Qual è il tuo regalo preferito? Per molti un libro, almeno questo dicono le statistiche. In questo particolare periodo dell’anno le librerie sono prese d’assalto. Non solo, in concomitanza con le vacanze natalizie si ha più tempo per staccare la spina e dedicarsi a un buon libro. Letture impegnate, ma anche più “soft”. Una volta trovai una frase, spulciando internet, che mi colpì molto: “Leggere un libro non è uscire dal mondo, ma entrare nel mondo attraverso un altro ingresso”. E sono d’accordissimo. Con i libri, pagina dopo pagina, si possono fare viaggi incredibili. Lasciare la realtà per entrare in un altro mondo.
Noi di Rivista Corner ne abbiamo approfittato per fare una lunga chiacchierata con lo scrittore ticinese Stefano Marelli.  Per chi non lo conoscesse, Marelli è cresciuto a Chiasso. Ha fatto il benzinaio, il barista, l’educatore, l’autista e il giornalista. Oggi sforna sottotitoli per la Radiotelevisione Svizzera (RSI). Ha esordito con il romanzo rivelazione Altre stelle uruguayane. In seguito ha pubblicato Pezzi da 90 e recentemente ha consegnato alle librerie A dime a dozen. Un’intervista a un grande appassionato di sport, perfetta per voi, appassionati di sport e delle sue storie.

Mi ha colpito una frase che ho sentito in un tuo intervento: “Una volta capito di non poter giocare nella Juventus mi sono avvicinato al mondo della scrittura, una grande passione”. È stato facile riuscire a pubblicare un romanzo?

In realtà ho cominciato a scrivere molti anni dopo aver capito che il mondo del pallone poteva tranquillamente fare a meno di me e del mio destro vellutato (ride, ndr). Diciamo piuttosto che, proprio verso i 16 anni, ho cominciato a leggere parecchio. Tutti i giorni, per diverse ore. E ancora oggi più che uno scrittore mi considero ovviamente un grande lettore. Quanto alla pubblicazione del mio primo romanzo, non è stato per niente facile. Ci sono voluti anni, e decine di copie del manoscritto spedite ovunque. Le uniche risposte che ottenevo erano da parte di “case editrici furbette”, gente che mi chiedeva due-tremila euro per far stampare il mio libro. Non le considero nemmeno casa editrici. Tipografi, al massimo, certamente non editori come invece si spacciavano. Infine, dopo molti tentativi, qualcuno mi ha detto che il solo modo per farsi pubblicare da un editore vero è partecipare a qualche concorso e, possibilmente, vincerlo. Ne ho trovato uno che mi pareva serio, con una giuria qualificata, ho spedito il mio testo e la fortuna ha voluto che a vincere fossi proprio io.

Tra fùtbol, letteratura e vita

Il libro di cui parli – Altre stelle uruguayane – è ambientato in Uruguay. Cosa pensi del calcio uruguagio?

Se l’Inghilterra è la madre del football, l’Uruguay ne è certamente il padre. I britannici hanno portato il pallone laggiù negli ultimi decenni dell’800, e subito il fenomeno ha attecchito come si deve. In quegli anni, italiani, slavi e spagnoli emigravano nel Sudamerica e nel giro di un paio di generazioni si sono trasformati in atleti formidabili. Il football ha offerto a quella gente il mezzo per bruciare in modo civile e igienico tutto quel surplus energetico che finalmente avevano a disposizione. La fantasia di quegli espatriati – e i campi da gioco in perfette condizioni durante tutto l’anno – hanno fatto in modo che in Uruguay, in pochi anni, nascesse una vera e propria scuola calcistica, in grado di competere con quella britannica, che era rimasta forse un po’ troppo ancorata ai dogmi originali del gioco. Non a caso, un Paese piccolo come l’Uruguay (3 milioni di abitanti, ndr), da sempre è in grado di tenere testa a colossi demografici come Brasile e Argentina. Il palmarès continentale e mondiale della Celeste, ancora oggi, ha del miracoloso.

Parliamo di giocatori: meglio Schiaffino, Suarez o Nesto Bordesante, il protagonista del tuo romanzo?

Schiaffino, che purtroppo non ho mai visto giocare, per me ha il fascino del fuoriclasse dell’età dell’oro, ammantato di mito e leggenda. “El Pepe” era grandissimo, e infatti  fu capace di diventare un simbolo anche al di fuori dell’ambito sportivo. Non è certo un caso se il titolo del mio primo romanzo – Altre stelle uruguayane – è tratto da un verso di una famosa canzone di Paolo Conte che, a un certo punto, parla proprio dell’uruguagio del Peñarol e del Milan. Il musicista astigiano, fra l’altro, è da sempre uno dei miei artisti preferiti. E il biglietto che mi mandò per ringraziarmi di avere scritto un libro che gli era piaciuto parecchio è stata per me una soddisfazione indescrivibile. Dovessi pubblicare altri 100 libri, niente mi renderà felice come quelle sei righe scritte a mano dal Maestro. Quanto a Suarez, sarò forse di parte, ma non vedo goleador più in gamba di lui nel calcio di oggi. Al di là delle battute sulle sue fauci, Luis è davvero un grande squalo bianco per la spietatezza e la precisione con cui si avventa sulla preda. È una macchina perfetta, al culmine della catena alimentare del pallone. E poi c’è stato Bordesante. Forse. Chi lo ha visto giocare, ad ogni modo, garantisce ciecamente per lui. Peccato che gioco d’azzardo e frequentazioni sconvenienti abbiano contribuito ad offuscarne il mito…

Quale giocatore ha ispirato la vita di Stefano Marelli?

Da bambino volevo essere Bettega. Poi, quando avevo 13 anni, la Juve acquistò Michael Laudrup e lo mandò a farsi le ossa per un paio di stagioni alla Lazio. Dopo l’arrivo del danese in Serie A, la mia vita non fu più la stessa. Solo Maradona fu più grande di lui, ma Diego era fuori concorso. Fra gli umani, Laudrup ancora oggi è il più forte calciatore che io abbia visto all’opera. Andate a vedere come accarezzava la biglia, come dribblava, come serviva quegli assist a cucchiaio che cadevano telecomandati sul piede del compagno. Youtube, per fortuna dei più giovani, è pieno delle sue prodezze. 

Parliamo di libri: quali testi non devono mancare sul comodino di un appassionato di sport?

Trascurare i libri di boxe di Joyce Carol Oates sarebbe un peccato imperdonabile. Nessuno ha mai scritto di pugilato meglio di lei, nemmeno Norman Mailer o Ernest Hemingway. E bacchettate sulle dita arriverebbero puntuali se dovessimo dimenticarci di Gianni Brera, che allo sport ha saputo dare dignità letteraria, civica, politica e storica. E poi ci sono eccellenti biografie, penso a Open di Andre Agassi o a When the game was ours di Larry Bird e Magic Johnson, guidati nel tracciare le loro memorie da eccellenti scrittori o giornalisti. Molto più rari sono i casi in cui atleti o allenatori si cimentano davvero in prima persona con la scrittura. E i migliori, in questo caso, per me sono stati senz’altro Jorge Valdano e Dido Guerrieri, il coach di pallacanestro italiano che, per oltre 20 anni, ha tenuto una rubrica ogni settimana su Superbasket, in cui parlava in modo sublime di storia dell’arte, difesa a zona, frizione della Fiat Ritmo, del suo gatto, Mozart, ulcera, tiro da tre punti, Bukowski, del dilettantismo degli arbitri e delle magnifiche librerie di Seattle.

Ci spieghi, come nasce un racconto sportivo?

Essenzialmente dalla storia. La realtà offre infatti innumerevoli spunti. Bisogna soltanto lasciar passare un po’ di tempo, dare ai cronisti l’opportunità di occuparsi della stretta attualità, e fare in modo che, di ogni vicenda, il tempo faccia emergere gli aspetti più interessanti, più umani, tragici o comici, beffardi o paradossali, eroici o fallimentari. Solo a quel punto si decide la prospettiva dalla quale raccontare un fatto o un personaggio. Ovviamente bisogna documentarsi a dovere, specie se, come nel mio caso, si cerca di tratteggiare non soltanto il campione e le sue gesta, ma anche un determinato momento storico, un certo clima politico. Lo sport, infatti, non è mai un mondo a parte. È invece sempre una diretta emanazione della propria epoca e del proprio contesto sociale.

Dopo il primo romanzo – che è stato un successo – hai pubblicato Pezzi da 90. Personaggi che direttamente o indirettamente hanno inciso sulle edizioni dei Mondiali. Qual è il tuo avvenimento sportivo preferito?

In assoluto, l’evento sportivo che mi ha maggiormente appassionato è stato l’All-Star Game NBA, una sfida che, paradossalmente, non mette in palio nulla o quasi. Ma per me, cresciuto a pane e basket (oltre che fùtbol, s’intende), le battaglie annuali fra Est e Ovest, specie quelle degli anni ’80 e ’90, sono quanto di meglio il basket USA ci abbia regalato. Ricordo partite epiche, giocate da campioni leggendari e commentate dall’immenso Dan Peterson, un altro maestro nel saper unire cultura e costume agli aspetti agonistici. A quei tempi, il Dream Team Olimpico non era ancora stato inventato, e dunque la partita delle stelle in febbraio era davvero l’unica occasione per vedere giocare nella stessa squadra, almeno per una volta, i migliori cestisti del pianeta. Da una parte Doc J, Larry Bird, Moses Malone e Michael Jordan e dall’altra Magic, Jabbar e Olajuwon. Semplicemente superlativo.

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Il grande Osvaldo Soriano disse: “Il calcio ha le sue ragioni misteriose che la ragione non conosce”. Condivide?

Come non potrei? Soriano, del resto, non si discute. Al contrario del basket, il calcio ha ben poco di scientifico e di razionale. E forse proprio per questo è capace di far delirare miliardi di persone. Giocato coi piedi – e su un campo enorme – lascia inevitabilmente un certo spazio al destino, al caso, alla magia. La più forte ala destra della storia – Garrincha – aveva una gamba 6 centimetri più corta dell’altra. Come si può spiegare una cosa del genere? Impossibile, tutto qui. A causa del calcio, sono scoppiate guerre. Pazzesco, se ci pensate. E Angela Merkel, nel tentativo di ristabilire il dialogo con Atene durante uno dei periodi più delicati della storia recente, quando partì per la Grecia si portò dietro Otto Rehhagel, l’unico tedesco che goda di un po’ di stima all’ombra del Partenone. C’è forse qualcosa di apparentemente razionale in tutto ciò? Certo che no, stiamo parlando di calcio…

Cambiamo tema: viaggi. Quale il più importante per te?

I diversi periodi trascorsi in Sudamerica e in Nordafrica sono stati senz’altro i più significativi. Innanzitutto perché si trattava sempre di vacanze lunghe, 2-3 mesi alla volta. E poi perché mi recavo in mondi molto diversi dal mio. Mi fanno ridere quelli che, tornando dai loro viaggi, dicono: “Mi sono del tutto integrato alla popolazione locale, fra me e quella gente non c’era alcuna differenza”. Felice per loro, ma io lontano dall’Europa cercavo proprio la diversità, la novità, in certi casi addirittura l’incomunicabilità. Se nemmeno devo accorgermi delle discrepanze, meglio starmene a casa. Di certo, ogni volta che tornavo alla base mi rendevo conto di avere imparato qualcosa. E qualche anno più tardi, molte di quelle esperienze sono pure finite nei miei romanzi.

La tua citazione sportiva preferita?

Quando sui giornali, per radio o in TV vedo giornalisti e opinionisti parlare di tattiche pre-partita come se in ballo ci fosse il destino dell’umanità, rimango sempre piuttosto scettico. Proprio per quanto si diceva prima, mi pare ridicolo considerare il calcio una scienza esatta, fatta di dogmi, postulati e paradigmi. Le partite, per fortuna, sono spesso risolte dal colpo di genio di sua maestà Angel di Marìa. E altre volte dalla casualità più vergognosa. Ma il bello del calcio sta anche in questo, no? Eppure c’è gente che parla di 4-2-3-1 come se si trattasse del secondo principio della termodinamica. E a questo proposito mi viene sempre in mente una cosa raccontatami una sera a cena da Eraldo Pecci. Ai tempi del Bologna, dopo una serie di risultati negativi, la stampa non dava tregua al Petisso Pesaola, tecnico dei rossoblù. “Mister – gli dicevano i giornalisti – forse si poteva schierare la squadra in un’altra maniera”. E lui, esasperato, rispose: “Non c’è niente di sbagliato nel modo in cui io metto in campo i giocatori. Piazzo ognuno esattamente dove dovrebbe stare. Il problema è che poi i ragazzi, ‘sti maledetti, appena inizia la partita cominciano a muoversi dappertutto!” Al di là della battuta, credo che in queste parole di Pesaola ci sia un bel po’ di verità. 

È da poco stata consegnata alle librerie la tua terza fatica letteraria. Lo sport è sparito, lasciando spazio a Hemingway. Per quale motivo questo cambiamento radicale?

Non c’è dubbio che A dime a dozen sia molto lontano da Pezzi da 90, che era raccolta di racconti a tema calcistico. Non vedo invece troppa differenza con Altre stelle uruguayane che – pur parlando anche di calcio – era e rimane un romanzo tout-court. C’era un po’ di pallone, certo, ma si parlava anche di storia, emigrazione, amicizia, ventennio fascista, ineluttabilità del destino, cadute e rinascite, tradimenti . Il fatto che il romanzo sia poi arrivato fino all’atto finale del Bancarella Sport ha senz’altro contribuito a farlo considerare come un libro di sport, benché non lo fosse. Sono onorato del riconoscimento, certo, e della visibilità che ha dato al libro. Semplicemente, ritengo che non fosse quello il suo posto, tutto qui. Non credo infatti che, se il mio protagonista fosse stato medico, qualcuno avrebbe mai considerato Altre stelle uruguayane un libro di medicina. Il nuovo romanzo, ad ogni modo, parla di libri e scrittori, di guerre e sradicamento, di vite lontane e voci sospese, una vicenda in cui finzione e storia si mescolano di continuo, dando vita a qualche bel colpo di scena. Resta il fatto che, se la trama è valida e i personaggi credibili, un romanzo può avere una sua dignità anche se parla di sport. Del resto, queste distinzioni sono tipiche del mondo culturale italiano, o italofono. Altrove, ad esempio negli USA, ciò non avviene. In Italia, storicamente, gli intellettuali hanno sempre avuto un atteggiamento molto snob nei confronti dello sport, e nessuno di loro si sarebbe mai sognato di trattare tematiche a sfondo sportivo nei loro romanzi. In America, invece, gli scrittori non hanno mai avuto vergogna di sporcarsi le mani con la quotidianità, la vita vera, le passioni autentiche. Hanno considerato lo sport alla pari di qualsiasi altro argomento. E ne sono scaturiti capolavori – sia in letteratura sia nel cinema – pur trattando di baseball, pugilato, automobilismo, scommesse, caccia, pesca, corse di cavalli e football.

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