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]]>Destino o questione di attributi?
L’uscita agli ottavi non è nuova per la Nati. Nel 2006 fu una serie di rigori raccapriccianti a escluderci dal passaggio all’atto successivo. La Svizzera di allora, però, era una realtà per certi versi operaia, fatta di discreti giocatori illuminati dalle reti di Frei e da un giovane Barnetta in grande spolvero, ai quali realisticamente era molto difficile chiedere di più. I rossocrociati attuali, se mai, ricordano vagamente quelli visti in Sudafrica quattro anni dopo: una grande vittoria contro la Spagna al debutto, una sconfitta contro il Cile e, nel momento della verità, uno scialbo pareggio contro il modesto Honduras che ci estromise dal torneo già al termine dei gironi. Quattro anni dopo, in Brasile, si poté invece uscire a testa alta, con una sontuosa prestazione contro l’Argentina, che segnò solo grazie al lampo di un fuoriclasse. Poi gli Europei francesi, la Polonia, una partita insulsa che si concluse ai rigori, vedendoci nuovamente sconfitti. E ora la Svezia: un film già visto. La domanda che ci si pone è quindi: perché al momento di tirare fuori gli attributi siamo impauriti? Perché non si riesce mai a vincere una partita decisiva?
Fenomeni sì, ma dove?
Capitan Lichtsteiner e la stampa parlavano della “Svizzera più forte di sempre”. Ma è realmente così?
Certo, c’è chi ha brillato come Sommer, che ha dimostrato di essere un portiere di sicuro rendimento, in grado di dare sicurezza al reparto arretrato, di garantire presenza sulle parate “normali” e di saper pure compiere qualche miracolo. Forse, insieme a un sempreverde Behrami, il portiere è colui che maggiormente ha saputo rispondere presente nei momenti di difficoltà. Cosa che non hanno saputo fare le due cosiddette “stelle”, Xhaka e Shaqiri, entrambi in grado di svegliarsi unicamente nel loro derby personale contro la Serbia (e non è intenzione di chi scrive buttarsi ora su una divagazione politica di cui non è minimamente competente: solo chi è stato direttamente o indirettamente coinvolto nella guerra di Jugoslavia può dirci se i loro gesti o i malumori dei serbi siano legittimi o meno). Il centrocampista sembra risentire della stessa “sindrome da Nazionale” che pativa il suo ex compagno Inler: giocatore importante nel suo club, che però una volta vestita la maglia rossocrociata si dimentica persino se sia mancino o destro. Quanto meno Xhaka, ad onor del vero, nella sua carriera ha fatto vedere di valere certi palcoscenici, mentre Shaqiri è un calciatore appena retrocesso con lo Stoke City, che all’Inter non ha brillato, e che nel Bayern ha fatto ben poco per essere ricordato. Ha senso appigliarvisi e riporre in lui ogni speranza? Ha senso pensare sia lui il nostro “fuoriclasse”?
Dove sono gli attaccanti?
La questione più spinosa di questa Nazionale è senza ombra di dubbio l’attacco, problema che si ripropone dal maledetto infortunio del già citato Frei agli Europei elvetico-austriaci. Prima c’era Streller, poi N’Kufo, oggi viene proposta una girandola di nomi che non riesce a mettere insieme una prestazione soddisfacente. Se gioca Seferovic, si rimpiange Drmic; se gioca Drmic, si pensa a Gavranovic; se gioca Gavranovic, si vorrebbe Embolo. E avanti così, ad libitum. Nascerà nuovamente un bomber di razza tra i confini elvetici? Non bastasse ciò, la manovra offensiva appare spesso impaurita, priva di idee e di potenza di fuoco. E di questo deve rispondere Vladimir Petkovic, al quale sicuramente non si può chiedere un miracolo (i giocatori, grosso modo, sono quanto di meglio offre il panorama elvetico attuale), ma un minimo di coraggio e di strategia d’attacco sì.
Valiamo di più?
È una domanda che sta ormai diventando angosciante, ma ormai gli indizi iniziano ad essere troppi. Agli Europei ci qualificammo con una vittoria in Lituania ottenuta allo scadere. A questi Mondiali, pur sfortunatamente, abbiamo dovuto giocarci uno spareggio contro l’Irlanda del Nord. Spareggio in cui, in totale onestà, la Svizzera ha messo in mostra un gioco non certo spumeggiante. Stesso percorso durante i gironi: prestazioni poco convincenti due anni fa, come pure oggi. E alla fine, il solito maledetto ottavo di finale con quel pensiero molesto, quel “ai quarti avremmo potuto esserci noi”. Troppi “avremmo” ormai, troppe volte in cui “saremmo” dovuto esserci e non ci siamo stati. Forse è naturale sia così. Forse valiamo questo: un ottavo di finale, che oggi lascia meno rimorsi di due anni fa e, se possibile, pure della partita contro l’Argentina dello scorso Mondiale. Questi siamo.
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]]>Stella
Difficile citare un singolo giocatore in una rosa tanto ricca di talento quanto di solidità. A titolo esemplificativo prendiamo il dubbio in porta, dove date le poche gare giocate dall’altrimenti titolarissimo Neuer, la scelta è tra quest’ultimo, Ter Stegen e Leno. Comunque vada, insomma, si cade in piedi. Non volendo però spulciare in questa maniera tutta la rosa tedesca, citiamo un nome per reparto. In difesa la sicurezza è senza ombra di dubbio Hummels, difensore del Bayern Monaco che ha saputo affermarsi già a Dortmund come uno dei centrali più forti al mondo. A centrocampo è forse più dura scegliere, dato che Löw potrà contare tra elementi di livello come Kroos, Özil, Khedira, Draxler e via discorrendo. Potrebbe essere il Mondiale della scoperta (si fa per dire) di Sané, o quello del riscatto di Reus, che ha saltato praticamente ogni evento con la Nazionale causa infortuni. E in attacco occhio a quel Werner che a Lipsia sta facendo stravedere, e che potrebbe vincere l’odio di un intero paese a suon di gol. Non va poi dimenticato Müller, miglior marcatore dei Mondiali di calcio tra i giocatori in attività. Promessa da parte di chi scrive non mantenuta: come vedete, è impossibile citare un solo giocatore, ancor più un singolo per reparto.
Bookmakers
La quota per la vittoria della Germania è data a 5,5, solo mezzo punto in più del Brasile, vero e proprio favorito di questa edizione. I sudamericani desiderano sicuramente un riscatto dopo la figuraccia rimediata davanti al proprio popolo quattro anni fa proprio ad opera dei tedeschi. Chissà che le due squadre non possano essere protagoniste di una finale da urlo, sempre che la maledizione del campione uscente non colpisca ancora…
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]]>Raccogliere l’eredità dell’ucraino appena passato al Chelsea non era certamente la cosa più semplice. Forse era destino che quel brasiliano privo di soprannomi (anzi, con un nome e un cognome normalissimi) non potesse infiammare i cuori della tifoseria milanista, infranti dalla partenza di quello che era il loro beniamino. A livello europeo non era certo un nome di grido, pur avendo uno score tra campionato spagnolo e brasiliano degno di rispetto: in due anni a Siviglia, 46 presenze e 26 gol; a Valencia 8 gol in 21 partite. E diciamo pure che l’esordio con la maglia del Milan ebbe le sembianze di una bella pallonata in faccia a tutti quelli che storcevano il naso: il 9 settembre 2006 contro la Lazio piazzò subito la sua prima rete italiana e mise in mostra un ottimo dribbling e movimenti sguscianti. Col passare delle partite, però, il ragazzo iniziò a dar ragione a chi mugugnava: spesso avulso dal gioco e capace di segnare solo due altri centri contro Udinese e Siena. Ironia della sorte, non siederà nemmeno in panchina nella partita più importante del Milan di quell’anno: la finale di Champions League di Atene che porterà i rossoneri al riscatto della maledetta Istanbul. A fine anno sarà quindi ceduto al Real Saragozza che incredibilmente, nonostante la retrocessione, lo riscatterà l’anno seguente. Da erede di Sheva a pacco sbolognato: niente male.
Che fine ha fatto?
Dopo un lungo girovagare tra Europa e Asia, nel 2015 Oliveira è ritornato a giocare in quel Santos che gli aveva permesso il salto verso il vecchio continente. Nel 2016, a 36 anni, è addirittura comparso in campo in maglia verdeoro per le qualificazioni ai Mondiali del 2018, segnando contro il Paraguay. All’alba del 2018, Ricardo calca ancora i campi da calcio con la maglia dell’Atletico Mineiro. Eredità da raccogliere non ce ne sono più, e quel ragazzo può continuare a divertirsi. Certo, forse quel nome così anonimo fu profetico.
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]]>Alto poco meno di un metro e ottanta, biondo, viso pulito. Il ragazzo cresce nelle giovanili della Roma e dal 2002 inizia una carriera professionistica che per lo più lo vede impiegato in Serie C con le maglie di Catania, Cittadella, Gualdo, Celano e Gubbio. Nel 2011 con la maglia umbra si guadagna la possibilità di disputare la Serie B, dove però la compagine non fa sicuramente una figura memorabile. La compagine in cui milita, infatti, retrocede dopo un solo anno di permanenza in cadetteria, senza sussulti degni di nota. Perché, insomma, parlare di Farina? Un passo indietro.
Siamo nel novembre del 2011 e Gubbio e Cesena stanno per sfidarsi in Coppa Italia. Farina riceve una telefonata da un ex compagno in maglia giallorossa, tale Alessandro Zamperini, per truccare il match in cambio di 200mila euro. Un bel gruzzolo, considerando soprattutto gli stipendi dei calciatori delle serie minori. Che fare, quindi? Farina rifiuta la proposta e non solo, denuncia Zamperini nel mese seguente. Un gesto forte in seguito ad anni in cui l’ombra del calcioscommesse si era nuovamente posata sul calcio italiano, ed inizialmente Farina viene trattato come un vero eroe, un emblema di ciò che dovrebbe essere un calciatore. Prandelli lo invita simbolicamente ad uno stage azzurro, mentre Blatter lo chiama sul palco alla cerimonia del Pallone d’oro dello stesso anno. “Vorrei presentarvi questo giocatore che ha avuto il coraggio di dire no a chi voleva manipolare una partita e ha fatto scoprire una nuova rete criminale”, dice l’allora numero uno della Fifa, che aggiunge: “Se tutti facessero così, potremmo vedere un futuro migliore”. Tanto marketing, tanto utilizzo del nuovo uomo immagine, che però nell’agosto del 2012 si ritrova senza squadra dopo la rescissione del proprio contratto con il Gubbio e, pur volendo restare in campo ancora per qualche anno, non trova nessuno disposto ad offrirgli un accordo. Un eroe dimenticato troppo in fretta.
Che fine ha fatto?
“Ho preferito non guadagnare tanti soldi, ma mantenere l’integrità”.
La disoccupazione di Farina, e i timori di Prandelli e di chi vuole che questo giocatore sia un esempio incancellabile, durano soltanto pochi mesi, per fortuna. L’ex difensore del Gubbio, dopo essere rimasto senza squadra in Italia, firma con l’Aston Villa per il ruolo di ‘community coach’: insegnare i valori dello sport alle nuove generazioni. Per lui scuola calcio e non solo: lezioni di lealtà, sportività, integrità morale, onestà. Nel 2015 gli viene offerto anche un ruolo in Lega B italiana, e può quindi rientrare in terra natia. Un peccato non aver rivisto tale nobiltà d’animo in campo, ma forse è bene che questa sia al servizio dei giovani e di quelle categorie di calciatori per i quali qualche soldo piovuto dal cielo grazie ad un accordo sottobanco fa maggiormente gola.
“Quei soldi sarebbero serviti, ma non avrei più potuto guardare in faccia i miei figli”. Ad majora, Simone Farina, cavaliere senza macchia!
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]]>Come detto in occasione di altri racconti su meteore e presunti fenomeni del mondo del calcio, i paragoni a volte portano più sfortuna di un gatto nero che attraversa la strada. In questo senso il nipponico non fa eccezione, perchè fu proprio Zico nel 1996 a dire di lui “Questo ragazzo sarà il mio erede”. Certo, gli inizi di carriera di questo piccolo attaccante sono promettenti: a 19 anni si mette già in luce nei Kashima Antlers, squadra tra le più blasonate in Giappone. Qui, nel 1998, grazie a una stagione in cui tramuta in oro praticamente ogni pallone che tocca, vince il titolo di giocatore giapponese dell’anno superando tra gli altri Hidetoshi Nakata. Anche in nazionale maggiore alza la Coppa d’Asia del 2000, togliendosi quindi le sue soddisfazioni. Il ragazzo inizia ad essere pronto per il salto europeo? Così pare.
A seguito del Mondiale casalingo (a dir la verità con più ombre che luci), Toninho Cerezo inizia a parlare dell’attaccante a Beppe Marotta, allora dirigente della Sampdoria. Siamo nell’estate del 2003, i blucerchiati hanno suggellato il loro ritorno in A grazie alle reti della coppia Flachi – Bazzani, e in attacco è arrivato lo scafato Marazzina oltre a giocatori che la Serie A l’hanno già assaggiata come Diana, Donati, Antonioli, Falcone, Cristian Zenoni e il gioiellino Doni. Manca giusto un colpo che renda il tutto più frizzantino. E quindi cosa c’entra Yanagisawa? C’entra, eccome se c’entra: sono gli anni in cui il Sol Levante illumina (con fortune alterne, ad essere onesti) l’Europa con Nakata, Nanami, Ono, Nakamura, Inamoto. Anni in cui molti presidenti valutano come ottenere successo in Asia, vero e proprio nuovo mercato. E forse al buon Marotta salta in mente la brillante idea di tentare un colpo di marketing vero e proprio: portare a Genova l’idolo di un intero paese.
L’incipit di Yanagisawa è tra i più strambi che si siano mai visti. Nelle sue interviste se ne viene fuori con digressioni strampalate che nulla hanno a che fare col calcio. Dopo essersi paragonato infatti a Inzaghi il giorno della presentazione, nelle settimane successive gli argomenti saranno illuminanti. Esempio? “Genova è un posto stupendo come la mia Toyama. Davanti ha il mare e dietro le montagne”; “Il cibo italiano? Non è un problema, in Giappone andavo spesso nei ristoranti italiani!”; “Nel tempo libero sono un tipo tranquillo: sto sul divano o gioco al computer”. Corre addirittura voce che Francesco Pedone, allora giocatore blucerchiato, gli avesse insegnato a dire “Barcollo ma non mollo”, espressione fondamentale per guadagnarsi quanto meno la simpatia del gruppo. Sì, mi direte, ma sul campo come va? Ad essere onesti l’inizio è pure in parte promettente, salvo una surreale allergia al gol. Qualche buono spezzone e un rigore procurato al 90esimo di Sampdoria – Brescia grazie a un pugno in faccia da parte di Castellazzi, che regalerà la prima vittoria dal ritorno in A ai blucerchiati, gli valgono la titolarità contro il Milan tra le mura amiche. Risultato? La truppa rossonera giocherà una delle partite più spumeggianti che si siano mai viste in Serie A, conquistando il Ferraris con un netto 0-3, mentre di Yanagisawa, sforzandosi di ricordare un dettaglio di quel match, c’è traccia solo sul foglio della formazione consegnato ai giornalisti prima della partita. Tale partita, inutile dirlo, sarà incisa sulla lapide che decreterà la fine dell’avventura genovese del giovane Atsushi, dato che Novellino non è un tecnico da seconde opportunità (gli concederà qualche spezzone giusto se costretto) e il ragazzo ogni volta che apre bocca fa più danni della grandine. È infatti al Corriere dello Sport che dichiarerà: “È da quando sono bambino che quando ricevo palla in area mi chiedo se devo passare, tirare o stoppare (ma non si paragonava a Inzaghi? ndr)” e “Da piccolo in realtà volevo giocare a baseball, ma c’era un limite d’età ed ero troppo giovane. Nella squadra di calcio del mio amico, invece, poteva giocare chiunque”. La puzza tipica dei bidoni inizia ad essere fin troppo riconoscibile.
Che fine ha fatto?
Yanagisawa vorrebbe tanto rimanere a Genova, ma la seconda chance, stranamente, non arriva. La sua avventura italiana prosegue un altro anno a Messina dove giura vendetta alla Sampdoria. Inutile dire che pure in questo match il giapponese, pur schierato per novanta minuti in campo, risulta deleterio per i siciliani. Farà ritorno quindi in terra natia dove sicuramente non sfigura più di tanto, ma altrettanto certamente non è più la stella che brillava prima dell’avventura italiana. Insomma, Zico era un’altra cosa. E come per tanti prima e dopo il buon Atsushi, tanto tuonò che… non piovve!
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]]>Detto anche “El picador”, José Maria Romero Poyon cresce calcisticamente nel Siviglia e mostra tutto il meglio del suo repertorio sul finire degli anni ’90 con la maglia dell’Atletico Madrid. Tra le fila dei Colchoneros, l’attaccante pare in grado di fare qualsiasi cosa: dall’entrare a partita in corso a levare le castagne dal fuoco, all’essere sostituto ideale di gente come Bobo Vieri e Kiko, dal giostrare sulla fascia all’occupare il posto di prima punta. Il suo score nei due anni madrileñi è pure discreto, e ciò gli vale la chiamata del Milan.
All’ombra della Madonnina lo spagnolo deve ovviamente lottare per farsi spazio: arrivato nella sessione invernale, tocca la convivenza con un certo Shevchenko arrivato in estate e già in grado di prendersi la responsabilità di garantire gol ai rossoneri, e il ben conosciuto Bierhoff. Così, nei primi sei mesi in Italia, José Mari non lascia il segno escludendo un gol nel 2-2 contro la Roma. Lievemente migliore è l’anno dopo, ma i bomber di razza sono altri (tanto più se il confronto è con l’ucraino, uno degli attaccanti più forti mai visti nella storia del calcio). E così, dopo un ulteriore anno né carne né pesce, il giovane José torna in Spagna con un’etichetta recante una sola parola a caratteri cubitali: bidone.
Tornato in Spagna, dopo un anno all’Atletico che lo aveva lanciato, contribuisce (pur continuando a segnare gol in dosi omeopatiche) a belle apparizioni europee per il Villareal, che arriva nel 2006 addirittura in semifinale. Dal 2008 al 2013 giostra tra Betis, Gimnastic e Xerez, prima di annunciare il suo ritiro dal calcio.
Che fine ha fatto?
Si parlava di mutazioni genetiche non a caso. Perché la prima impressione che si ha avventurandosi su Instagram nel profilo di tale indio2314, capendo di trovarsi di fronte a José Mari, è di totale incredulità. Dove sono finiti i capelli lunghi, quell’espressione sbarbatella da Povia del calcio spagnolo, quel fisico che, forse complici le divise larghe di allora, pareva anche leggero? L’ex milanista è infatti a tutti gli effetti divenuto un culturista coperto di tatuaggi e dal fisico scultoreo, con capelli corti e barba, che posta valanghe di foto in palestra. Del Picador non resta che un lontano ricordo, e il calcio sembra quasi non esser mai appartenuto alla sua vita che però, di questo ci si può rallegrare, tra sorrisi in palestra, linguacce con la compagna e momenti di tenerezza coi figli, oggi pare felice come non mai.
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]]>Estate 2010. La Juventus decide di porre fine all’epoca Blanc – Secco, affidandosi a quel Beppe Marotta che nella stagione precedente, dopo annate già positive, era riuscito ad allestire il miracolo della Sampdoria arrivata al quarto posto con Del Neri in panchina. L’ex blucerchiato aveva reso Bogliasco un’oasi dove calciatori provenienti da periodi bui tornavano a prendersi le luci della ribalta, abbinandoli a giovani promesse che con la maglia doriana venivano individuati dai giornali come prossimi gioielli della Nazionale. Nel primo gruppo impossibile non citare Cassano e Pazzini, ma pure Semioli, Mannini e Pozzi. Del secondo, Poli pareva il predestinato, ma vanno ricordati anche gli acquisti di Gastaldello e di Palombo, pescato dal fallimento della Fiorentina e divenuto nel tempo uno degli uomini simbolo dei liguri. Tutto questo excursus serve fondamentalmente a porsi una domanda retorica: chi meglio di Marotta poteva rimettere in piedi una Juventus in balia della tempesta post Calciopoli, ancora senza identità e mai in grado di spaventare realmente i propri avversari come negli anni ruggenti?
Beppe piazza quindi un colpo da novanta che vuole in parte essere un richiamo al passato, un acquisto dal valore emotivo a trecentosessanta gradi: nostalgia, ma anche assicurarsi uno dei migliori prospetti europei del tempo. Stiamo parlando di Milos Krasic, proveniente da Mosca.
Si sprecano i paragoni, ovviamente. “Krasic è il nuovo Nedved”. La corsa è senza dubbio interessante, la capigliatura è bionda (figlia di investimenti importanti dai parrucchieri torinesi), viene pure dall’Est… Eppure, prima di lanciarsi in un paragone con un Pallone d’oro, ci vorrebbe un minimo di cautela in più. L’inizio infatti non è proprio esaltante, ma a ben vedere non lo è tutta la Juventus di Del Neri. Alla quinta giornata, però, il serbo si sveglia e piazza tre gol al Cagliari, lasciando intendere che forse l’investimento su di lui non è poi così sbagliato. Poche partite ancora e a Bologna Krasic si rende però protagonista di una simulazione abbastanza patetica, sciocca ed evidente, che gli costa due giornate di squalifica per condotta antisportiva. Tutto sommato, tenendo conto della sua partecipazione al precedente campionato russo che ne condizionò la tenuta fisica, la prima stagione del “nuovo Nedved” non si può considerare negativa, contando che è presente in quasi tutte le partite e che la sua decina di gol la mette a segno. Certo, Pavel era un’altra cosa.
Estate 2011. Un anno esatto dall’arrivo. La Juve volta pagina e Marotta sostituisce Gigi Del Neri con Antonio Conte, dando così juventinità ad una squadra che l’identità l’aveva smarrita. 3-5-2 in campo al posto del 4-4-2 del friulano. In poche parole, “Caro Krasic, non mi servi”. Sette presenze in Serie A, un solo gol complice una papera di Andujar, e niente da segnalare per la furia serba. A fine stagione saluti e baci, l’epopea del biondo Milos prosegue da Torino a Istanbul.
Che fine ha fatto?
L’avventura turca di Krasic non regala i frutti sperati a causa di infortuni e scarsa fiducia dei tecnici che lo allenano. La vita professionale lo porta quindi al Lechia Gdansk, squadra di massima serie polacca, dove gioca ancora oggi e riveste anche il ruolo di centrocampista centrale.
Insomma, Nedved in carriera aveva fatto un po’ meglio.
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]]>Vratislav Gresko è uno dei classici soldatini dell’est. Quelli che piazzati in campo non spiccano per qualità eccelse né per gravi errori, garanzia di affidabilità e continuità. Eppure la vita professionale del ragazzone di Tajov ha uno sfortunato filo conduttore, come se ogni sera facesse cadere il barattolo del sale camminando sotto una scala.
Dopo un inizio di carriera in terra natia, nel 1999 il biondo Vratislav approda a Leverkusen. Le Aspirine quell’anno giocano un campionato di vertice, e si trovano all’ultima giornata in testa alla classifica con tre punti di vantaggio sul Bayern. 20 maggio 2000: il Bayer sta per festeggiare il primo titolo nazionale della propria storia, e la trasferta contro l’Unterhaching, dove basterebbe un pareggio per la matematica, pare una pura passeggiata di salute. A sorpresa, però, arriva una sconfitta per 2-0 mentre il Bayern Monaco trionferà per 3-1 contro il Werder Brema e si regalerà il sedicesimo Meisterschale della propria storia.
Nel 2000 lo slovacco si presenta a Milano, sponda Inter, voluto fortemente dall’allora allenatore Marco Tardelli che lo aveva notato nella sua nazionale Under21. In nerazzurro le prestazioni di Gresko sono altalenanti, ma d’altronde sono anni in cui si continua a rimpiangere la leggerezza con cui si lasciò partire Roberto Carlos, e non può certo essere lui a rimarginare una ferita aperta del genere. Anzi.
5 maggio 2002. L’Inter, che pare avere il campionato ormai in cassaforte, sta vincendo 2-1 sulla Lazio in un Olimpico di Roma bardato di nerazzurro: gli stessi laziali spingono per una vittoria dei milanesi, per evitare che i cugini giallorossi possano avere la benché minima possibilità di prendersi lo scudetto. A un minuto dalla fine del primo tempo, Gresko cerca il retropassaggio di testa verso Toldo, nel tentativo di alleggerire la pressione laziale. La palla però è troppo corta e tale Poborski, giocatore che misteriosamente dopo questa partita dovrà fuggire per sempre da Roma, piazza la zampata vincente. Il resto, poi, è storia: l’Inter nel secondo tempo perde 4-2 complice un inspiegabile crollo mentale, il cui emblema sono alcuni giocatori che scoppiano a piangere in campo ancora a partita in corso (emblematico tra questi un “cattivo” come Materazzi, benché la scena più famosa sia quella di Ronaldo appena sostituito) e, dulcis in fundo, la Juventus e la Roma vincono, lasciando così gli uomini di Cuper addirittura al terzo posto. I tifosi nerazzurri non perdoneranno mai quell’errore al giovane slovacco benché, volendo fare un’analisi seria, Gresko sia ben lontano dall’essere meritevole del ruolo del capro espiatorio. Ma anche i bravi ragazzi, in qualche modo, la fama di gatto nero se la posso guadagnare. Ed è decisamente il suo caso.
Che fine ha fatto oggi Gresko?
Nel 2015, dopo aver girovagato l’Europa, il terzino biondo decide di abbandonare il calcio e aprire uno spazio teatrale nella propria città. Niente recite, ben inteso: solo programmazione e marketing. Già, quell’amore per la tragedia che non finisce mai…
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]]>È da qui che inizia il pezzo odierno, da quel 24 agosto 1963, in cui l’HSV fece la sua comparsa in Bundesliga, la prima a girone unico all’italiana: esordio a Münster contro i Preussen e pareggio per 1-1. E come studenti modello al primo banco, gli anseatici non si assentarono mai più dall’appuntamento del fine settimana teutonico. Nemmeno il Bayern Monaco dei grandi campioni può vantare questo primato, poiché non iscritto alla prima edizione della Bundesliga. Né il Borussia Dortmund, il Bayer Leverkusen, e tutte le altre compagini del calcio tedesco.
Eppure, dopo un’epoca gloriosa vissuta negli anni ’80 tra Germania ed Europa, questo è via via diventato l’unico risultato degno di nota della squadra. Un record da difendere sempre più con le unghie e con i denti. L’Amburgo, infatti, negli ultimi 4 anni, ha vissuto a un tiro di sputo dalla retrocessione. Dapprima il Greuther Fürth, un ostacolo superato per il rotto della cuffia grazie a uno 0-0 tra le mura amiche, e un 1-1 in trasferta. L’anno seguente, che sarebbe dovuto essere quello del riscatto, si trasformò in un incubo. I Rothosen si trovarono di fronte un Karlsruhe agguerrito, in grado di passare in vantaggio al Volksparkstadion, prima che Ilicevic riuscisse a pareggiare i conti.
Nel match di ritorno, fu nuovamente la squadra cadetta a segnare a 10’ dalla fine e, quando tutto pareva perduto, l’Amburgo a pochi minuti dal termine guadagnò una punizione dal limite dell’area che tutti pensavano fosse il canto del cigno di Van der Vaart, l’ex basilese Diaz vestì i panni dell’uomo della provvidenza e, sorprendendo i suoi stessi compagni di squadra per la bellezza del gesto tecnico, pennellò un tiro perfetto all’incrocio dei pali, permettendo ai suoi di portare poi a casa il successo nei tempi supplementari. Per la prima volta nella sua storia, contestualmente a tutto ciò, ad Amburgo si parlò di eliminare orologio e dinosauro (mascotte della squadra), in quanto simboli troppo ancorati al passato.
Tale proposta della società si scontrò contro la levata di scudi di un’intera città (tolto, ovviamente, Sankt Pauli) che non voleva cancellare la propria tradizione con un semplice colpo di spugna. Nella scorsa stagione, dopo un’annata di mezzo tranquilla, gli anseatici partirono nuovamente tra grandi proclami concretizzatisi in un nulla di fatto. Nell’ultima giornata di campionato lo scontro contro il Wolfsburg divenne così uno spareggio anticipato, e dopo pochi minuti il destino pare segnato dal vantaggio dei Lupi e una parvenza di maggior volontà di salvare la pelle. Sul finire di frazione è Filip Kostic, l’acquisto più pagato della sessione di calciomercato precedente (e di conseguenza tra i più deludenti), riuscì a piazzare la zampata che valse il pareggio.
A pochi minuti dal novantesimo è invece Luca Waldschmidt, uno che in campionato non si era quasi mai visto, a diventare l’eroe di giornata. “Der Dino lebt”, il dinosauro sopravvive. 54 anni, 2 ore, 2 minuti. Il caso ha voluto che otto giorni di pausa tra l’inizio e la fine di questo articolo, mi portassero a terminarlo 54 anni esatti dopo la comparsa della squadra in Bundesliga. L’orologio ticchetta ancora. L’Amburgo, anche quest’anno, ha potuto evitare di spegnerlo. Ma di questo passo, per quanto ancora potrà farlo?
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]]>Probabilmente il grillo parlante, la coscienza, l’angelo custode o qualunque interlocutore interiore ha posto decine di volte questa domanda ad Antonio Cassano. Un giocatore magico, capace di vedere in campo cose invisibili a chiunque altro, di trovare strade che nessuno ha il coraggio di percorrere e muri che nessun uomo ha mai osato scavalcare. Un talento unico, capace di far innamorare migliaia di persone, e di farsi odiare dagli stessi nell’arco di poco tempo. Riccardo Garrone, compianto Presidente della Sampdoria e figura paterna per il barese, lo definì il suo Caravaggio. E come per ogni artista, estro e follia coesistono nell’anima, rendendolo genio e allo stesso tempo vittima del suo istinto.
Già, proprio la storia d’amore con la Sampdoria è l’emblema di ciò che Cassano è stato capace di fare in carriera: passione e odio, costruzione e distruzione. Osannato da una città che lo aveva elevato a proprio re e coccolato da un presidente che prima per difenderlo, e in seguito per punirlo, combatté contro tutto e tutti incurante di qualsiasi parere e di ogni conseguenza, l’allora venticinquenne barese si presentò a Genova dopo aver trascorso una parentesi a Madrid in cui si era dato ai bagordi tra cibo e donne, uno stile di vita che gli aveva fatto guadagnare come unico trofeo un’imitazione a Controcampo da parte di uno sgranocchiatore seriale di patatine. Col passare delle partite, nonostante un lieve scetticismo iniziale, il numero 99 conquistò il cuore della tifoseria, ergendosi a trascinatore in vittorie meravigliose. Indimenticabile, in particolare, il derby vinto per 1-0 con gol di Christian Maggio, con Cassano che sbeffeggiò per tutto l’arco della partita i difensori genoani con finte, numeri da circo e assist al bacio. Due annate con mister Mazzarri, e una con l’amato-odiato Gigi Del Neri, gli permisero di esprimere il suo talento come forse mai accaduto prima, di condurre la Samp a successi impensabili, e di vivere probabilmente il momento migliore della sua carriera. Non solo: qualunque giocatore al suo fianco, toccato dalla luce emanata dal talento di Antonio, diventava improvvisamente un elemento ambito dalle grandi squadre. Lo sa bene il sopracitato Maggio, ma anche Giampaolo Pazzini, che rilanciò la sua vita calcistica sfruttando l’estro di Fantantonio.
Ormai sovrano di Genova, niente sembrava poter rompere l’idillio nato tra il funambolo barese e la tifoseria blucerchiata. Come al solito, però, Cassano dovette prima o poi fare i conti con un nemico invincibile: se stesso. E fu così che, nel novembre del 2010, quello che si prospettava come un futile litigio con il suo Presidente-papà Riccardo Garrone, divampò in un incendio che distrusse tutto quanto costruito negli anni. Il patron del Doria decise di non voler più chiudere un occhio con lui, provvedendo a pagare di tasca sua pur di sbarazzarsene. A nulla servirono interviste e scuse ufficiali: qualcosa nel rapporto tra i due si era spezzato, come spaccata rimase la tifoseria blucerchiata tra chi difendeva l’anziano presidente e chi il fenomeno del prato verde. Un comportamento da parte di Cassano, e una decisione da parte di Garrone, che portarono a un clamoroso tonfo da parte dei liguri, passati nell’arco di un anno dai preliminari di Champions League alla retrocessione in Serie B.
La carriera del barese, intanto, è proseguita in un anonimato dorato: ripudiato da Milan e Inter, fuggito da un Parma in fallimento, ha provato a ricostruire la propria storia con la Sampdoria, ma complici i chili di troppo, un ambiente diviso tra chi gli era ostile e chi ancora innamorato, e il caos della gestione Ferrero della stagione 2015/2016, l’amore non è risbocciato. E così, è notizia di qualche giorno fa che in assenza di offerte Cassano resterà a casa e, ipse dixit, “Il grano lo porterà a casa mia moglie”.
Peccato, altro non si può dire. Pochi sono i giocatori in Italia che negli ultimi anni hanno mostrato un talento cristallino pari al suo. Ma nessuno può capire l’anima in tempesta di un uomo, e spesso i demoni interiori, quando paion morti, sono in realtà soltanto sopiti.
“Antonio, perché?”
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