C’era una squadra che a cavallo del nuovo millennio esprimeva un gioco a tratti spettacolare e che suscitava l’ammirazione di molti. Era il Valencia di Héctor Cúper. Un Valencia che molti definirebbero da favola, frutto di solidità difensiva, rapidità nella fase di transizione e concretezza davanti. Con qualche giocatore di qualità, ma senza campioni. Ma in definitiva non si può parlare di favola, perché non ci fu nessun lieto fine e nessun “e vissero tutti felici e contenti”.

Claudio Ranieri fu il primo a trovare gli innesti giusti, mentre Rafa Benitez quello che raccolse i frutti migliori in termini di titoli. Ma ciò che affascinò mezz’Europa, probabilmente anche grazie alla maggior visibilità che offre il palcoscenico della Champions League, fu il biennio cuperiano.

Visibilità, sì, ma anche dolore. Due finali consecutive (2000 e 2001), due sconfitte. La prima persa nettamente nel “derby” contro il Real, la seconda tiratissima, ma con lo stesso epilogo, visto che ai rigori fu il Bayern a prevalere. Una finale, quella di San Siro, che ci regalò però uno dei gesti di fair play più belli di sempre: l’abbraccio di Kahn, non certo un buono, a Cañizares, portieri delle squadre sconfitte nelle due edizioni precedenti. Il tedesco aveva avuto la rivincita dopo il drammatico 2-1 contro lo United del 1999, per lo spagnolo solo lacrime e disperazione. Uno sconforto talmente grande da spingerlo a regalare al club la sua medaglia d’argento. Scorgerne un’altra nella sua personale bacheca gli avrebbe portato alla mente solo brutti ricordi.

La forza di quel Valencia era indubbiamente il gruppo, prova ne è che chi arrivava era spesso una seconda scelta, mentre chi partiva lo faceva a suon di quattrini, salvo poi non confermarsi agli stessi livelli. In difesa giocava infatti gente scartata dalla Serie A come Angloma, Ayala e Carboni, provenienti rispettivamente da Inter, Milan e Roma. A metà e davanti invece giocatori come Mendieta (Lazio), Farinós o Kily González (entrambi all’Inter) fecero il percorso inverso, ma senza gloria. L’eccezione è forse Claudio “El Piojo” Lopez (Lazio), l’unico ad essersi in qualche modo distinto nel campionato italiano.

E che dire del loro condottiero, di Cúper? Beh, su ”L’Hombre Vertical” (l’uomo tutto d’un pezzo) si potrebbero scrivere pagine e pagine. Il destino con lui è stato davvero crudele. Non è bastata la doppia delusione in Champions, che si è aggiunta alla finale di Coppa Uefa persa dal Mallorca contro la Lazio (3 anni, 3 finali europee, 3 sconfitte). Cúper verrà ricordato anche per il famoso 5 maggio 2002, quello di un Olimpico già pronto a festeggiare, chi perché lo scudetto l’avrebbero vinto e chi perché i rivali di sempre l’avrebbero perso. Quello delle lacrime di Ronaldo e delle imprecazioni di Materazzi: “Due anni fa ve l’ho fatto vincere”. Ancora la Lazio, che decise di non regalare nulla, ancora una frustrazione.

Un anno dopo, la possibilità di conquistarsi un’altra finale per cercare di alzare la tanto desiderata Coppa dalle Grandi Orecchie, ma anche in questo caso gli dice male. Doppio pareggio nel derby (questa volta senza virgolette) con il Milan e differenza reti che premia i rossoneri. La sfida tra i due eterni secondi venne vinta da Ancelotti, che da lì in avanti avrebbe riempito il suo palmarès con titoli internazionali, continentali, italiani, inglesi, francesi, spagnoli e tedeschi (uno, per ora). Quello dell’Hombre Vertical sarebbe rimasto praticamente vuoto.

Ma attenzione, perché la storia insegna a non mollare mai, e il 14 gennaio sarà in panchina a guidare l’Egitto in Coppa d’Africa.