“Kobe Bryant è morto”: è la notizia che non ti aspetti, rimbalza da un TG all’altro e lascia senza parole tutti gli appassionati di basket e di sport. In una fredda domenica di gennaio, il grande campione di NBA se n’è andato a 41 anni, insieme alla sua secondogenita di 13 anni, Gianna – grande promessa del basket femminile a stelle e strisce – e ad altre 7 persone.

Non lui, non così, non è giusto: i primi commenti alla sua tragica scomparsa provenienti da ogni parte del globo ci fanno capire – se ce ne fosse ancora bisogno – che a lasciarci è un campione amato da tutti, uno sportivo speciale, un professionista diverso dagli altri. Un gigante buono di 196 cm, cresciuto in Italia per stare al fianco del papà cestista, che ne ha seguito le orme per diventare uno dei più grandi giocatori di sempre dell’NBA.

Il tributo dell’NBA

5 anelli, 2 ori olimpici, 2 volte MVP delle Finals americane, Kobe Bryant è stata una delle icone dello sport mondiale, uno degli sportivi più vincenti e, soprattutto, più amati al mondo.

Ora che resta, solo il vuoto? Probabilmente no, certamente no. Quando ci lascia in giovane età un campione di questa grandezza, le sue gesta e le emozioni che ha saputo regalare agli appassionati ne mantengono intatto il ricordo. Perché lì dove si interrompe la vita di un grande campione, inizia la sua leggenda.

È stato così per Ayrton Senna, il pilota brasiliano 3 volte campione del mondo, che il 1° maggio 1994, a 34 anni, ci ha detto addio alla curva del Tamburello, a Imola, durante il Gran Premio di San Marino. Non è stato il pilota più vincente nella storia della Formula 1®, Ayrton, ma sicuramente è stato quello più adorato. Per la sua bellezza, per il suo temperamento, per il suo stile di guida: come nessun altro è stato capace di dare battaglia ai suoi rivali – indimenticabili le sfide all’ultima sportellata con l’amico-avversario Prost – e, al tempo stesso, di rispettarli ad ogni costo, anche quello della sua vita.

“Non esiste curva dove non si possa sorpassare”, era questa la filosofia del campione del mondo brasiliano. Un tipo tosto, ma dal grande cuore: per lui ciò che contava era la vittoria, ma non solo. Nel 1992 a Spa-Francorchamps, in Belgio, si fermò in mezzo alla pista per soccorrere un altro pilota, Erik Comas, appena svenuto dopo un’incidente. Gli salvò la vita, senza pensare a nient’altro, mettendo a rischio la sua stessa incolumità, con macchine che gli sfrecciavano attorno a 300 km/h. Ecco perché un mito sportivo non muore mai.

Il mito non muore mai: è così anche per Marco Simoncelli, il motociclista di Cattolica che nel 2011, a 24 anni, si spense dopo un’incidente in Malesia, occorso sul circuito di Sepang. Un tragico epilogo – in cui fu drammaticamente coinvolto il suo amico e “fratello maggiore” Valentino Rossi – che segnò l’inizio della leggenda del Sic. Il suo sorriso e la sua spensieratezza sapevano trasformarsi in determinazione ed agonismo – talvolta esasperati al limite – allo spegnimento dei semafori rossi di ogni GP. Era questo che la gente amava di lui. Era fatto così: un giovane campione del mondo delle 250 cc arrivato in MotoGP per spaccare il mondo. Alcuni piloti lo contestavano, altri lo capivano, i suoi tifosi lo adoravano: quella vittoria che in carriera gli è mancata nella classe regina, si è trasformata in un tributo eterno che, anno dopo anno, gli appassionati di motori non si stancano di offrirgli.

Sarà così anche per Kobe Bryant, il suo mito vivrà per sempre: sono tanti i ricordi, gli aneddoti e i momenti indimenticabili della sua vita sportiva. Una carriera vissuta al top, dal principio alla fine: come dimenticare la sua ultima serata vissuta sul parquet, nell’aprile 2016. I Lakers battono i Jazz, Black Mamba segna 60 punti a 37 anni, un record assoluto per un giocatore della sua età. Impossibile credere fosse l’ultima volta su un campo di basket, doloroso – nonostante da oggi inizi la sua leggenda – pensare che Kobe non ci sia più.

Rudy Galetti