.rivistacorner.ch/coach-carter-basket-opportunita-riscatto-sociale/ Sun, 14 Jan 2018 16:00:10 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=4917 Per noi privilegiati lo sport rappresenta un divertimento, uno svago, un hobby, o magari, se davvero dotati di talento, un’opportunità di ottenere fama e successo, o perlomeno di professionalizzare la propria passione. Per i ragazzi della Richmond High School – uno degli istituti scolastici meno prestigiosi dello Stato della California, noto soprattutto per le sue […]

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Per noi privilegiati lo sport rappresenta un divertimento, uno svago, un hobby, o magari, se davvero dotati di talento, un’opportunità di ottenere fama e successo, o perlomeno di professionalizzare la propria passione. Per i ragazzi della Richmond High School – uno degli istituti scolastici meno prestigiosi dello Stato della California, noto soprattutto per le sue disastrose statistiche a livello di istruzione e per essere situato in un quartiere povero e malfamato – invece, lo sport funge da ancora di salvezza, o, per restare nell’ambito delle metafore marine, da salvagente al quale aggrapparsi per levarsi dalla strada.

Ed è proprio in questo liceo californiano che si svolgono le vicende narrate in Coach Carter (2005), film ispirato ad una storia vera, quella di Ken Carter, un ex giocatore professionista di basket che si trova ad allenare gli Oilers, la squadra di pallacanestro della sopramenzionata scuola alla quale è molto affezionato in quanto lui stesso ci ha mosso i primi passi e, nel suo piccolo, ci ha lasciato il segno.

Il team di ragazzi, però, non sa cosa sia la disciplina. Tale attitudine, oltre a precluder loro l’accesso al college e di conseguenza la possibilità di poter poi ambire ad una vita maggiormente agiata ed evitare di finire in prigione – o comunque di delinquere e di condurre un’esistenza di stenti – come buona parte dei loro coetanei, si è anche rivelata essere parecchio controproducente dal punto di vista del rendimento sportivo: gli Oilers, l’ultimo anno, hanno vinto solo tre partite. Ma quando a Ken Carter (interpretato dal sempre grande e carismatico Samuel L. Jackson, qui protagonista assoluto e indiscusso della pellicola) viene affidata la ciurma, le cose iniziano a cambiare. L’allenatore adotta infatti sin da subito il pugno di ferro, tuttavia, la sfida alla quale l’ex giocatore professionista di basket è confrontato e il risultato finale da lui ambito trascende quello segnato sul tabellone per farsi carico di ben più nobili e lodevoli intenti: da una parte quello di educare i suoi giocatori al rispetto per se stessi e per gli altri, al cameratismo e allo spirito di squadra, dall’altra quello di cambiare una mentalità ormai radicata nel sistema scolastico e negli stessi genitori del posto, una visione dello sport quale strumento di affermazione, di ricchezza e di riscatto sociale disposta, pur di assicurarsi le migliori performance sportive possibili, a mettere in secondo piano (se non addirittura ad abbandonare) il rendimento scolastico. In parole povere, il Coach è l’unico a credere veramente nei suoi atleti e a voler dare un taglio netto al passato, a porre fine e ribellarsi a questa sorta di patto silenziosamente accettato nel corso degli anni, a questo sistema costruito appositamente per far fallire i giovani intrappolandoli in un circolo vizioso. Per ottenere questa vittoria, Carter trasforma piano piano i suoi giocatori di basket in studenti dalla media del 2.3 pronti non solo a frequentare regolarmente i corsi ma anche a stare nei primi banchi a lezione, ad indossare la cravatta prima dei match e a frequentare, in futuro, un college, dove la borsa di studio per meriti sportivi possa associarsi a una pagella decente. Pena l’esclusione dalla squadra e la chiusura della palestra.

La colonna sonora è farcita di pezzi rap dell’epoca e non solo che spaziano da DMX, ad Akon, a Kanye West e a Pharrell Williams fino a LL Cool J e ai Gang Starr, che riescono se non del tutto a catapultarci quantomeno a darci un’idea del contesto giovanile di quartiere statunitense dei primi anni Duemila. A livello tecnico e di messa in scena, la pellicola è caratterizzata da una regia abbastanza pulita e quadrata che non si avvale di eccessivi virtuosismi se non per l’utilizzo di qualche movimento di macchina, di qualche ralenty e di un montaggio giocatore – palla – tabellone durante le partite. Queste sequenze sportive però, seppur, come detto, efficaci e ben orchestrate, non risultano particolarmente intrise di Pathos ed immersive. A coinvolgere lo spettatore ci pensano così i ragazzi, ognuno con la sua storia, delineati e sfaccettati in modo tutt’altro che banale e quasi privo dei soliti stereotipi grazie ad una sceneggiatura che ci propone varie sotto trame avvincenti e affascinanti che finiscono per farci entrare in empatia con questi sgangherati ma in fondo simpatici personaggi. Tutto ciò che, in questo senso, di buono è stato fatto in fase di scrittura, è però a tratti annacquato da una troppo esplicita e persistente dimensione didattica incarnata dai metodi adottati dal Coach che a volte risultano troppo estremi e quasi sopra le righe. L’educativo e carico di speranza messaggio che il film vuole veicolare è senza ombra di dubbio più che ammirevole e condivisibile, ma sarebbe comunque passato e risultato altrettanto d’impatto – se non addirittura più elegante – se tramesso in modo maggiormente velato.

Coach Carter resta comunque un titolo sportivo per nulla superficiale e sopra la media da non lasciarsi scappare, un racconto di formazione che vuole farci presente che non bisogna mai perdere la speranza perché, in un mondo magico come quello sport, se si lavora con rispetto, con dedizione e con la consapevolezza di dover prima o poi anche accettare la sconfitta, c’è sempre un’occasione per poter riscattarsi, per crescere e per diventare uomini.

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Dundee, l’altro derby di Scozia http://www.rivistacorner.ch/dundee-laltro-derby-di-scozia/ Thu, 11 Jan 2018 16:00:35 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=4896 Quando si parla di derby in Scozia non si può non pensare immediatamente, e ovviamente, all’Old Firm che è una delle stracittadine più conosciute al mondo, oltre che una delle più calde e sentite. Nelle terre di William Wallace ce ne sono altri di derby e in particolare uno risulta essere poco trattato e anzi […]

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Quando si parla di derby in Scozia non si può non pensare immediatamente, e ovviamente, all’Old Firm che è una delle stracittadine più conosciute al mondo, oltre che una delle più calde e sentite. Nelle terre di William Wallace ce ne sono altri di derby e in particolare uno risulta essere poco trattato e anzi talvolta dimenticato, ma non certo meno interessante, ovvero quello di Dundee. La cittadina delle Lowlands infatti divide i propri supporter tra due squadre, il Dundee FC (conosciuti anche come i Dee, o i Dark Blues, a causa del colore delle divise), ed il Dundee United (loro invece sono gli Arabs, i Terrors o i Tangerines, ovvero mandarini, pure loro per via dei colori sociali).

Numerose sono le curiosità e le stravaganze legate a questo scontro. Una delle caratteristiche più incredibili è senz’altro il fatto che entrambi gli stadi dei due club siano localizzati nella stessa via ad appena un centinaio di metri l’uno dall’altro, una particolarità che al mondo è più unica che rara. Il Dens Park (casa dei Dee) ed il Tannadice Park (tana dei Terrors) sono infatti, come si vede pure nell’immagine, situati praticamente l’uno affianco all’altro, cosa che ha portato alla nascita di alcune bizzarrie. Per esempio capita che, in occasione del derby, la squadra in “trasferta” preferisca cambiarsi nello spogliatoio del proprio stadio per poi attraversare la strada con i tifosi per recarsi sul campo dell’avversario. Oppure che in turni di campionato giocati in casa da entrambe le formazioni si sentano cori di botta e risposta da uno stadio all’altro. Questa prossimità è un’idea che potrebbe sembrare fuori di testa a molti tifosi in giro per il mondo (ma senza andare lontano, basta Glasgow), ma non qui. Perché se è vero che quello tra Celtic e Rangers è uno scontro non solo sportivo, ma anche politico, religioso ed identitario, il derby di Dundee non lo è. Non fraintendiamoci, la rivalità tra i due club è sentita, anzi sentitissima, ma essa comincia e finisce sul rettangolo di gioco. Infatti non vi sono alcune divisioni di quartiere (essendo entrambi gli stadi nella stessa zona) né etniche, né politiche, ma semplicemente di tifo, tanto che spesso e volentieri all’interno di una stessa famiglia ci sono sostenitori dell’una e dell’altra squadra. In questo senso può ricordare molto più le stracittadine delle nostre latitudini, come il derby di Milano o quello di Genova.

La storia di questa disputa è ovviamente antica. Il Dundee FC fu fondato nel 1893, mentre il Dundee United è di 16 anni più giovane, essendo nato nel 1909. Il più vecchio dei due ha avuto un’ottima tradizione sino agli anni ’70, avendo vinto 1 campionato di Scozia (nel 1962), 1 coppa nazionale e 3 coppe di Lega (il trofeo più recente nel 1974). In maniera quasi opposta, le fortune sono girate all’incirca nello stesso periodo, con lo United che ha vinto 1 campionato nel 1983 sotto la guida del leggendario Jim McLean (coach dei Tangerines per 22 anni…ma in precedeza giocatore dei Dark Blues!), 2 Coppe di Scozia (ultima nel 2010) e 2 coppe di Lega. Il totale dice quindi curiosamente 5 trofei per squadra. Malgrado il solo campionato vinto a testa (a causa, manco a dirlo, dell’incontrastata supremazia delle già citate squadre di Glasgow), i due club della cittadina dell’Angus hanno pure un altro punto in comune, condividendo l’invidiabile percorso nell’unica edizione a cui parteciparono della Coppa dei Campioni. Sia il Dundee (nel 1963) che il Dundee United (nel 1984) arrivarono infatti sino alle semifinali della massima competizione europea! Altra curiosità, ad eliminarle al penultimo atto del torneo furono in tutte e due i casi delle squadre italiane: il Milan per i Dee e la Roma per gli Arabs.

I due club di Dundee si sono affrontati in match ufficiali ben 168 volte, con 49 successi dell’FC e 78 dello United (41 pareggi). La prima sfida è de 1925 (0-0), la più recente dello scorso agosto, quando i Dee superarono 2-1 i Tangerines in Coppa di Lega (attualmente infatti le due squadre non si affrontano in campionato, essendo i primi in Premiership ed i secondi in Championship). Molti sono stati i match storici, come per esempio quello del maggio del 1983, anno in cui lo United vinse il titolo. E lo vinse proprio in un derby giocato al Dens Park con un 2-1 a favore, bissando quando fatto tre anni prima nell’incredibile finale di League Cup che li vide giocarsi direttamente il trofeo (3-0 in quel caso per i Terrors). Peculiare la stagione 1987-88, che vide addirittura otto derby in un’unica annata, tra cui quello della semifinale di Coppa di Scozia, giocato al Tynecastle Park di Edimburgo (unico scontro di Dundee giocato in campo neutro) e vinto per 3-2 dallo United. O come non menzionare quello del novembre 2000 e vinto 2-0 dai Dark Blues con una rete di quello che probabilmente è il giocatore più celebre ad aver disputato il derby (calciatori scozzesi a parte), Claudio Caniggia. E ancora più recentemente, nel maggio 2015 andò in scena una stracittadina molto nervosa in cui l’attaccante degli Arabs Nadir Ciftçi (autore peraltro di due reti in quel match) morse una gamba al difensore dei Dee Jim McAlister!

Insomma, di bizzarrie il derby di Dundee ne è ricco e certamente molte altre se ne aggiungeranno in futuro, quel che è sicuro è che questa acerrima rivalità è comunque una delle più sane della storia del calcio e alla fine di ogni scontro in campo si possono sempre trovare fan dei Dark Blues e dei Tangerines bersi tranquillamente insieme una birra in un dei tanti pub della città.

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Big Sam, il Cannavacciulo della panchina http://www.rivistacorner.ch/big-sam-cannavacciulo-della-panchina/ Tue, 09 Jan 2018 19:15:57 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=4899 Avete presente “Cucine da incubo”, il programma dello chef stellato Antonino Cannavacciulo? Il cuoco italiano sceglie un ristorante la cui sopravvivenza è in estremo pericolo e con il suo genio, dei consigli mirati e l’esperienza che si porta in dote riesce a risollevarlo. Magia? Fortuna? No, bravura. Un po’ come il personaggio di cui vogliamo […]

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Avete presente “Cucine da incubo”, il programma dello chef stellato Antonino Cannavacciulo? Il cuoco italiano sceglie un ristorante la cui sopravvivenza è in estremo pericolo e con il suo genio, dei consigli mirati e l’esperienza che si porta in dote riesce a risollevarlo. Magia? Fortuna? No, bravura. Un po’ come il personaggio di cui vogliamo parlarvi, “Big Sam” Allardyce.

Il Nostro è uno specialista in salvezze, riesce a salvare anche l’insalvabile. Insomma, Cannavacciulo e Samuel Allardyce non hanno in comune solo la stazza… Dopo un’onesta e lunga carriera, in particolare con il Bolton, ha iniziato la scalata verso il calcio che conta. La prima panchina di peso è stata proprio quella del Bolton. Con i Trotters la storia d’amore è durata dal 1999 al 2007. Anni in cui il calcio di Allardyce – che potremmo definire primordiale, inglese ed estremamente essenziale – ha raggiunto picchi altissimi. Il Bolton ha sempre navigato in acque tranquille, raggiungendo pure una qualificazione alla Coppa Uefa. Si accasa al Newcastle è anche lì i risultati sono ottimi.

Il primo miracolo, però, lo ottiene con il Blackburn. Sale in sella quando la squadra è in piena lotta per non retrocedere e riesce a salvarsi. Nell’anno successivo raggiunge un insperato decimo posto. Le sue quotazioni, come potete capire, iniziano a salire e c’è chi vede nel suo futuro la panchina di una big o, udite udite, addirittura della Nazionale dei Tre Leoni.

Per il proseguo della sua carriera decide di fare un passo indietro per farne due in avanti: sposa la causa del West Ham, appena retrocesso in Championship. Al primo tentativo, nemmeno a dirlo, centra la promozione e l’anno dopo, in Premier, gli Hammers sono nelle parti alte della classifiche. Da lì torna al suo obiettivo principale, il marchio di una carriera importante: le salvezze clamorose. Non sbaglia con il Sunderland quando, ancora una volta, sembrava che nemmeno l’aura di Big Sam Allardyce potesse salvarlo da un destino scritto.

Ecco allora che arriva la grande chiamata, l’occasione della vita. L’Inghilterra decide di puntare forte ancora su un inglese e il 9 ottobre 2016 diventa cittì, in sostituzione di Mister Roy Hodgson. Il suo regno durerà pochissimo. A costargli caro non saranno i risultati sul campo, ma la sua etica. La smania di grandezza lo porterà ad accettare delle bustarelle, un tranello tesogli dal Telegraph.

Fine della corsa? Giammai. Giusto il tempo per recuperare energie ed è subito in pista. C’è un Crystal Palace malconcio da condurre verso porti più sicuri. Fa il suo lavoro egregiamente e saluta tutti. In attesa di cosa? Di una squadra dal buon potenziale da riportare sulla retta via. Ci sarebbe un ambizioso Everton. In estate i blu di Liverpool hanno sborsato centinaia e centinaia di milioni, ma i risultati non arrivano e annaspano nelle ultimissime posizioni. La panchina di Koeman traballa e il nostro, come un corvo, è nelle vicinanze. Diventa manager e oggi i Toffes sono noni in classifica. Una squadra nuova, con i giocatori più importanti, Rooney su tutti, rivitalizzati.

Le sue formazioni giocano tutte alla stessa maniera. Non si scappa. Allardyce è probabilmente il tecnico inglese più forte tatticamente. Al primo posto, per lui, viene la fase difensiva. Rafforza l’asse centrale con un centrocampista di contenimento tutto muscoli e polmoni. Gioca spesso con tutti gli uomini dietro la linea della palla e riparte. Predilige il gioco aereo, con lanci dalle retrovie a scavalcare il centrocampo. In questo è il più inglese di tutti. Ha costruito le sue fortune con dei numeri nove vecchio stampo, delle torri, degli arieti per favorire la manovra. O, in alternativa, dei velocisti per le ripartenze. Poco fraseggio, si deve concludere l’azione con pochi passaggi e il più velocemente possibile. C’è poco spazio per i dribbling, meglio un bel tackle e tanta aggressività. Poca fantasia e tanta efficacia.

Big Sam non rinuncia mai a due cose: la prima è la sua cicca. Mastica continuamente, come fosse posseduto. La seconda è lo spirito d’osservazione. In passato era solito seguire un tempo dalla tribuna e mandare in panchina il suo uomo di campo. Dall’alto, a suo dire, poteva vedere meglio, così da correggere in tempo i suoi. Oggi, invece, segue la gara dalla panchina, ma il suo staff si accomoda in alto e comunica grazie all’ausilio della tecnologia e di alcuni auricolari. Un’ultima curiosità. Nei primi giorni della settimana di lui al campo d’allenamento non c’è traccia. Dopo l’incontro del week-end in Inghilterra le squadre si dedicano al riposo, alla parte defaticante e al lavoro fisico. A lui quello non interessa e preferisce lasciare il testimone ai suoi sottoposti (oggi il suo vice all’Everton e Sammy Lee, storico giocatore del Liverpool con cui vinse tutto). Allardayce sbuca a metà settimana, quando entra in gioco la parte tattica.

Finora il suo metodo è infallibile e se ci fosse un riconoscimento anche per gli allenatori meriterebbe sicuramente una stella Michelin. Big Sam Allardyce, il re delle salvezze, colui che riesce a risolvere tutte le situazioni più intricate.

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RIVOLUZIONE SILENZIOSA http://www.rivistacorner.ch/rivoluzione-silenziosa/ Sat, 06 Jan 2018 16:30:16 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=4890 Oddo ha messo tutti i tasselli al posto giusto e l’Udinese ha inanellato una serie positiva di sei gare senza sconfitte. L’ultima, contro il Chievo, sembra essere un segnale. L’Udinese non navigava in ottime acque al momento dell’esonero di Luigi del Neri. L’allenatore friulano era arrivato ad Ottobre 2016, rispettando la mistica del condottiero nella […]

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Oddo ha messo tutti i tasselli al posto giusto e l’Udinese ha inanellato una serie positiva di sei gare senza sconfitte. L’ultima, contro il Chievo, sembra essere un segnale.

L’Udinese non navigava in ottime acque al momento dell’esonero di Luigi del Neri. L’allenatore friulano era arrivato ad Ottobre 2016, rispettando la mistica del condottiero nella sua terra natale (l’ex allenatore di Samp e Juve è nato ad Aquileia, città in provincia di Udine fondata nel 181 a.C. e capitale della X regione augustea) ma dopo aver portato l’Udinese ad una salvezza tranquilla nella scorso campionato, non era partito con il piede giusto, con quattro vittorie e sette sconfitte nelle prime 11 gare stagionale.
L’arrivo di Oddo portava in dote alla tifoseria friulana un po’ di scetticismo, data la brutta parentesi (a livello di risultati ma non di gioco) con il Pescara nella scorsa stagione in A.
L’allenatore campione del Mondo 2006 ha però dato una dimostrazione a tutti i tifosi d’Italia di come non vada visto il calcio, definito – giustamente – dal maestro Arrigo Sacchi “La cosa più importante fra le cose meno importanti.
Oddo ha smentito tutti coloro che danno al pallone una visione semplicistica, da bar, che porta a trarre delle conclusioni affrettate ed imprecise dettate considerazioni legate ai soli risultati.
Il trainer pescarese ha cambiato alcuni dettami dell’ottimo gioco messo in mostra a Pescara nonostante le sconfitte, dimostrando elasticità e voglia di migliorarsi, e, così facendo, ha inanellato cinque vittorie consecutive che diventano sei risultati utili contando il pareggio con il Chievo.

La vittoria più inaspettata del filotto bianconero.

Oddo non ha solo messo i giocatori di miglior talento della rosa bianconera al posto giusto ma ha dato fiducia a tutto l’ambiente, dando responsabilità anche a giocatori come Barak, giovane croato che da ormai due anni fa parte del gruppo della prima squadra ma che, nonostante sprazzi di talento mostrati nei pochi spezzoni che gli sono stati concessi in questo ultimo biennio, non ha visto il campo con continuità mentre, con l’ex terzino di Milan e Lazio in panchina, sembra poter avere molte più possibilità da qui alla fine dell’anno.
L’Udinese ha potuto, secondo gli schemi dell’allenatore pescarese, mettere in mostra tutto il suo talento e, allo stesso tempo, responsabilizzare tutti gli elementi della rosa senza creare malumori.
I bianconeri sono così diventati una squadra camaleontica, in grado di adattarsi a seconda degli avversari, cercando di fare la partita contro compagini di pari livello e di giocare di rimessa contro le big (i friulani non hanno demeritato nemmeno nelle due sfide contro il Napoli, in campionato ed in coppa Italia).

Il pareggio contro il Chievo, arrivato dopo un primo tempo in cui l’Udinese ha sofferto molto, sembra essere un segnale importante all’interno di una stagione partita male ma che adesso sta risultando veramente positiva per i friulani, che navigano in acque tranquille con 28 punti e una gara da recuperare (anche se difficile, contro la Lazio).
Un pareggio ottenuto contro una squadra solida come quella di Maran e che evidenzia il più grande insegnamento che può dare questa squadra e questo stile di guida tecnica: partendo da un principio realizzabile, l’importante non sono sempre i risultati quanto la capacità di perseguire quel principio attraverso un processo di crescita in cui le idee possono e devono cambiare in caso fosse necessario.

Così facendo i risultati arriveranno e tendenzialmente saranno più positivi rispetto a quelli che si possono ottenere tramite un atteggiamento mirato solo al conseguimento dei tre punti, atteggiamento che porta a vivere settimana dopo settimana senza offrire delle garanzie.
Nella speranza che possano capirlo molte squadre che stanno vivendo stagioni difficili a causa dell’assenza di progettualità, l’Udinese continua a lavorare sotto la guida del suo nuovo condottiero.
L’Udinese continua a sognare.

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Iliade: Achille e i Giochi in onore di Patroclo http://www.rivistacorner.ch/iliade-guerra-giochi-onore/ Fri, 05 Jan 2018 11:00:25 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=4836 L’Iliade è il poema di Achille, di Ettore, della guerra fra i Greci invasori e i Troiani difensori, ma non solo: è un‘ opera cosmica nella quale è presente anche una ricca componente sportiva. L‘Iliade ci narra la spedizione degli Achei capeggiata da Agamennone. Questi ha riunito tutti i re della Grecia per rispondere con […]

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L’Iliade è il poema di Achille, di Ettore, della guerra fra i Greci invasori e i Troiani difensori, ma non solo: è un‘ opera cosmica nella quale è presente anche una ricca componente sportiva.

L‘Iliade ci narra la spedizione degli Achei capeggiata da Agamennone. Questi ha riunito tutti i re della Grecia per rispondere con l’acciaio all’onta subita dal fratello Menelao di Sparta. La sposa di Menelao, Elena – la donna più bella del mondo – è stata sedotta dal principe troiano Paride, il quale era ospite del re di Sparta. I due amanti sono fuggiti per mare trovando rifugio dietro le spesse e alte mura di Troia. I Greci sbarcheranno sulle spiagge di Ilio mettendo d’assedio la città per i successivi dieci anni.

Tuttavia l’Iliade non vuole essere una cronaca dettagliata dell’intero decennio bellico: Omero sceglie di cominciare il suo racconto da un episodio chiave del poema: l’ira di Achille e ciò che ne consegue.

Achille è il guerriero più micidiale dell’esercito greco. Tuttavia si infuria con Agammenone, colpevole di averlo offeso sottraendogli l’amante Briseide. Achille decide di spogliarsi dell’armatura abbandonando i combattimenti. L’esercito greco rischia la sconfitta, ma Patroclo – il migliore amico dell’eroe furioso – indossa l’armatura di Achille respingendo l’assalto troiano.

La decisione di Achille di non combattere provoca la morte di Patroclo per mano di Ettore, la forgiatura delle nuove armi da parte del dio Efesto – divinità deforme dei fabbri e degli artigiani – e lo scontro finale fra Achille ed Ettore, con la conseguente vittoria dell’eroe greco.

Così l’Iliade sembra approssimarsi alla sua conclusione: Achille ha vendicato l’amico Patroclo eliminando il miglior guerriero dei Troiani, il principe Ettore. Ho scritto sembra perché in realtà al Libro XXIII avvengono i Giochi in onore di Patroclo: gare sportive organizzate da Achille per celebrare la morte dell’amico.

Per prima si svolge la corsa coi carri vinta da Diomede. Segue il pugilato nel quale Epeo sconfigge Eurialo. Dopo il pugilato avviene la dura prova di lotta fra Aiace Telamonio e Odisseo “esperto in tranelli”: l’incontro si conclude in parità.

Successivamente Odisseo vince la prova di corsa grazie all’aiuto della dea Atena. Segue un altro pareggio fra Diomede e Aiace Telamonio in quello che può essere definito un duello al primo sangue con la lancia. Polipete vince la gara di getto del peso.

Troviamo anche la prova di tiro con l’arco, vinta da Merione. Infine chiude la serie di prove il lancio del giavellotto nella quale Agamennone risulta imbattibile: per tale motivo rinuncia alla sfida cedendo il primo premio a Merione.

Il Libro XXIII può essere definito come un profondo respiro che allontana il lettore dagli orrori della guerra. Achille da buon gonfaloniere organizza i giochi mettendo in palio premi grandiosi: lance, corazze, spade, cavalli e serve. In queste gare i partecipanti dimenticano gli affanni dei combattimenti mettendoci anima e cuore pur di conquistare il gradino più alto del podio.

I versi di Omero sono la testimonianza di quanto il valore atletico e le competizioni sportive fossero cruciali nella società ellenica: un eroe era molto spesso anche il campione di una disciplina. Fra tutti i vincitori vale la pena sottolineare Odisseo, il quale sarà il protagonista dell’Odissea nella quale verrà raccontato il destino di Troia.

Sì, perché l’Iliade narra cinquanta giorni di guerra e non la sua conclusione: il Libro XXIV termina l’opera con la restituzione del cadavere di Ettore al padre Priamo. Achille il furioso cede alle lacrime del vecchio re lasciando che questi possa dare degna sepoltura al figlio.

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Less is more, bellezza di uno zero a zero http://www.rivistacorner.ch/less-is-more-bellezza-uno-zero-zero/ Thu, 04 Jan 2018 16:00:03 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=3204 Less is more. Zero a Zero. Non sempre ciò che appare semplice è scontato, la semplicità spesso cela assurda complessità, equilibri incontrastabili ed inesorabilmente fragili, equilibri dove basta un non nulla affinchè tutto diventi tremendamente dinamico, equilibri flessibili, equilibri variabili, equilibri non proprio in equilibrio. Non è da tutti apprezzare questo paradigma di bellezza, probabilmente […]

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Less is more. Zero a Zero. Non sempre ciò che appare semplice è scontato, la semplicità spesso cela assurda complessità, equilibri incontrastabili ed inesorabilmente fragili, equilibri dove basta un non nulla affinchè tutto diventi tremendamente dinamico, equilibri flessibili, equilibri variabili, equilibri non proprio in equilibrio.

Non è da tutti apprezzare questo paradigma di bellezza, probabilmente in molti apprezzano, infatti, l’opposto. E’ molto facile concepire, a primo impatto, come bello ciò che salta all’occhio in vivacità, in estrosità, ciò che viene, forse anche banalmente, captato da chiunque, ma non per forza deve essere così, che sia arte o architettura, musica o sport, passando per il passionale “gioco del pallone”. Perché sì, se ci troviamo in un campo da calcio, uno zero a zero, apparentemente semplice e fin troppo lineare, non deve essere concepito come brutto, non deve essere visto come noioso, per lo meno non sempre, d’altro canto non esistono mai certezze assolute. Tuttavia a noi tutto ciò non importa, a noi non importa delle certezze assolute, noi amiamo uno sport che certezze non ne ha: il calcio nella sua massima espressione.

Ci troviamo davanti uno schermo televisivo o allo stadio o magari dobbiamo accontentarci di nostalgica radiocronaca ad accompagnarci, ma non importa, neanche questo, ciò che conta è che stiamo seguendo la partita tanto attesa, magari si preannunciava anche tesa, d’altronde noi stessi siamo in tensione, quasi tendiamo a sudare ed a stento tratteniamo l’entusiasmo misto ad angoscia sportiva. Sono giorni che non pensiamo ad altro, il momento fatidico è giunto, palla al centro, cenni di intesa, si inizia.

Dopo i primi quarantacinque minuti sembra che le due squadre si siano annientate a vicenda, tutti troppo forti i ventidue in campo, i tiri nello specchio sono stati molteplici, altrettante le parate, aggiungiamo poi un legno colpito, per di più proprio dalla squadra cui tifiamo, ed il gioco è fatto. Restiamo fiduciosi, sappiamo e speriamo che il risultato debba prima o poi pur sbloccarsi, del resto ci sono ancora altri tre quarti d’ora di partita, il pareggio appare comunque improbabile, un goal deve arrivare, arriverà in un modo o nell’altro, ne siamo certi, la partita prima o poi si sbloccherà.

Proprio quel goal, però, non arriverà mai, anche nei secondi quarantacinque le due squadre non si sono risparmiate, se gli attaccanti hanno creato, anche bene a dire il vero, gli estremi difensori sono stati stupefacenti, le loro parate sembravano tendere all’infinito, come a voler toccare il cielo, sì, toccar il cielo con un guantone. Proprio quel goal, cui tanto si sperava, non arriverà mai, ma la partita è stata egualmente stellare, sino agli ultimi minuti l’abbiamo vissuta con il cuore in gola, come piace a noi, soffrendo, ribaltamenti di fronte continui, pur sempre resi vani dall’equilibrio, un equilibrio potenzialmente effimero, un equilibrio sinonimo di perfezione, raro, ma comunque già visto e teorizzato in passato, è infatti nell’immediato Dopoguerra quando Annibale Frossi afferma che lo zero a zero sia il risultato perfetto, perché espressione dell’equilibrio totale tra l’attacco e la difesa delle squadre in campo e noi, per lo meno dopo aver appena visto questa partita, non possiamo non concordare con lui.

Uno zero a zero può essere sì noioso, talvolta, ma altrettante volte può essere estremamente avvincente, interessante, perfetto. Perfetto per l’appunto, perché se uno zero a zero è giocato a viso aperto, senza ombra di dubbio rappresenta l’assoluta perfezione in chi lo ha interpretato, dal reparto difensivo, sino quello offensivo, ognuno ha dato il massimo nel proprio ruolo, ha generato scossoni, tensioni, emozioni, stati d’animo istantaneamente contrastanti, pur senza mai servirsi di quello che rappresenta il fine ultimo del calcio, il goal. Uno zero a zero che genera poesia è superlativo, sensazionale, vale molto più di un pareggio con goal, perché è proprio del goal cui è riuscito a far a meno, ha generato il massimo con il minimo indispensabile o, viceversa, forse è proprio il minimo ad aver generato il massimo.

Lo zero a zero può essere al tempo stesso caoticamente logico nella sua evoluzione, senza mai perdere la propria invariabilità, perché in fondo reinterpreta in pieno l’etichetta miesiana del «less is more» ed è proprio come un’architettura razionalista, un’architettura essenziale, dove, a concepimento raggiunto, nulla può esser tolto e nulla può esser aggiunto.

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