Tic. Toc. Tac. Le lancette dell’orologio si fanno sentire, e il tempo passa, inesorabilmente. Il tempo passa. Giorno dopo giorno. Il tempo passa. Ma il ricordo è ancora lì, a portata di mano. “Abbi cura dei tuoi ricordi perché non puoi viverli di nuovo”, disse Bob Dylan. Lo scrigno dei ricordi più belli del nostro protagonista odierno è ricco e al suo interno può vantarne uno che a riecheggiarlo quasi gli scende una lacrimuccia. Lui, Simone Barone, li difende, i ricordi, ma al tempo stesso li condivide con noi con grande disponibilità. Nel 2006 Marcello Lippi se lo portò con sé in Germania. Un giocatore come lui, probabilmente prima uomo che calciatore, poteva servire, in un gruppo in cui il talento la faceva da padrone. Quello di Barone è un sogno che si realizza e che il 9 luglio del 2006 raggiunge la sua sublimazione, elevandosi all’ennesima potenza. È campione del mondo. Nel quarto Mondiale della storia degli Azzurri c’è anche un pezzetto del ragazzo di Nocera Inferiore.

Torniamo indietro di circa 11 anni per ricordare l’evento clou della tua carriera. Come vive un calciatore un Mondiale?

Ovviamente è stato il momento più importante della mia carriera, ma nello stesso tempo anche il più faticoso. Per arrivare a far parte di quei ventitré ho dovuto lavorare intensamente e la marcia d’avvicinamento è iniziata almeno due anni prima. Quando ho capito, per davvero, che ce la potevo fare mi sono impegnato più intensamente, ho fatto allenamenti extra e curato ogni aspetto della mia vita privata. Alla fine ce l’ho fatta, per meriti tecnici, sicuramente, ma anche tattici e umani (aspetto questo di cui sono particolarmente orgoglioso).

È stata la tua prima spedizione, cosa hai trovato?

Un’organizzazione fantastica e si respira ventiquattro ore su ventiquattro il calcio vero. Tutto è preparato e curato al meglio. Ricordo che noi abbiamo fatto il ritiro a Coverciano, poi l’ultima amichevole contro la Svizzera (1-1, con rete di Daniel Gygax per la nostra Nazionale, ndr) e capivi che piano piano ci si avvicinava alla Germania e al Mondiale. Da quando siamo atterrati in Germania e ci siamo trasferiti a Düsseldorf, sede del nostro ritiro, ho capito di essere vicino a un sogno.

Domanda che avrai sentito migliaia di volte: cosa ricordi della finale contro la Francia?

Sono molto sincero, il momento più bello non l’ho vissuto in finale, ma nella partita precedente, contro i padroni di casa della Germania. Abbiamo giocato a Dortmund, in uno stadio incredibile. Erano tutti tedeschi e in quell’impianto non avevano mai perso. Quando Fabio Grosso ha fatto gol l’emozione è stata indescrivibile e ci siamo resi conti che potevamo farcela, per davvero.

Chiudi e riapri gli occhi ripensando a quei giorni, cosa vedi?

Ancora Fabio Grosso, questa volta che realizza il rigore decisivo, che ci consegna il Mondiale. Una vittoria di tutti. E con tutti intendo la squadra, lo staff tecnico, gli addetti stampa, i magazzinieri, i medici e ogni componente della spedizione.

Hai avuto la fortuna di condividere lo spogliatoio azzurro con campioni e campionissimi. Da Buffon a Del Piero, passando per Totti e Pirlo. Chi ti ha colpito di più?

Conoscevo molto bene Gigi Buffon, essendo cresciuto con lui nelle giovanili del Parma, e per me è stato bellissimo ritrovarlo all’apice. Non me la sento di parlare di un solo giocatore, il gruppo era fantastico e colmo di campioni che prima di tutto erano uomini, uomini veri. Passatemi il termine, nessuno ha mai fatto pesare il suo cognome e il suo status, anzi. Nella mia carriera ho imparato una cosa: è più facile confrontarsi con i grandissimi. Di solito chi è un grande calciatore è anche una persona speciale…

Dal mondiale tedesco (vinto) all'India, la nuova vita di Barone 2

Si sprecano però i racconti di Gennaro Gattuso. Ce ne vuoi parlare?

Lui è sicuramente il calciatore più particolare. Rino si era fatto male prima di partire, ma piuttosto che rimanere a casa avrebbe ucciso. È un ragazzo scaramantico e ha indossato la stessa felpa per tutto il ritiro. Era sempre carico come una molla e riusciva a trasmetterti una voglia e una partecipazione pazzesca. Un giocatore incredibile!

Cambiando capitolo, qual è il giocatore oggi che apprezzi maggiormente?

Gigi Buffon. È ancora un grandissimo campione, a trecentosessanta gradi, e un vanto per tutta l’Italia. Con lui anche Francesco Totti. Loro hanno qualcosa in più…

E un giovane emergente?

Mi sta piacendo molto Bernardeschi della Fiorentina, che seguivo già ai tempi di Crotone. Ultimamente mi ha stupito Gagliardini: ha gamba, qualità e quantità. Pochi calciatori riescono a fare le due fasi come lui. In ultimo dico Belotti, un bomber spietato.

Quali qualità sono necessarie per raggiungere i massimi livelli e rimanerci?

Prima di tutto la testa. Bisogna essere disposti a fare grandi sacrifici e avere tanta voglia di emergere. Non ci si deve abbattere nei momenti di difficoltà, così come esaltarsi quando tutto funziona. Purtroppo noto che i giovani di oggi queste caratteristiche le hanno un po’ perse rispetto alla nostra generazione. Io da piccolo, ma anche quando giocavo in Serie A, mi pulivo da solo gli scarpini; li curavo perché erano il mio strumento di lavoro. Questo è stato perso. Poi ovviamente ci vuole fortuna, come in tutti i settori, e bisogna arrivare al meglio nei momenti che contano.

Una volta chiusa la tua carriera hai imboccato la strada di allenatore. Avevi già le idee chiare? Com’è stato il passaggio?

Negli ultimi anni di carriera già studiavo da allenatore. Appena ho smesso mi sono buttato in questo mondo con la volontà di insegnare calcio ai giovani. Ho iniziato facendo tre anni e mezzo con i ragazzi, a Modena e Parma, prima di partire per l’avventura indiana.

Dal mondiale tedesco (vinto) all'India, la nuova vita di Barone 4

L’hai accennato, oggi fai parte dello staff tecnico di Gianluca Zambrotta e guidate il Dehli Dynamos. Cosa hai trovato in Asia?

Non abbiamo trovato una Nazione, ma proprio un Continente. L’India è grandissima e il potenziale è enorme. Non me ne rendevo conto prima, ma adesso che ci ho vissuto mi sono reso conto di quanto sia grande;  si può fare davvero bene, su tanti aspetti. Hanno capito l’importanza di costruire solidi basi e per questo motivo stanno investendo molto sulle scuole calcio e le infrastrutture. Devo dire che abbiamo trovato un’organizzazione abbastanza buona, ma è normale che noi, da italiani e con la nostra cultura, stiamo lavorando ancora più intensamente per professionalizzare il tutto.

Qual è il livello del campionato?

Si tratta di un calcio molto agonistico e anche spettacolare e per questo il livello è buono. Stanno puntando molto sui tecnici europei per dare un certo tipo di impronta (il campionato 2016 è stato vinto dall’Atlético de Kolkata di José Francisco Molina, già allenatore di Villareal e Getafe B, ndr). Se dovessi fare una comparazione direi che è simile alla Serie B italiana.

Tra le fila della vostra squadra spicca il nome di Florent Malouda. Come ci si rapporta con un giocatore di questo livello?

L’ho già accennato, spesso è più facile rapportarsi con i grandi campioni che con i giocatori “normali”. Con lui ci siamo trovati benissimo, è un vero professionista ed è riuscito a vincere il premio come miglior giocatore del campionato, un motivo di vanto anche per noi. Lui era il nostro leader e capitano.

Non lo prendi mai in giro per la finale di Berlino?

(ride, ndr) Ne abbiamo parlato; della storia con Materazzi e così via, ma è un grande uomo e non porta rancore a me e Zambrotta, nonostante gli abbiamo dato un grande dispiacere. Aggiungo che a mio avviso diventerà un grande allenatore, ha davvero tutto per farcela: sa trasmettere emozioni e coinvolgere i compagni, e poi ama questo sport, aspetto questo fondamentale.

I migliori allenatori, oggi, sono ancora gli italiani?

Io posso dire che noi italiani dal punto di vista tecnico e tattico siamo i migliori. Abbiamo qualcosa in più, per idee, sviluppi, concetti e organizzazione. Forse, però, per diventare ancora più bravi dobbiamo riuscire a smussare qualche angolo. E mi spiego: parlo dell’alimentazione, dei giorni liberi, della musica in spogliatoio. Dovremmo essere meno rigidi e capire la cultura in cui ci troviamo. Entrare a piedi pari in un nuovo mondo non è facile. E questo è uno degli aspetti più difficili della professione.

Da appassionato, quale campionato ti entusiasma di più?

Sicuramente la Premier League è il miglior campionato per intensità e stadi. Mi piace però anche il campionato spagnolo, anche se il livello a mio avviso è inferiore.

Una squadra?

Dico Chelsea e Liverpool. Conte e Klopp. Il tedesco è un grande allenatore e sa motivare le sue squadre e poi Anfield è spettacolare…

Da allenatore, qual è il sogno nel cassetto di Simone Barone?

Crescere in questo ambiente. Sto vivendo questa avventura insieme a Gianluca Zambrotta (allenatore) Roberto Ghielmetti (preparatore atletico) e Mario Cerra (traduttore), e cercheremo di migliorare il prodotto che ci verrà dato in mano. È normale che personalmente ambisco a vincere qualcosa e il sogno nel cassetto è quello di allenare una nazionale.