Il suo soprannome è Ironbaldo (…capirete presto il perché) e si presenta così:

“Sono nato nel 1981 nella provincia nord di Roma. Un ragazzo come tanti: scuola, amici e sport. Ma la mia vera vita, quella divertente, entusiasmante, ricca di tanti sacrifici, ma anche di bellissime soddisfazioni, inizia il 19 Ottobre del 1997 quando un virus, simile a quello influenzale ma molto più potente (ancora oggi sconosciuto) attacca il mio midollo spinale all’altezza della vertebra dorsale 10, causandomi un black out neurologico impedendomi l’uso del corpo dallo stomaco in giù, gambe comprese. Nel corso di diversi anni di durissima riabilitazione sono riuscito ad acquistare nuovamente un ottimo grado di mobilità agli arti inferiori, il ritorno della sensibilità al tatto e al dolore, (mi manca tutt’oggi la sensibilità al caldo e al freddo) e il recupero delle funzioni fisiologiche. Tutto ciò mi ha permesso di cominciare a togliermi le mie prime grandi soddisfazioni”.

Andiamo allora a conoscere ‪#‎IRONBALDO ed a farci raccontare la sua storia e le sue grandi soddisfazioni nel triathlon, e non solo.

Simone, ci racconti come ti sei riavvicinato allo sport dopo l’avvento della malattia?

Negli ultimi sei anni dopo la riabilitazione sono tornato a muovermi sulla sedia a rotelle, poiché camminando praticamente su una gamba sola per tanto tempo, ho compromesso l’integrità di ginocchio ed anca (ho l’artrosi) e della schiena (un po’ di scoliosi).

Nel 2002 con una buona dose di pazzia e tramite incontri fortuiti, inizio a paraticare il mio primo sport da quando sono disabile, il motociclismo agonistico su pista insieme ai normodotati. Qualche anno di pratica a buon livello mi ha permesso di arrivare fino al 3° posto assoluto nel campionato italiano.

Nel 2008 incontro per la prima volta l’handbike ed è subito amore. Dopo tre anni riesco ad arrivare a vestire la maglia della Nazionale, ma subisco la prima svolta sportiva nel 2013, quando un incidente in gara mi procura una doppia frattura scomposta dell’anca destra. Diversi mesi di convalescenza e un ciclo intenso di riabilitazione in piscina mi permettono di mantenere il tono muscolare delle braccia, e mi spingono involontariamente verso il triathlon. Una squadra locale infatti, si allenava in piscina nei miei stessi orari di riabilitazione; condividendo dunque la stessa vasca, hanno cominciato a pormi alcune domande su che sport praticassi e vedendo che comunque nuotavo bene e che avevo già praticato in passato il paraciclismo, mi hanno incitato a provare il triathlon. Così, a fine 2013, con un solo mese di allenamento debuttai nella triplice disciplina nel campionato italiano arrivando 2°. Non lasciai però le gare di handbike, riuscendo a far coesistere gli allenamenti, fino al 2015, quando decisi di passare al triathlon su lunghe distanze: Half ironman e ironman e alle maratone in carrozzina olimpica.

A quel punto gli allenamenti si contrastavano, poiché le gare di handbike richiedevano una preparazione più anaerobica mente il triathlon e le maratone più aerobica e resistente. Al debutto su queste distanze sono diventato campione europeo di half triathlon. Tra il 2015 e il 2016 mi sono lanciato sulla distanza Ironman, sogno che prende forma proprio a luglio del 2016, partecipando al prestigioso Challenge Roth in Germania. Anche da questa esperienza, ho raccolto grandi soddisfazioni, vincendo la categoria disabili e mettendomi alle spalle molti atleti normodotati. All’attivo ho partecipato a diversi triathlon su lunga distanza: 7 half ironman, 1 ironman, 2 olimpici. In fine in questo 2017, a sorpresa, arriva la chiamata della federazione italiana Canottaggio, ma ne parleremo più avanti… .

Il triathlon è uno sport molto duro a livello fisico e mentale. La tua disabilità non ti ha mai posto dei problemi nella pratica delle 3 discipline?

In realtà non ho riscontrato problemi particolari. La mia fortuna è che la mia testa lavora sempre un po’ di più del mio fisico, quindi quando decido di fare una cosa la faccio e basta. Le uniche difficoltà sono state legate all’adattamento muscolare e tendineo delle mie spalle, costrette a sopportare uno sforzo pesante e prolungato durante le lunghe distanze. Per convivere con questo problema seguo da tempo un percorso di “fisioterapia”, il quale mi permette di rinforzare i muscoli agonisti ed antagonisti della spalla facendo un lavoro mirato di stretching. In questo modo le spalle lavorano in asse e ho ridotto drasticamente, se non eliminato, il problema.

Per come la vedo io, è stato fondamentale allenarmi in condizioni meteorologiche avverse, in posti che non avevo mai visto prima e lontano da casa. In questo modo le crisi sono inevitabili e se riesci a gestirle in allenamento dove sei solo e non hai un’organizzazione alle spalle, poi in gara, avendo già un backup, è molto più facile superarle.

In quale delle 3 hai incontrato maggiori difficoltà?

Le difficoltà maggiori le ho riscontrate nella carrozzina olimpica. È un mezzo molto estremo, cucito su misura al corpo e ti impone una posizione davvero scomoda, a volte complicata. Deve avere delle regolazioni ben precise per permetterti di spingerla al meglio, un solo centimetro in più o in meno può fare davvero una grande differenza. Una problematica da non sottovalutare è stato l’adattamento delle mani. I primi mesi avevo le dita ricoperte di fiacche a causa del tipo di spinta e dei guanti che si devono utilizzare. Ma tutto sommato devo ammettere che questo mezzo regala emozioni uniche.

Come erano organizzati i tuoi allenamenti settimanali?

Con il triathlon è stato un vero e proprio tour de force. Avevo una tabella settimanale di 12 allenamenti con un solo giorno di riposo, a volte il sabato, a volte il lunedì. 4 giorni su 7 doppio allenamento, 1 giorno facevo un combinato delle tre discipline, 1 giorno a settimana ne facevo uno lunghissimo. L’estate con le giornate più lunghe riuscivo sempre ad allenarmi il pomeriggio dopo il lavoro (lavoro in ufficio dalle 8 alle 14). In inverno a causa delle giornate corte, la maggior parte delle volte mettevo la sveglia alle 5, mi allenavo fino alle 7, colazione e lavoro, cosi nel pomeriggio avevo un solo allenamento e non facevo tardi la sera. Tranne quando andavo a nuotare, perché a causa di incompatibilità di orari, riuscivo a nuotare solo dalle 20:30 alle 22:30. Mentre il weekend, non lavorando, lo sfruttavo per fare un lungo allenamento di handbike di 7/8 ore, dove facevo dai 120 ai 160 km, relativamente a quanta salita affrontavo.

Come sono organizzate le gare di triathlon per una persona disabile? Per esempio chi ti aiuta ad entrare ed uscire in acqua? Quali sono i mezzi che utilizzi nelle due discipline successive al nuoto e quale è la sequenza di gara?

Nelle gare di triathlon, anche quelle non organizzate appositamente per persone disabili, è in primis importante capire se tutte le aree e le zone cambio sono accessibili per un disabile e se il percorso della frazione di corsa è praticabile dalla carrozzina olimpica. Dopo di che si chiede la possibilità di avere due persone volontarie chiamate Handler per entrare ed uscire dall’acqua. Se l’organizzazione non riesce a trovarle (non succede quasi mai) allora chiedo a due amici se possono essere disponibili.

La sequenza di gara è sempre uguale: si parte con il nuoto, poi si prende l’handbike per la frazione ciclistica e infine la carrozzina olimpica per la frazione di corsa.

Esiste un episodio per te significativo nel corso della tua carriera da para-triatleta?

Il momento più significativo è stato sicuramente la partecipazione al Challenge Roth su distanza Ironman. È stato un evento preparato in 9 mesi di allenamento specifico perché è considerato un palcoscenico di primo rispetto; 5.000 iscritti da tutto il mondo e un pubblico stimato di 250.000 persone. Un’esperienza formativa a partire dall’allenamento, dove ho imparato a gestire le fatiche, le distanze e le crisi, insomma un’esperienza agonistica meravigliosa. Era la mia prima volta ed avevo comunque tante insicurezze. Credo però che sia stata la mia giornata fortunata dato che tutto è filato liscio, senza problemi meccanici, né fisici, contando anche che la notte prima non ho quasi chiuso occhio per l’adrenalina. Sveglia alle 4, colazione fantastica e abbondante (ero ospite in una casa famiglia tedesca, un’esperienza unica!!) preparata dalla famiglia, già sveglia per dirmi “good luck, we see you on the bike course” e poi via in furgone per raggiungere la zona cambio alle 5.30h. Alle 6.30h ero già in acqua nel canale navigabile per nuotare i famosi 3’800 m. Acqua fredda e cuore a mille. Allo sparo del cannone mi sono ritrovato a partire con i Pro, di fianco a Jan Frodeno…non potevo crederci. Ho nuotato bene e sono uscito dall’acqua in prima posizione. Appena partito in handbike mi sono solo concentrato a non finire tutte le forze, 180km con 1’400 m di dislivello sono tanti. Non ho perso lucidità neanche quando a metà percorso mi hanno superato Canada e Gran Bretagna, perché ero cosciente e convinto delle mie capacità nella terza frazione in carrozzina. Sono arrivato alla 2° transizione con 12 minuti di ritardo dal primo, ma il cambio di mezzo mi ha fatto davvero bene, mi sentivo esplosivo tanto che al 20° km di corsa sono tornato in testa senza più mollare la posizione.

All’arrivo lacrime e stanchezza, ma con 3’000 persone nell’arena che fanno il tifo per ogni Finisher, dal primo all’ultimo. Un’emozione incredibile che ancora oggi mi scuote il petto. Non è stata solo la vittoria al debutto, ma la costruzione di una piccola impresa; la fiducia riposta in alcune importanti persone, i sacrifici, tutte le persone che mi hanno seguito e non ultimo il superamento di tanti miei limiti.

Nell’ultimo periodo stai ottenendo dei grandi risultati in un altro sport: il canottaggio. Come mai ti sei lanciato in questa nuova avventura? Continuerai a praticare anche triathlon oppure per il momento vuoi solo concentrarti su questa nuova disciplina che ti sta dando comunque altrettante soddisfazioni?

Il canottaggio non era assolutamente previsto. Anzi il 2017 doveva essere per me l’anno più intenso nel triathlon. Mi ero qualificato per il mondiale Challenge 70.3 a Samorin e avevo in programma il campionato europeo Ironman a Francoforte e volevo conquistare lo slot per Kona. Un calendario molto ricco. Invece a fine marzo arriva la chiamata della federazione italiana canottaggio che aveva avuto alcune mie referenze da un ex atleta, hanno chiesto se mi interessasse fare una prova ed in caso di esito positivo, sarei stato selezionato direttamente dalla nazionale.

Negli anni passati ho portato avanti due sport contemporaneamente, handbike e triathlon, ma ora gli allenamenti sono totalmente diversi e visto l’importanza del progetto di canottaggio ho deciso di portare avanti e concentrarmi esclusivamente su questo. Ciò non vuol dire che non farò più triathlon, anzi, un domani quando non farò più sport a questi livelli, tornerò a fare qualche IronMan per puro divertimento e passione.

Cosa ti ha portato ad accettare di cambiare sport?

Il primo grande stimolo che mi ha spinto a cambiare disciplina è il progetto Tokyo 2020. Dopo le paralimpiadi di Rio del 2016 si è aperto un nuovo quadrienno e dato che i miei risultati, fortunatamente sono stati più che positivi, si è pensato subito di lavorare in ottica delle nuove olimpiadi.

Il secondo motivo è che il Para-rowing in Italia è una disciplina molto giovane, nata nel 2008 e in qualche modo vorrei essere d’aiuto per la crescita del movimento, soprattutto dal punto di vista della metodologia di allenamento e tecnica. Non si può prendere una tecnica univoca ed adattarla a tutti, normodotati e paraplegici. I para, anche se ipoteticamente hanno una lesione molto simile, avranno un reclutamento neuro muscolare diverso delle stesse zone muscolari e quindi una tecnica univoca può far migliorare fino ad un certo punto. Ci vogliono studi e prove tecniche, ma vorrei riuscire ad aprire un laboratorio in Italia dove si riesca a carpire i punti di forza di ogni atleta paraplegico per poi adattare una tecnica a quei punti di forza e non il contrario. Lo trovo molto stimolante.

Il terzo motivo è la motivazione. Ogni cosa che faccio devo farla bene. Devo conoscere fino in fondo lo sport che pratico e trarne il maggior vantaggio, mi piacciono le sfide. E vivo di adrenalina.

Come funziona la preparazione di un atleta canoista e come si svolgono le competizioni?

In questi mesi di ritiro prima del Mondiale la preparazione si è suddivisa così: 13 allenamenti a settimana con solo mezza giornata di riposo. Due allenamenti al giorno, quasi tutti in barca, nei quali 4 volte a settimana facevamo una seduta di palestra e una in bicicletta per aumentare la resistenza e per fare fondo (resistenza aerobica). In barca, facevamo dai 20 ai 30 km al giorno! Le competizioni, soprattutto di livello internazionale si dividono in più gare per la stessa competizione. La prima gara denominata HEATS si divide in più batterie da 6 partecipanti ed è quella che offre l’accesso alla semifinale. I primi tre arrivati di queste batterie accedono direttamente in semifinale, gli altri vanno ai ripescaggi. REPECHAGE: chi arriva ai ripescaggi si gioca l’ultima possibilità di accedere alle semifinali. I Primi tre di queste batterie accedono in semifinale, gli altri vanno a fare la Finale C, valida dal 13° posto in giù. SEMIFINAL: in semifinale ci sono due batterie da sei atleti e qui si decidono le finali A e B. I primi tre di ogni batteria vanno in finale A (1° – 6° posto). Gli altri vanno in Finale B valida dal 7° al 12° posto.

Quali sono i tuoi prossimi obiettivi?

Inutile nasconderlo, il mio prossimo obiettivo a lungo termine sono le paralimpiadi di Tokyo nel 2020, mentre quello a breve termine è di migliorare sempre di più per affrontare anche il prossimo anno i Mondiali che nel 2018 si svolgeranno in Bulgaria.

Ci sveleresti il tuo motto o il tuo segreto di motivazione e di grinta?

Il mio primo motto è una frase di Mahatma Gandhi (che ho anche tatuato sul braccio): “La vera forza non risiede nelle capacità fisiche, ma in una volontà indomita”.
Finché ho la testa che corre più forte del fisico, non mi pongo problemi per superare i limiti che mi si parano davanti, quando la fatica comincerà a prevalere sul gusto, vorrà dire che dovrò rallentare un po’. Ma fino a quel momento andrò sempre a tutto Gas!

Grazie ‪#‎IRONBALDO ed in bocca al lupo per i tuoi prossimi grandi obiettivi!

È possibile seguire le avventure di Simone attraverso la sua pagina facebook : https://www.facebook.com/SimoneBaldoBaldini/