Chi disse: “Preferisco avere fortuna che talento”, percepì l’essenza della vita. La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita.
È l’incipit di Match Point, la celebre pellicola di Woody Allen che mette in scena un talentuoso Jonathan Rhys Meyers ammaliato dalla provocante Scarlett Johansson. La frase può essere estesa a più contesti contemporaneamente o più generalmente alla vita stessa come citato.
Il talento è qualcosa di innato, naturale e che non richiede allenamento; d’altro canto la fortuna conferisce al primo un sostanziale aiuto per realizzarsi, ed è vero che aiuta gli audaci ma va anche, come si suol dire alimentata.
Nel calcio, che spesso quando si parla di talento assume contorni malinconici e romantici, vi sono un’infinità di nomi in cui la mancata fortuna non ha permesso al talento di raggiungere il suo stadio più evoluto. Specialmente nella penisola iberica, che prima di diventare una collazionatrice insaziabile di trofei, aveva quasi la maledizione di annoverare giocatori che erano tra i migliori del mondo ma incapaci di vincere e sbocciare nel momento di maggiore necessità. Rispondono presente a questo appello immaginario: Gaizka Mendieta Zabala e Iván de la Peña Lopéz, due centrocampisti più simili tra loro di quanto ci si possa immaginare. Il primo nato a Bilbao, il secondo a Santander, sono separati da soli 74 km e in quanto a familiarità di idee e percorsi hanno proceduto quasi per vie parallele. In realtà si sono anche incrociati e hanno diviso lo spogliatoio, nella stagione 2001-02 con i colori biancocelesti della Lazio, che neanche a dirlo, rappresenta il turning point per entrambi: 21 presenze in due, condividendo aspettative smisurate prima e grandi rimpianti poi.
Sarebbe dovuto essere per entrambi il secondo step di una carriera partita nel migliore dei modi, lo stadio di una maturazione definitiva, si trasformò in un girone infernale dantesco senza vie di fuga.
Mendieta approdò a Roma forte delle due finali Champions League conquistate con il suo Valencia (e vabbè, giusto per ribadire il concetto di fortuna perse entrambe). Club con il quale è cresciuto, si è legato al braccio la senyera valenciana e cucito il numero sei sulla schiena, indossato poi da un altro indimenticato come David Albelda. Dopo nove anni nella “communidad”, nel 2001 decide di indossare la numero sei della Lazio in cambio di una novantina di miliardi di lire e non far rimpiangere Pavel Nedved appena approdato alla Juventus.
Da qui il declino, in bianco celeste non lascia il segno, tanto da essere girato in prestito la seconda stagione al Barcellona; ma l’aria spagnola non lo rigenera e verrà ceduto al Middlesbrough dove rimarrà per cinque lunghe stagioni e anche una volta appesi gli scarpini al chiodo. Gaizka adesso infatti vive a Yarm, dove fa il dj e da lì viaggia per il resto dell’Europa provando a trovare l’attacco musicale giusto per dare alla melodia la sterzata che forse non ha saputo imprimere alla sua, comunque gloriosa, carriera.
Sorte simile toccò anche a Ivan de la Peña, che dal Racing della sua Santander, entra nella prestigiosissima Masía di Barcellona a sedici anni, esordisce a 19, divide il campo con Guardiola, mentore e spartiacque per quella zona di campo per tutti gli anni a venire e l’anno dopo con l’arrivo di Ronaldo arriva anche la conquista della Coppa delle Coppe. Nell’anno della possibile consacrazione definitiva, il 1998, cede anche lui alle lusinghe di Cragnotti e della Lazio. Il bilancio è negativo: quattordici presenze incolori e il triste appellativo di “bidone”, lo mandano in prestito a Marsiglia e anche lui a Barcellona, prima di far ritorno alla Lazio, incontrare Gaizka, condividerne l’incompiutezza e accasarsi all’Espanyol.
L’altra metà calcistica barcellonese sarà casa sua per nove lunghi anni. Con il tempo divenne praticamente catalano d’adozione e se lo si osserva in maniera accurata ci si accorge di come nella postura del passaggio, specie la verticalizzazione rapida e improvvisa di cui è portavoce, sia pressoché identico al regista per eccellenza blaugrana, ovverosia Xavi Hernandez.
De la Peña e Mendieta saranno per sempre fedelissimi alla frase malinconica “sarebbe potuto essere di più”. Visibilmente ingabbiati da un’emotività che impediva loro di affermarsi in maniera perentoria. E se in Italia possiedono in maniera indelebile le stimmate del flop, in Spagna vengono ancora ricordati i loro lampi di classe cristallina e se il primo viene ricordato come “El pequeño Buda” o “Lo Pelat” per il suo rigore e sapienza nel governare il gioco, il secondo viene ribattezzato addirittura “Murcielago” (= pipistrello) che è il simbolo del club di cui ne fu la bandiera.
Sfogliando le pagine dei quotidiani italiani di inizio duemila si legge “De la Peña, il più grosso flop della campagna acquisti di Cragnotti. Prima dell’arrivo di Mendieta”. Apparentemente distanti, ma sempre così vicini, Gaizka e Ivan, giocatori ai quali la fortuna e le coincidenze tolsero molto, ma il talento esagerò. Si manifestò solo per qualche stagione, ma uno riuscì ad essere il miglior centrocampista europeo per due anni di fila, e l’altro a dirigere un’orchestra, i cui tenori erano Stoichkov, Figo e Ronaldo.