Patrick Locatelli | www.rivistacorner.ch http://www.rivistacorner.ch Thu, 04 Apr 2019 14:44:06 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.5.11 http://www.rivistacorner.ch/wp-content/uploads/2016/09/cropped-144-01-150x150.png Patrick Locatelli | www.rivistacorner.ch http://www.rivistacorner.ch 32 32 I tulipani crescono sul tetto del mondo http://www.rivistacorner.ch/i-tulipani-crescono-sul-tetto-del-mondo/ Sun, 24 Mar 2019 16:00:50 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=7534 Johannesburg 2010 – È l’evento dell’anno, l’evento che tutti gli appassionati aspettano. Questa notte, il mondo del pallone conoscerà il nome della nuova regina e, in qualsiasi caso, la pretendente al trono siederà per la prima volta nella storia. Spagna o Olanda. Olanda o Spagna. Le pagine di storia attendono solamente d’essere scritte, il capitolo Johannesburg, il […]

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Johannesburg 2010 – È l’evento dell’anno, l’evento che tutti gli appassionati aspettano. Questa notte, il mondo del pallone conoscerà il nome della nuova regina e, in qualsiasi caso, la pretendente al trono siederà per la prima volta nella storia. Spagna o Olanda. Olanda o Spagna. Le pagine di storia attendono solamente d’essere scritte, il capitolo Johannesburg, il capitolo Sudafrica sta per volgere al termine. Da una parte Casillas, Puyol, Xavi e Iniesta, dall’altra van Bronckhorst, all’ultima presenza con la maglia della nazionale, Robben, Sneijder e van Persie.

Calcio d’inizio, oltre 84 mila spettatori a gremire gli spalti del Soccer City, milioni di appassionati e non incollati allo schermo. Per gli iberici si tratta della prima finale mondiale della storia, mentre per gli Oranje è la terza apparizione dopo quelle del 1974 e del 1978, entrambe perse.
L’incontro si accende sin dai primi minuti, le squadre sono nervose e adottano uno spirito attendista. La paura di sbagliare è grande, la consapevolezza di essere a un passo dalla conquista del trofeo, della gloria eterna, è vivida.
La Spagna, forte del successo all’europeo svizzero-austriaco, ha piena fiducia nei propri mezzi, potendo contare sul talento cristallino dei propri uomini, figli di una generazione d’oro. Tra le fila olandesi invece danza lo spirito delle due finali perse, un peso non indifferente da portare sulle spalle.

Le due compagini, asserragliate in difesa, si prendono del tempo per studiare l’avversario, qualche intervento ruvido non manca e i cartellini, per mano dell’arbitro Howard Webb, iniziano a fioccare. La partita si fa maschia, l’adrenalina scorre nelle vene dei ventidue campioni.
Alla prima pausa il parziale è fermo sullo 0-0, con gli Orange costretti a chiudere in dieci uomini, in seguito all’espulsione di Nigel de Jong, autore di un’entrata scellerata ai danni di Xabi Alonso; un vero e proprio colpo da karateka. Da segnalare, inoltre, qualche occasione capitata sui piedi del capitano degli Orange Giovanni van Bronckhorst e delle Furie Rosse Sergio Ramos e David Villa.

Nella ripresa è tutto un altro vedere, l’estro di alcuni attori fa saltare gli schemi – complice anche l’inferiorità numerica olandese – e si assiste a rapidi capovolgimenti di fronte, come la prima occasione capitata sul piede di Arjen Robben, magistralmente imbeccato da un passaggio filtrante dell’altro asso a disposizione del tecnico van Marwijk: Wesley Sneijder.

L’incontro si trascina verso il novantesimo e pare destinato all’appendice dei supplementari quando, ancora una volta, Robben scatta sul filo del fuorigioco, infilandosi tra le casacche di Puyol e Piquè; è una lotta di muscoli, a spuntarla è chi ha più fiato in corpo, più fortuna nei rimpalli. Sì, sono un paio di batti e ribatti a favorire l’olandese, a far inciampare Puyol e a tagliar fuori dalla corsa Piquè. La sfida è lanciata: Robben contro Casillas, si decide tutto in pochi secondi, in pochi metri, il primo a fare la mossa sbagliata viene sbranato dall’altro. Lo stadio si ammutolisce, vuvuzela comprese, il tempo si ferma, la palla si solleva da terra, si allontana dal piede dell’olandese, scavalca Casillas che d’istinto si era gettato a impedire una conclusione rasoterra. La sfera viaggia in direzione della porta, sullo sfondo i flash dei fotografi che vanno a inquadrare l’istante che farà la storia, il tocco che regalerà ai Paesi Bassi il primo sigillo nella storia mondiale, la rete che deciderà la sfida e precederà il fischio finale di Webb.
Finalmente, i tulipani crescono anche sul tetto del mondo.

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Quando Spielberg vestì la maglia del Barça http://www.rivistacorner.ch/quando-spielberg-vesti-la-maglia-del-barca/ Thu, 06 Dec 2018 09:20:58 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=6810 Non ce ne voglia il buon Steven, sicuramente intoccabile all’interno del mondo cinematografico, se sul rettangolo verde venga paragonato a un giocatore che per 24 anni ha vestito la maglia blaugrana. Un regista con i controfiocchi in grado d’anticipare l’azione, diligentemente abbozzata nella propria mente prima e magistralmente orchestrata qualche secondo più tardi, a suggerire […]

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Non ce ne voglia il buon Steven, sicuramente intoccabile all’interno del mondo cinematografico, se sul rettangolo verde venga paragonato a un giocatore che per 24 anni ha vestito la maglia blaugrana. Un regista con i controfiocchi in grado d’anticipare l’azione, diligentemente abbozzata nella propria mente prima e magistralmente orchestrata qualche secondo più tardi, a suggerire l’opzione migliore al compagno di squadra. Un artista in grado di disegnare trame che esulano dalla semplicità di un gioco come il calcio; 170 cm di funambolica inventiva, un concentrato di genialità e imprevedibilità. Qualità immense che gli hanno permesso di conquistare da protagonista un Mondiale, due Europei, quattro Champions League e otto volte la Liga spagnola (solamente per citare i trofei più importanti). Tutte queste peculiarità fanno di lui uno dei registi più forti che il mondo calcistico abbia avuto l’onore di partorire, un numero 6, IL numero 6: Xavi, La Máquina.

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Uruguay, il tempo di tornare tra le grandi http://www.rivistacorner.ch/uruguay-il-tempo-di-tornare-tra-le-grandi/ Mon, 14 May 2018 16:00:27 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=5745 Storia Mondiali L’Uruguay è alla 13a partecipazione ai campionati del mondo e attualmente occupa la 17a posizione nel Ranking Fifa. Il Palmares della Celeste vanta la primissima edizione, quella casalinga del 1930 e quella giocata su suolo brasiliano nel 1950. Nel 1954 in Svizzera giunse quarta così come nel 1970 in Messico poi, per rivedere […]

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Storia Mondiali

L’Uruguay è alla 13a partecipazione ai campionati del mondo e attualmente occupa la 17a posizione nel Ranking Fifa. Il Palmares della Celeste vanta la primissima edizione, quella casalinga del 1930 e quella giocata su suolo brasiliano nel 1950. Nel 1954 in Svizzera giunse quarta così come nel 1970 in Messico poi, per rivedere i sudamericani tra i migliori, bisognerà attendere sino alla rassegna sudafricana del 2010 dove, estromessi dall’Olanda in semifinale, perderanno anche la finalina per mano della Germania. In questa edizione russa sono inseriti nel gruppo A assieme ai padroni di casa, all’Arabia Saudita e all’Egitto e proprio contro i Leoni dell’Atlante debutteranno il 15 giugno a Ekaterinburg.

Stelle

La nazionale uruguayana possiede un vasto numero di giocatori interessanti, alcuni emergenti come Gimenez, Vecino e Laxalt così come certezze del calibro di Muslera tra i pali o il ministro della difesa Godìn. A proposito di certezze, soprattutto nel reparto offensivo, sono due i nomi da fare: Edinson Cavani e Luis Suarez. Entrambi sono una garanzia, delle perfette macchine progettate per segnare e tentare di riportare i sudamericani ai vertici dell’élite mondiale. Dati alla mano tra i due non vi è una sproposita differenza in termini di gol in nazionale, 42 il primo, 50 il secondo in 100 e 97 presenze. Dovendo eleggerne uno tra i due, la mia scelta ricade sull’Indio, capace di mettere a referto 28 reti in campionato con la maglia del Paris Saint Germain. Individuo d’indiscutibile talento in grado di fare reparto da solo. Con tutto il rispetto per Luis Suarez e le sue 25 reti nella Liga spagnola, sia chiaro. Un finalizzatore che tutti vorrebbero nella propria squadra.

Pronostico Bookmakers

L’Uruguay sulla carta parte come favorita nel girone A, anche se la Russia potrebbe riservare qualche sorpresa spinta dall’entusiasmo locale, anche l’Egitto nell’immagine di Salah può dire la sua nella lotta per un posto diretto alla fase a eliminazione diretta. In tutta onestà sento di poter assegnare all’Arabia Saudita l’ultimo posto nel gruppo. La vittoria dei duplici campioni del mondo è data a 34, certamente non tra le favoritissime ma i quarti di finale restano un obiettivo del tutto raggiungibile.

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Il Canto dei Lupi http://www.rivistacorner.ch/il-canto-dei-lupi/ Fri, 20 Apr 2018 16:00:31 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=5503 Storia Recente: Il Wolverhampton (o Wolves) è la prima squadra a essersi guadagnata il diritto di disputare la Premier League 2018-19, calpestando le avversarie nel corrente campionato di Championship. A tre giornate dal termine (playoff esclusi, ovviamente) il distacco tra i Lupi e le inseguitrici è di 12 punti. Ma facciamo un balzo indietro, a […]

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Storia Recente:
Il Wolverhampton (o Wolves) è la prima squadra a essersi guadagnata il diritto di disputare la Premier League 2018-19, calpestando le avversarie nel corrente campionato di Championship. A tre giornate dal termine (playoff esclusi, ovviamente) il distacco tra i Lupi e le inseguitrici è di 12 punti. Ma facciamo un balzo indietro, a quando nel 2012 la compagine inglese iniziò un volo in picchiata verso le leghe minori. Dopo due rocambolesche salvezze ottenute nelle stagioni precedenti accade l’inevitabile, i Wolves, nonostante una rosa dalle indubbie qualità e un filotto di vittorie in apertura di campionato, retrocedono nella lega cadetta vestiti anche dell’umiliazione dovuta alla sconfitta nel Black Country Derby con il West Bromwich. L’annata successiva – come spesso accade nel calcio e nello specifico in un sistema competitivo e livellato come quello inglese – gli arancio-neri, con un nuovo tecnico alla guida e una squadra smantellata, sprofondano in zona retrocessione senza mai essere in grado di uscirne sino al termine. Nel 2013-14, guidati in League One dal futuro centravanti della nazionale scozzese nonché del Celtic di Glasgow, Leigh Griffiths, i Lupi chiudono la season in testa e riconquistano la Championship. Alla promozione seguiranno tre annate di “galleggiamento” a metà classifica, adocchiando i playoff solamente da lontano. Va segnalata però, nel luglio 2016, l’acquisizione del club da parte di un gruppo cinese per circa 45 milioni.

La stagione corrente:
Dopo i fallimenti di Walter Zenga prima e di Paul Lambert poi nella stagione passata, la dirigenza asiatica decide di affidare la panchina all’esperto tecnico ex Porto Nuno Espirito Santo. Il portoghese, oltre a carisma ed esperienza, fa arrivare oltremanica alcuni talenti provenienti dalla sua terra. Dalla sua ex squadra porta con sé Rubén Neves (fulcro del gioco) e Willy Boly (centrale roccioso), due nomi sicuramente non di spicco, ma che nel complesso sono tra le chiavi del successo dei Wolves. Dal Rio Ave arriva Miranda e poi, in prestito dall’Atletico Madrid, un altro lusitano: Diogo Jota, autore sin qui di 16 reti in campionato. A loro si aggiungono i connazionali Ivan Cavaleiro e Hélder Costa, giunti l’anno precedente da Monaco e Benfica non propriamente per due spicci. Una vera e propria armata portoghese, che accompagnata dall’esperienza dei due ex Norwich, il leggendario portiere Ruddy e il terzino Bennett, e dall’estro del fromboliere brasiliano Léo Bonatini, fanno di questo Wolverhampton un vero gioiellino, la cui punta di diamante è rappresentata dal congolese Benik Afobe, già mattatore nella stagione passata. Un gioco veloce, a tratti anche spettacolare, sostenuto da gambe giovani e forti, ha permesso ai Lupi di centrare la promozione nella massima serie.

Perché il Wolverhampton si salverà:
L’identità data da Espirito Santo all’undici del West Midlands è radicata in un gioco veloce ed efficace. L’impronta data dal tecnico lusitano, che gode di un contratto sino al 2020, è totalmente diversa da quella data dai tecnici precedenti. La forza di Espirito Santo è stata quella di trasmettere alla sua squadra i meccanismi di gioco in brevissimo tempo. I risultati sono maturati immediatamente, grazie alla presenza di molti giocatori (soprattutto quelli chiave) che già conoscevano il suo sistema di gioco. L’esperienza di altri attori principali come Ruddy e Afobe hanno fatto sì che gli ingranaggi girassero nel modo più consono.
Il Wolverhampton manterrà la categoria perché oltre a una società economicamente fiorente, potrà vantare un’ampia rosa di talenti, senza dimenticare l’affluenza continua di speranze dalle giovanili. Non è un segreto che ogni stagione i Lupi integrino o, per lo meno, facciano annusare l’odore dell’erba del Molineux Stadium a molti dei propri giovani. Il Wolverhampton si salverà perché potrà contare su automatismi e tattiche acquisite da tempo, la Championship non è stata che una fase di rodaggio in vista della Premier League, che richiede piedi buoni, corsa, tanta corsa e un equilibrio tattico notevole (vedi Leicester di Ranieri). E poi, si sa, la disponibilità economica della Federazione inglese permette alle neopromosse di intascarsi un tesoretto che potranno poi reinvestire in ottica di mercato.

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O SONHO DO PORTO http://www.rivistacorner.ch/o-sonho-do-porto/ Fri, 19 Jan 2018 16:00:44 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=4982 Ci sono storie che lo sport dà alla luce per amor proprio. Ci sono storie che sfiorano l’impossibile solamente per essere raccontate. Storie che restano indelebili nelle menti di chi le ha vissute di persona. Storie che sono cambiate, che cambieranno e resteranno lì, sulla mensola dei momenti indimenticabili. Alcune storie ti tengono sveglio la […]

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Ci sono storie che lo sport dà alla luce per amor proprio. Ci sono storie che sfiorano l’impossibile solamente per essere raccontate. Storie che restano indelebili nelle menti di chi le ha vissute di persona. Storie che sono cambiate, che cambieranno e resteranno lì, sulla mensola dei momenti indimenticabili. Alcune storie ti tengono sveglio la notte, ti rubano il sonno e ti permettono di viaggiare. Ad alcune storie si stenta a crederci e poi: “La storia è scritta dai vincitori”.

Capitolo Uno.
Porto, maggio-giugno 2003.
Un boato, l’ennesimo, il terzo nel giro di tre settimane. L’Estàdio Nacional di Lisbona esplode, 38mila gli spettatori, la cui maggior parte indossa una maglia bianca e blu. È la finale della Taça de Portugal, il tabellone al 90° minuto segna: Porto 1-0 União Leiria, rete di Derlei al 64°. È il 15 giugno 2003 e i Dragões sollevano la terza coppa.
Due settimane prima arriva il 19esimo titolo, conquistato all’Estàdio das Antas (nove mesi dopo verrà demolito e i portoghesi si trasferiranno al Dragão) contro gli acerrimi rivali dello Sporting, un successo colto sull’onda dell’entusiasmo generato dal trofeo più importante conquistato appena dodici giorni prima: la nostalgica Coppa Uefa. All’Olimpico di Siviglia il Celtic Glasgow, trascinato dal fenomeno di Helsingborg Henrik Larsson, costringe i biancoblu a disputare i tempi supplementari. A cinque minuti dalla fine, un destro al volo dell’implacabile Derlei si insacca in fondo alla rete degli scozzesi, è 3-2. È festa, è vittoria. Un trionfo targato Josè Mourinho ma anche Vìtor Baìa, Costinha, Ricardo Carvalho, Hélder Postiga, Deco, Maniche.

Capitolo Due.
Porto, luglio 2003.
Il successo dei portoghesi non passa inosservato, il nome dello Special One inizia a circolare, la sua metodologia d’allenamento basata sulla disciplina e la valorizzazione dell’estro di alcuni giocatori fanno di lui un vincente. Le sirene di mercato si fanno ben presto sentire, in particolar modo quelle del Tottenham che strappa alla formazione dei Dragoni una delle pedine fondamentali: Hélder Postiga, autore di 19 centri nella stagione passata. La società però non si lascia intimidire dalla concorrenza europea e mette sotto contratto giocatori come Bosingwa, Hugo Almeida e il sudafricano Benni McCarthy. Le cose però non iniziano con il piede giusto, a Montecarlo il Milan si aggiudica la Supercoppa europea grazie a un 1-0 sufficiente ad accaparrarsi il trofeo, lasciando i portoghesi a bocca asciutta.

Capitolo Tre.
Porto, maggio 2004.
“Il Porto si aggiudica il ventesimo titolo nella sua storia, il secondo consecutivo” è quanto recitano giornali, televisioni e radio in Portogallo. La vittoria per 3-1 sul Paços de Ferreira garantisce agli uomini di Mourinho la vittoria in campionato, sbattendo un’altra volta la porta in faccia alle Aquile del Benfica. Benni McCarthy, il prodigio di Città del Capo sigla 20 reti, riducendo a un ricordo quanto fatto da Hélder Postiga l’anno precedente. I Dragoni hanno posto un’altra volta il loro vessillo lì, sul tetto del calcio portoghese. Ma non è tutto. I lusitani non si accontentano dell’ennesima Primeira Liga, l’astuzia tattica di José Mourinho porta ad altre glorie, garantisce altre soddisfazioni.

Capitolo Quattro.
Porto, 16 giugno 2004.
Esistono sconfitte e sconfitte. Sia chiaro, nella vita di uno sportivo un risultato negativo è qualcosa di difficile da digerire. Molti lo sfruttano come trampolino di lancio, per molti assume il peso di un macigno che li trascina sul fondo. Ci sono sconfitte che ti segnano. Ci sono battute d’arresto che se provocate da colori che ti fanno storcere il naso, in un certo qual modo bruciano maggiormente. È sicuramente il sentimento che hanno provato i giocatori del Porto il 16 giugno 2004, il giorno della finale della Taça de Portugal. Di fronte c’è il Benfica. Alle spalle si sono lasciati i cadaveri di tre squadre inferiori sulla carta, oltre a quelli di Rio Ave e Sporting Braga. Vincitori o vinti. Novanta, o forse centoventi minuti. Sono centoquattro per la precisione, quelli necessari a Panagiotis Fyssas, mancino di Atene, per bucare la rete di Vìtor Baìa una seconda volta. Sono oltre sedici quelli in cui Mourinho incalza i suoi a riversarsi in attacco per tentare di rovesciare il risultato. Nulla da fare, la Lisbona rossa gioisce, il Porto cade sotto i colpi dell’undici di Camacho. Una notte dai colori tetri.

Capitolo Cinque.
Champions League.
E poi, anche nei momenti più bui, ci sono dei frammenti di storia che stravolgono l’intero racconto. Champions League. Due parole, un suono dolce e armonioso che nell’anno 2004 va a braccetto con i colori sociali dei Dragoni, del Porto di José Mourinho. Del Porto di McCarthy, Deco, Maniche, Vìtor Baìa, Ricardo Carvalho, Costinha, Derlei.
Sei l’unica squadra del tuo paese ad aver raggiunto la fase a gironi della competizione continentale. Partizan Belgrado, Marsiglia e Real Madrid le avversarie. Quattro punti contro i serbi, sei con i francesi e uno, più che sufficiente, ottenuto nella doppia sfida con gli spagnoli.
Secondo posto di gruppo e ottavi di finale. Di fronte la sfida impossibile ai Red Devils, il Manchester United. La storia la scrivono i grandi, no? 2-1 all’andata, 1-1 nella gara di ritorno all’Old Trafford. Mourinho lancia il guanto di sfida a Sir Alex Ferguson, la prima di numerose battaglie future.

Quarti di finale: Lione, una passeggiata. Due partite giocate alla perfezione, sia sul piano tattico che su quello tecnico. Punteggio complessivo di 4-2, Maniche a dirigere l’orchestra e si getta uno sguardo alla semifinale, strizzando l’occhiolino alla coppa dalle grandi orecchie. E ora? L’indimenticabile Deportivo La Coruña. La doppia sfida si decide tra i contrasti duri, il gioco maschio, la solidità difensiva delle due squadre. E come nel più classico dei casi, quando due retroguardie sono capaci di annullare le ventate offensive avversarie, il tutto si decide con un rigore. Derlei è il nome del marcatore, il nome che porta i Dragoni a varcare la soglia dell’Arena AufSchalke di Gelsenkirchen. Di fronte il Monaco di Patrice Evra, Ludovic Giuly, Fernando Morientes, di Dado Pršo. L’ultimo atto della competizione è un’egemonia lusitana, una festa per i colori biancoblu. Uno, due, tre sigilli. Carlos Alberto, Deco, Alenichev. Tre tiri di destro. La fetta portoghese che compone i 53mila fortunati spettatori esplode al triplice fischio finale. Il Porto sale sul tetto d’Europa per la seconda volta nella sua storia. E che storia.

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The Human Alphabet http://www.rivistacorner.ch/the-human-alphabet/ Sat, 04 Nov 2017 16:00:56 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=4125 Fa caldo. Il sole scotta la pelle, la polvere alzata dai sandali dei passanti ti fa bruciare gli occhi, la gola è secca, arsa dalla sete. Vorresti bere ma il pozzo più vicino dista due isolati, allontanarsi significherebbe abbandonare la mercanzia all’ombra di quell’ulivo attorniato da altri mercanti. Significherebbe perdere tutto e digiunare per giorni. […]

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Fa caldo. Il sole scotta la pelle, la polvere alzata dai sandali dei passanti ti fa bruciare gli occhi, la gola è secca, arsa dalla sete. Vorresti bere ma il pozzo più vicino dista due isolati, allontanarsi significherebbe abbandonare la mercanzia all’ombra di quell’ulivo attorniato da altri mercanti. Significherebbe perdere tutto e digiunare per giorni. Devi resistere, Giannis, te lo ripeti in continuazione. Osservi la gente, la osservi sperando che qualcuno si fermi ad acquistare qualcosa, sperando che qualcuno ti veda. A volte ti credi invisibile, un fantasma per le strade di Sepolia. L’unica per cui sembri esistere è la polizia. La polizia ti vede bene, ti vede sempre. Ti fa raccogliere quello che hai costruito assieme alla tua famiglia, ti urla contro, ti dice di sgomberare e ti minaccia di farti espellere dalla Grecia. La Grecia, hai un rapporto d’amore e odio con lei. Da una parte le sei devoto, ha accolto la famiglia Adetokunbo due anni prima che tu nascessi, salvandola da un destino crudele che il tuo paese Giannis, la Nigeria, gli avrebbe riservato. Dall’altra le volti le spalle. La vita che ti hanno offerto i vicoli di Atene non era quella che ti saresti immaginato. Trascorrere la tua giornata facendo il “vu cumprà” non è ciò che ti saresti prospettato, ricevere occhiate di sdegno, insulti razzisti, non è ciò che hai chiesto.

A te piace il basket. Per un ragazzino di dodici anni sei maturo, la strada ti insegna a stare al mondo. Ti insegna a essere umile. A te piace sgomitare sulla terra, indossando un paio di scarpe talmente consumate da far assaggiare alla pianta dei piedi il calore del terreno. A te piace sovrastare gli altri ragazzi quando stacchi terra per alzarti in volo verso il canestro. Il rumore della rete metallica dopo aver insaccato, quello della palla rimbalzare nuovamente al suolo. E non importa se per intimidirti qualche bambino ti faccia notare la tua diversità, all’interno di quel perimetro tracciato con del gesso bianco conta solo vincere. Contano solo rabbia e determinazione.
È la determinazione a permetterti di guadagnare un posto nelle giovanili del Filathlitikos. Grazie a tuo fratello che sostituendoti nei turni di vendita ti permette di allenarti. Di indossare vere scarpe, di calcare un vero parquet palleggiando con un pallone gonfio senza rattoppi ovunque. Mamma e papà non ne sono del tutto felici, la tua assenza li costringe a rinunciare a due braccia, a due occhi che si spalanchino alla vista della polizia e gli permettano di fuggire altrove. D’altro canto sanno che quella è la tua strada, quella che per certi versi potrebbe regalargli un futuro più roseo, liberandoli delle tante sofferenze patite negli anni. Alterni le tue giornate dal respirare la polvere come solo la vita di strada sa fare allo sprigionare tutto il tuo talento sul parquet della palestra di quartiere. La stessa in cui, non ancora diciottenne, esordirai nella serie A2 greca. La vita va veloce, la fama cresce, e fama significa maggiori possibilità; come quella di ottenere la cittadinanza greca trasformando il tuo cognome in quello che tutti oggi conoscono: Antetokounmpo. The Human Alphabet.

La vita va veloce, le occasioni si creano, si colgono. Raggiunta la maggiore età decidi di salire su un aereo. La prima volta nella tua vita, l’opportunità di estirpare le dolenti radici che per diciotto anni ti hanno tenuto ancorato a quelle viuzze, al loro fetore, alla sporcizia, alla paura, alla fame. Voli verso la Spagna, verso Saragozza. Lì hanno deciso di puntare su di te per i prossimi quattro anni. Hanno deciso di metterti alla prova, vogliono ammirare le tue incursioni a canestro, vogliono vederti dominare gli avversari in area, mostrando loro il nome che porti sulle spalle. Il nome che ogni giorno ti fa brillare gli occhi e che hai promesso di portare nell’olimpo della pallacanestro. Cresci velocemente Giannis, lo fai con estrema naturalezza, prepotenza, con la fame di chi non ha nulla da perdere ma che ha raschiato il fondo del barile per una vita intera, e allora sa come tenere i piedi ben piantati a terra, mostrando umiltà dentro e fuori dal campo. L’ambizione non ti manca, i palcoscenici più importanti sono il tuo sogno da sempre. La volontà di coronare quel sogno porta a dichiararti eleggibile per il Draft NBA 2013. Lo annunci senza malizia, senza eccedere di supponenza. Lo fai con l’inequivocabile genuinità che ti contraddistingue, viaggiando oltreoceano con la mente e con il cuore. Quindicesima scelta. Al primo turno. I Bucks di Milwaukee posano lo sguardo sui tuoi 208 cm per 88 kg, sulle braccia infinite (223 cm di apertura), sulla tua polivalenza, sulla capacità di eccellere in ogni zona del rettangolo di gioco.

L’immersione nella realtà statunitense non ti annichilisce, Giannis, anzi ti esalta. A diciannove anni ancora da compiere ti ergi a mattatore, sovrastando il tuo idolo e modello Kevin Durant in una partita contro Oklahoma. Sigli la tua seconda doppia doppia e chiudi una schiacciata sul muso di colui che con noi terrestri ha ben poco a che vedere. Non tremi, agisci e conquisti l’attenzione di tutti. I fari dell’NBA sono puntati su di te, ragazzo sorridente dall’accento greco. Non temi nessuno, ti fai largo a spallate e stabilizzi il tuo fisico a 105 kg distribuiti su 211 cm. I lampi di genio si sommano a una capacità di palleggio fuori dal comune, a un istinto difensivo che ti permette di giganteggiare sotto canestro. Sviluppi l’intelligenza tattica che contraddistingue i migliori playmaker e la tua squadra ne trae beneficio, costruendosi attorno alla tua figura sempre più di leader. Le stagioni trascorrono inesorabili, diventi una certezza, ti accosti silenziosamente ai big del panorama mondiale. A coloro che illuminano i palazzetti a stelle e strisce con le loro giocate mozzafiato e di cui, solamente a sentirne il nome, non avresti mai pensato di poterne fare parte.
Una nuova “temporada” è iniziata, Giannis l’hai presa per la collottola e le hai sussurrato: “Sarò il tuo MVP”. Hai trasformato ogni partita in una fucina di punti, di prove esaltanti e inebrianti per tifosi e simpatizzanti. Hai messo la pulce nell’orecchio di chi, quest’estate, credeva avrebbe portato a casa tale riconoscimento.

E chissà, che quella sete che provavi da bambino non sarà quella di successo.

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Linfield, il club più titolato al mondo http://www.rivistacorner.ch/linfield-il-club-piu-titolato-al-mondo/ Fri, 15 Sep 2017 12:22:45 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=3612 In quanti crederebbero a quanto riportato nel titolo? In quanti riuscirebbero a trattenere una risata al solo pensiero che la squadra con più riconoscimenti al mondo, si trova a Belfast, nel Nord dell’Irlanda. Insomma, gli appassionati sapranno certamente che questo gioco nacque proprio lì, oltremanica. D’altro canto, è risaputo che l’Irlanda del Nord non eccelle […]

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In quanti crederebbero a quanto riportato nel titolo? In quanti riuscirebbero a trattenere una risata al solo pensiero che la squadra con più riconoscimenti al mondo, si trova a Belfast, nel Nord dell’Irlanda. Insomma, gli appassionati sapranno certamente che questo gioco nacque proprio lì, oltremanica. D’altro canto, è risaputo che l’Irlanda del Nord non eccelle né in campo internazionale né tanto meno a livello di club. I più esperti, poi, sapranno anche che la storia legata al record di trofei del Linfield Football Club è solamente una mezza verità.
Sì, una mezza verità. Negli oltre 130 anni di storia, i “Blues” hanno sì raggiunto quota 218 trofei (di cui 52 titoli nazionali) tra coppe e campionati, ma alcuni di questi non vengono conteggiati poiché ottenuti in categorie non professionistiche. Ed allora lo scettro scivola inesorabilmente tra le mani di una squadra (Glasgow Rangers), alla pari dei cugini (Celtic), in ottimi rapporti con la fetta blu di Belfast.
Mi spiego? Mi spiego. Tra nordirlandesi, Glasgow Rangers e Chelsea esiste una sorta di gemellaggio chiamato “The Blues Brothers”. In comune non hanno, ovviamente, solo i colori da difendere. In ballo ci sono altri aspetti, forse un tempo più spinosi e lontani dalla sola realtà calcistica. Tutti e tre i club hanno radici protestanti, lealiste e sempre legate alla figura della “Regina”. Numerosi i canti condivisi dalle tifoserie e a lei dedicati. L’infinito numero di trofei conquistati dai Blues d’Irlanda dunque non è l’unico classico motivo con cui una squadra solitamente esporta fama e gloria oltre il proprio orticello.

Il Protestantesimo. È a questo tassello della storia del Vecchio Continente che la società Linfield Football Club si aggrappò per emettere il proprio primo gemito, il primo sguardo ad un mondo calcistico genuino ancora lontano da quello pestilenziale dei giorni nostri. Fu un gruppo di operai del sud di Belfast a posare la prima pietra, affiliandosi in principio a partiti protestanti che, negli anni a venire, parteciperanno al periodo noto come “The Troubles”, la guerra nazionale che si svolse tra gli anni sessanta e gli anni novanta tra protestanti e cattolici. Ma questa è un’altra storia.
Di tutto ciò, oggi, rimangono solamente i fasti di una leggenda. Una delle così dette “regole non scritte”. Nessun giocatore cattolico o non protestante può essere tesserato dalla società nordirlandese. In linea di massima questo principio venne rispettato minuziosamente, in maniera estenuante nei decenni passati, più blandamente in quelli recenti. Si è a conoscenza di qualche eccezione ma, a quanto pare, si trattò unicamente di giocatori che militarono nel Linfield per poco tempo.

Questo dogma inevitabilmente non passò e non passa tutt’ora inosservato, obbligatoriamente imputato ad oggetto di critica. Sono numerose le tifoserie che, nella propria cultura sportiva, si legano ad un passato religioso. Cori e canti inneggiano al proprio credo e denigrano quello della squadra rivale, generalmente denigrano il protestantesimo Linfieldiano. Al modesto livello della Danske Bank Premiership (nome attuale del massimo campionato nazionale) si compensava con lo spettacolo offerto dalle tifoserie che, se oggi sono costrette ad agire entro perimetri ben definiti come accade in tutto il Regno Unito, un tempo diedero vita a veri e propri scontri che nella maggior parte dei casi costrinsero il direttore di gara ad interrompere o addirittura sospendere la partita, richiedendo l’intervento delle forze dell’ordine per placare gli animi. Sono molti gli episodi che macchiarono il calcio nordirlandese come una pratica, specialmente tra le tifoserie, volta a saldare unicamente le diatribe politico-religiose.
Ancora oggi qualche pretesto per attaccar brighe con i Blues emerge, come la recente polemica legata ai ricavi ottenuti grazie allo stadio. Nello specifico: il Windsor Park, stadio del Linfield, è utilizzato dalla nazionale per disputare le partite casalinghe e, a sua volta, cede il 15% dei ricavi alla società di Belfast che dunque gode di un gruzzolo superiore alle altre compagini, potendosi permettere investimenti e giocatori di livello superiore.

Recentemente (2° turno preliminare di Champions League) il Linfield Football Club ha incontrato, in una delle sue numerose apparizioni europee, niente popò di meno che il Celtic, la metà cattolica di Glasgow. Conseguenze? Certamente ci sono state. E quali? Semplice, i tifosi scozzesi non hanno potuto varcare i confini nordirlandesi. Secondo i media, la polizia locale avrebbe comunicato la rinuncia da parte dei tifosi celts ad intraprendere la trasferta, esternazione accolta con stupore dagli stessi. Da ciò che è trapelato in seguito, si è semplicemente deciso di evitare possibili scontri tra le tifoserie. La verità, ad ogni modo, difficilmente verrà a galla. Il Celtic vincerà 0-2 (totale 0-6), i supporter gioiranno da casa e le vecchie ruggini tra due dei (quasi) tre club più titolati al mondo, ad accendere ancora gli animi e destinate a far discutere.

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Real Vicenza, che magia! http://www.rivistacorner.ch/real-vicenza-magia/ Mon, 21 Aug 2017 15:20:52 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=3398 In quei giorni tra le strade della città non si parlava d’altro. Nei bar, nelle piazze, nelle case, persino nella mia scuola. Pure i riscaldamenti rotti e il freddo di gennaio nelle aule erano passati in secondo piano. Vicenza–Juventus era la partita dell’anno, era l’evento dell’anno, della storia vicentina. Ricordo che andai ad acquistare il […]

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In quei giorni tra le strade della città non si parlava d’altro. Nei bar, nelle piazze, nelle case, persino nella mia scuola. Pure i riscaldamenti rotti e il freddo di gennaio nelle aule erano passati in secondo piano. VicenzaJuventus era la partita dell’anno, era l’evento dell’anno, della storia vicentina. Ricordo che andai ad acquistare il biglietto con mio padre, in uno dei vetusti botteghini all’esterno dello stadio. Ah, lo stadio. Per noi era semplicemente “Il Menti. Era ritrovare gli stessi visi ogni fine settimana, a tifare per i nostri colori, per la nostra città. E la nostra squadra? Che dire della nostra squadra, semplicemente fantastica. Secondo le parole di mio padre, circa venticinque anni prima di quell’atteso incontro, il Lanificio Rossi decise di acquistare l’Associazione Calcio Vicenza, sanando un debito di circa 55 milioni di lire, mica poche ai tempi. Seguirono lavori di ristrutturazione all’impianto sportivo e l’organizzazione di un piano volto a riportare i colori biancorossi nella massima serie. Per i giovani di quegli anni fu una gran fortuna poter assistere alle prestazioni di una squadra ambiziosa come la nostra, fu un regalo, una gioia per gli occhi. A 25 anni dall’acquisizione dei Rossi, Vicenza era pronta a giocarsi il tutto per tutto nell’élite del calcio italiano.

Tra i cimeli, in parte esposti su pareti e mobili di casa mia, il più importante per valore affettivo lo si trova nel soggiorno, incorniciato e ben in vista. La divisa ufficiale, il bianco ed il rosso ad illuminare un tessuto dai motivi semplici e sul petto, cucita sul cuore, la “R” stilizzata, quella che sta per Rossi. Lì nacque il Lanerossi Vicenza, nome di tanto in tanto ancora utilizzato per la squadra cittadina. Già ai tempi non mancarono le polemiche, la società venne accusata di usufruire d’un contratto di sponsorizzazione, beneficio non previsto dal regolamento. Tuttavia, quello con il Lanificio Rossi fu unicamente un abbinamento, non una vera e propria sponsorizzazione. Fu la prima squadra di calcio professionistica italiana ad essere acquistata da un’azienda. I cavilli burocratici però li compresi negli anni a seguire, tutto ciò che contava per me era esultare alle reti di Paolo Rossi. Un cognome che nella nostra città scrisse senza ombra di dubbio la storia. Che giocatore fu Paolo Rossi. Capace d’infiammare la folla con le sue giocate, le sue reti.

Ero solo uno dei tanti quel giorno. Quella domenica 22 gennaio si respirava aria di festa, al di là del risultato il popolo vicentino avrebbe continuato a crogiolarsi in un limbo libidico offerto dall’undici di Giovan Battista Fabbri. Un secondo posto sarebbe comunque valso come una vittoria, un trionfo. Era una giornata tiepida, alleggerita da timidi raggi di sole che illuminavano gli spalti del Menti. Ricordo che, come d’abitudine, acquistai all’ingresso delle noccioline americane. Poi le scalinate, nuove, lucide – uno degli aspetti che più mi fecero innamorare di quei colori, la cura con la quale ogni partita interna veniva preparata – i cori, i tamburi, le sciarpe e le maglie. Rossi, Carrera, Filippi, Cerilli. I 31’023 presenti per Lanerossi VicenzaJuventus, un record di presenze tutt’ora imbattuto. Le prime due della classe a sfidarsi. Per i bianconeri, un’abitudine che con il passare degli anni si ripeterà spesso; per i neopromossi veneti una prima storica. La partita terminò 0-0 con la Vecchia Signora che riuscì a neutralizzare le giocate del fenomeno Rossi, l’estro di Roberto Filippi e le falcate offensive di Franco Cerilli e Giancarlo Salvi. Per noi non si trattò di una sconfitta, di un’occasione mancata, ma la consapevolezza di aver raggiunto qualcosa di inaspettato, di aver fatto qualcosa di grande.

La stagione terminò con il secondo posto alla pari con il Torino, conquistammo l’accesso alla Coppa UEFA grazie ad un collettivo in grado di esprimere un gioco spumeggiante, grazie a Paolo Rossi che mise a segno 24 gol aggiudicandosi la classifica marcatori, a Filippi che vinse la palma di miglior giocatore e a lui, Gibì Fabbri, che riuscì ad estrarre il meglio dai suoi atleti.
La favola biancorossa, però, ebbe vita breve e si concluse l’anno successivo. Le partenze di alcuni dei protagonisti della cavalcata trionfale compromisero la stagione (Filippi su tutti), complice anche l’infortunio di Pablito Rossi, occorsogli durante il match di UEFA contro i cechi del Dukla Praha (che di fatto ci eliminarono dalla competizione), il Vicenza precipitò nei bassifondi della classifica. La retrocessione nella lega cadetta fu inevitabile, il ricordo del Lanerossi però no, quello resterà per sempre indimenticabile.

Grazie Real Vicenza.

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“Please, buy Rooney” il primo amore non si scorda http://www.rivistacorner.ch/please-buy-rooney/ Tue, 11 Jul 2017 13:49:34 +0000 http://www.rivistacorner.ch/?p=3112 Nasce a Liverpool, tra le infinite file di case a schiera, tra i tetti blu e i camini fumanti che portano a Goodison Park, la casa dei Toffees, la sua casa. Quando nasci in una città come Liverpool, una delle prime scelte a cui vieni sottoposto riguarda i colori da tifare. Blue or Red. All’età […]

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Nasce a Liverpool, tra le infinite file di case a schiera, tra i tetti blu e i camini fumanti che portano a Goodison Park, la casa dei Toffees, la sua casa. Quando nasci in una città come Liverpool, una delle prime scelte a cui vieni sottoposto riguarda i colori da tifare. Blue or Red. All’età di sei anni Wayne decide di cucirsi lo stemma dell’Everton sul cuore, la maglia che indossa ogni fine settimana diventa la sua seconda pelle, il pallone il suo migliore amico. La tecnica, la corsa, la capacità realizzativa e la tenacia che mette in campo lo portano a guadagnarsi un soprannome tutt’altro che leggero: Roonaldo, il fenomeno. Ma non finisce qui, durante la stagione 2002/03 e all’età di 16 anni, un David Moyes alle prime armi decide di buttarlo nella mischia, tra i frenetici ritmi della Premier League. Rooney concluderà la stagione segnando 6 reti in 33 apparizioni, i primi passi di una carriera stratosferica che come prologo avrà una rete dai 25 metri, la prima, quella contro l’Arsenal stellare di quegli anni.

Quando poi, a 18 anni, fornisci prestazioni esaltanti mostrando la stoffa di un veterano, su di te ricadono inevitabilmente gli occhi dei club più blasonati. E se alla grinta, alla facilità nel giungere alla conclusione, alla capacità di trovare varchi laddove gli altri scorgono unicamente le maglie degli avversari, ci si aggiunge lo striscione di un giovane tifoso dello United, beh, il tuo futuro è segnato. “Please, buy Rooney” questo il desiderio di un giovane amante del calcio, condiviso da un signore che ha fatto la storia nel mondo del pallone. Sir Alex Ferguson, con un’offerta di circa 25 milioni, riuscirà a far vestire a Wazza la maglia dei Red Devils. A Liverpool non lo dimenticheranno facilmente. Quel carattere da guerriero, l’incredibile abnegazione. Le reti. Un vizio che porterà anche a poche miglia. Tre per l’esattezza quelle che mette a segno al suo esordio con la compagine di Manchester, un Fenerbahçe annichilito cade sotto i colpi del nuovo idolo dell’Old Trafford. Alle soddisfazioni personali come la convocazione in nazionale, poi, si accodano quelle collettive. La conquista della FA Cup, 14 anni dopo, è l’antipasto alla vittoria della Premier League 2006/07 con, in entrambi i casi, Wayne Rooney a tessere la trama del gioco, coadiuvato da un giovane Cristiano Ronaldo.

Nel calcio, si sa, ci sono molti elementi che, mattone dopo mattone, permettono ad un giocatore di costruire la propria carriera. Un mattone importante in quella di Wazza è sicuramente l’addio di un campione, colui che per anni ebbe la nomea di “Erede di Van Basten”. Ruud van Nistelrooij passa il testimone all’inglese, spianando la strada ad una vera e propria macchina da gol. Il tempo passa, le responsabilità aumentano, la fiducia nelle proprie capacità cresce. Forse per questo motivo Wayne decide – nell’estate 2007 – di abbandonare la numero otto per indossare la ben più pesante numero 10. Lo United cresce e il ragazzo di Liverpool va di pari passo. Il dominio dei Diavoli Rossi non si limita ai confini inglesi – il secondo titolo di campioni nazionali è una formalità – ma si estende a quelli europei. In quella tragica notte a Mosca, quella in cui John Terry getta al vento la possibilità di rendere il Chelsea campione d’Europa con uno sciagurato calcio di rigore, è Wayne Rooney a salire sul tetto del Vecchio Continente, a soli 22 anni. È vero però che una volta raggiunta la vetta, è difficile trattenersi ad ammirare il panorama senza il rischio di precipitare. Il terzo successo consecutivo in terra inglese e la finale di Champions League persa sono tra gli ultimi sussulti di un Manchester United in fase di smantellamento. Carlitos Tevez e Ronaldo lasceranno a Wazza le chiavi dell’attacco ma, nonostante ciò, a Manchester la gente resta fiduciosa. Pur conquistando solamente l’ennesima Football League Cup, il bottino di Rooney conterà 34 reti realizzate. Magnifico, per chi lo ammira a ogni controllo, a ogni scatto verso la porta, a ogni conclusione. Non per lui che, privo di stimoli, apre a una possibile cessione. A un futuro lontano dalla città che l’ha trattato come un figlio. L’umore del fuoriclasse inglese è a terra e le sue prestazioni sono desolanti, generando malumore nell’ambiente. I rapporti, però, sono fatti per essere – a volte – ricuciti. Le ferite si rimarginano, i campionati si recuperano, si vincono. Si vincono grazie a una rovesciata che vale il 2-1 nel derby con il City. Il boato dell’Old Trafford che squarcia il cielo, il quarto titolo in cinque anni. Il quinto in sette arriverà due anni dopo.

Da qui, complice l’arrivo di Robin van Persie, le impagabili prestazioni di Rooney vanno calando. Le reti diminuiscono, il rapporto con Ferguson – che lo arretra nello schieramento – s’incrina. E poi, la seconda ventata di voci che vuole il campione britannico lontano da Manchester e sempre più vicino alla Londra Blue di Mourinho. Sarà David Moyes, suo primo mentore giunto a sostituire l’uscente Sir Alex, a convincerlo a restare. La squadra però arranca, le sue apparizioni di fronte alla porta si fanno sempre più rade ma, quando ne ha l’occasione, dimostra di non aver perso lo smalto (come testimonia l’incredibile rete da cineteca che realizza dalla metà campo contro il West Ham).

Nel 2014 e sotto la guida di Louis van Gaal diventerà capitano dei Red Devils. Il 21 gennaio 2016, Wayne da Liverpool diventerà il miglior realizzatore dello United, scippando il primato a un signore illustre del calcio: Bobby Charlton. Un riconoscimento di tutto rispetto che si aggiunge a quello di realizzatore più giovane con la maglia dell’Inghilterra e a quello di miglior realizzatore di tutti i tempi, sempre con i Leoni Inglesi.

In questi giorni, così come Liverpool tredici anni fa, anche Manchester è costretta a salutare Wazza. Questa volta per davvero, il capitolo è chiuso. L’amore tra la piazza e Wayne Rooney è stato forte, intenso, morboso, folle. La cavalcata, a tratti tortuosa, che ha portato un giovane ragazzo con il fiuto del gol a diventare uno degli attaccanti più completi e spettacolari da vedere, s’è arrestata.

 

Un amore ancora più forte lo attende, il primo, quello che non si scorda mai. Quello che, nonostante tutto, resterà l’unico.

I’m blue, i’m blue forever.

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