Non credo nell’oggettività. È una rappresentazione del mondo circostante che presume una distanziazione dalla realtà, una forma politicamente corretta di analisi tematica che ci spoglia di qualsiasi sensazione emotiva e che non ci permette di esprimere liberamente il nostro pensiero. Ma per una certa smania di autocensura, o per la pura parvenza di autoproclamarsi neutrali, tendiamo molte volte ad affrontare un determinato argomento in modo apparentemente distaccato in nome dell’oggettività. È per questo che ci tengo a ribadire che ciò che sto per scrivere rappresenta il frutto di un ragionamento puramente soggettivo, carico di emozioni e di sincerità di analisi. Parlandovi di Ronaldinho voglio essere completamente soggettivo, perché quello che i miei occhi (e sono sicuro anche i vostri) hanno visto fare con il pallone a questo sorridente brasiliano non possono essere il frutto di un’analisi fredda e priva di emozioni. È sinceramente impossibile restare oggettivi quando si parla di Ronaldinho. Sono sicuro che ciascuno di noi, quando si parla di uno dei giocatori più forte di tutti i tempi abbandoni per un momento la razionalità, facoltà mentale incapace di farci provare quel brivido necessario che un Gaúcho non qualunque è stato in grado di trasmetterci.

Cresciuto in una famiglia umile (padre operaio in un cantiere navale; madre negoziante), Ronaldo de Assis Moreira comincia a dilettarsi col pallone, come la maggior parte dei suoi coetanei, nel barrio Vila Nova di Porto Alegre. Non importa quale sia la superficie: il piccolo Ronaldo vuole solamente avere un pallone tra i piedi. Non importa se il campo da gioco sia in cemento, se sia formato dalla sabbia delle spiagge della sua città natale, o se si debba recare all’interno di una palestra. Il bimbo vuole solamente rincorrere quella palla per dimenticare la dolorosa scomparsa del padre, morto di infarto quando Ronaldo aveva solamente otto anni. Nonostante il colpo sia stato molto forte, il piccolo campione non perderà mai il sorriso, trasmettendo questa sua allegria nei propri piedi, capaci di infondere gioia negli occhi di chi lo ammira. Ronaldo dimostra subito di avere una modesta confidenza col gol, realizzando tutte e 23 le segnature durante una partita giocata con la squadra della sua scuola. Il Gaúcho (epiteto che designa i mandriani sudamericani) dimostra subito di essere fuori dal comune, capace di predare gli avversari a suon di colpi spettacolari, raffiche di gol e ad una velocità che lascia sgomenti coloro che provano ad inseguirlo.

Un enfant-prodige

La sua tecnica e la sua voglia di divertire col pallone viene notata dal Grêmio, squadra in cui militava il fratello maggiore (diventato poi suo procuratore), dove Ronaldo si fa notare dapprima nelle giovanili, per poi firmare il suo primo contratto da professionista all’età di 17 anni. I numeri sono incredibili: 15 gol in 18 partite nel campionato paulista a soli 18 anni. Numeri che lo porteranno molto presto alla convocazione nella nazionale maggiore. E qui, probabilmente, nasce Ronaldinho: si narra, infatti, che il soprannome con cui si è poi fatto conoscere in tutto il globo gli fosse stato dato durante la prima convocazione nella Seleção, dove la stella del momento era Ronaldo, il Fenomeno che mirabiliava i tifosi interisti e di tutto il mondo con i suoi dribbling e con il suo possente fisico. Con Ronaldo, quindi, ci si riferisce quindi al campione già affermato dell’Inter (un nome che sembra essere sinonimo di garanzia: Ronaldo, Ronaldinho, Cristiano Ronaldo). Il suo fisico gracilino e la sua inesperienza lo portano a farsi riconoscere al mondo con un diminutivo, quasi a voler designare come erede del più esperto connazionale: Ronaldinho. Da quel momento, il giovane Ronaldo de Assis Moreira sarà riconosciuto con quel nomignolo, conquistando il palcoscenico internazionale grazie alla vittoria della Copa America 1999 all’età di soli 19 anni.

Le sue migliori giocate

Un talento prematuro che conquista subito l’interesse dei club d’oltreoceano. La prima destinazione è Parigi, una città che fa della bellezza una delle sue colonne portanti. Qui Ronaldinho si esibisce nel calcio che conta. Punizioni, dribbling, velocità e colpi da genio sono il suo bagaglio col quale intende sbalordire i tifosi del PSG e di tutta Europa. Un biglietto da visita perfetto per presentari ai mondiali nippo-coreani del 2002, dove la Seleção – grazie al trio delle meraviglie offensivo formato da tre extraterrestri quali Ronaldo, Rivaldo e Ronaldinho – conquista per la quinta volta nella propria storia il titolo di campione del mondo. Ed è proprio sul palcoscenico più importante di tutti che Ronaldinho strabilia il mondo intero. Da qui in avanti, vorrei soffermarmi più su alcuni episodi che lo hanno reso unico piuttosto che sul suo palmarès (sicuramente ricco, ma che non sintetizza appieno quello che il giocatore ha saputo fare). Nel profondo oriente, il Gaúcho inizia a domare le mandrie avversarie grazie alle sue magie. I tifosi di tutto il mondo ricorderanno sicuramente la sua rete nei quarti di finale giocati contro l’Inghilterra. Passati in vantaggio, gli inglesi si fanno rimontare da Rivaldo permettendo così al Brasile di tornare in partita. Al 49mo viene assegnata una punizione da 25 metri o poco più ai verdeoro da posizione decisamente defilata. Ronaldinho si incarica della battuta. Il pubblico allo stadio e in mondovisione si attende un cross al centro a cercare i maggiori saltatori brasiliani. Eppure, il giovane brasiliano ha un’altra idea in testa, un’intuizione che ci lascerà soggettivamente sgomenti: da posizione proibitiva, Ronaldinho calcia direttamente in porta e riesce ad uccellare Seaman, lasciando increduli pubblico e compagni. Una perla di inestimabile bellezza, che non può evitare di provocare un sussulto in ognuno di noi. L’emozione ha il sopravvento sulla razionalità, il gesto tecnico offusca il vantaggio appena raggiunto dalla selezione verdeoro: una frustata potente e precisa che nessun altro Gaúcho sarebbe in grado di riprodurre. Siamo capaci di rimanere oggettivi di fronte a tale magia? Mi permetto di dubitare.

Il mondiale nippo-coreano convince il Barcellona ad investire su di lui, club in cui il brasiliano raggiunge l’apice della sua carriera a suon di numeri balistici e di trofei. Il palmarès parla da sé: grazie al suo Gaúcho condottiero, nella stagione 2004-05 il Barcellona riconquista la Liga dopo sei anni di digiuno, e l’anno successivo (oltre alla riconquista della Liga, per non parlare dei premi individuali) i blaugrana riportano in Catalogna la Champions League che mancava dal 1992. Ma queste sono solo statistiche. Il vero miracolo lo si può ammirare sui campi da gioco. Due episodi rimarranno per sempre impressi nelle menti degli appassionati. Il primo riguarda il fantasmagorico gol segnato a Stamford Bridge contro il Chelsea, partita in cui il Barcellona non riuscirà a portare a casa la qualificazione. Tuttavia, il risultato resterà in secondo piano, lasciando il posto al gesto tecnico del campione brasiliano, che riuscirà a meravigliare il pubblico grazie ad uno dei suoi più bei colpi della carriera. Siamo sul 3-1 per i padroni di casa, la palla viene servita al fantasista brasiliano: Ronaldinho si ferma, Ricardo Carvalho gli blocca lo specchio della porta. Il Gaúcho dal limite dell’area finta il tiro una volta, poi una seconda, mentre sopraggiungono altri due avversari. Da fermo colpisce il pallone di punta (memore delle sue esperienze di calcetto probabilmente) e trova il pertugio per piazzare il tiro alla destra di Čech, che nulla può di fronte all’invenzione dell’avversario. Lo stadio, e i telespettatori, rimangono attoniti di fronte a tale gioiello, facendo dimenticare il risultato della partita. Il secondo episodio riguarda sicuramente quella standing ovation che il Bernabeu gli attribuisce dopo un Real Madrid-Barcellona terminato 0-3: Ronaldinho riceve una palla sulla sinistra della metà campo, grazie alla sua velocità fulminea si libera di Sergio Ramos e punta dritto verso la porta; entrato in area, lascia sul posto Helguera con una finta di corpo e calcia sul primo palo mentre Casillas rimane impassibile. Il numero si ripeterà pochi minuti più tardi quando il Gaúcho lascerà nuovamente sul posto il malcapitato Sergio Ramos con un’accelerazione supersonica, ed entrerà in area per infliare ancora una volta il portiere madrileno. È il tripudio della bellezza calcistica: tutto il pubblico nemico si alza in piedi e omaggia il sorridente brasiliano con una standing ovation, a testimonianza che, di fronte a tali giocatori, si è soggettivamente coinvolti. Possiamo rimanere oggettivi di fronte a bellezze di questo tipo? Mi permetto di dubitare nuovamente.

Il suo contributo

Ronaldinho raggiunge l’apice della carriera, e le esperienze post-Barcellona non si riveleranno altrettanto esaltanti (se non si considera la conquista della Libertadores e della Recopa sudamericana con l’Atletico Mineiro). Ma questo non importa. Da Milano fino al Brasile il Gaúcho ha saputo regalarci pure emozioni con la sua classe, la sua velocità e il suo tocco di palla sopraffino. Quel che resta alle generazioni future è il suo indiretto contributo: l’attaccante moderno ha infatti come progenitore proprio il Gaúcho, un giocatore tecnicamente impeccabile, capace di dialogare con l’intera squadra e con i compagni di reparto, sempre pronto ad abbassarsi sulla linea di metà campo per consentire all’azione di ripartire. Un giocatore in grado di spaziare, una vera e propria variabile impazzita in grado di far ammattire le difese avversarie. Ma questo è nulla rispetto al talento che Ronaldinho ci ha saputo offrire sensazioni uniche, ritratti di vera e propria fantasia calcistica che difficilmente scorderemo. Siamo onesti: nessuno di noi è in grado di poter descrivere Ronaldinho in termini oggettivi. Ognuno di noi conserva felicemente il suo ricordo proprio perché il Gaúcho è riuscito ad infondere in lui un sussulto, un brivido scaturito dall’armonia con cui il brasiliano riusciva a disegnare con la palla tra i piedi sontuose geometri auree. È proprio per questo che possiamo affermare che Ronaldinho è stato soggettivamente un giocatore eccezionale.