La storia di Türkyilmaz, per tutti Kubi, ruota indubbiamente attorno a Bellinzona; dagli inizi alle Semine al ritiro al Comunale. Dapprima con il “Kubi Day” poi, più di 10 anni dopo, quello definitivo, dopo aver aiutato il fallito ACB a ripartire dalla 2a Lega regionale.

La sua carriera calcistica lo ha però portato anche altrove. Dopo il debutto con i granata contro il Basilea, con tanto di gol del pareggio al 90°, si trasferisce a Ginevra, ma né la città (benché multiculturale come lui) né la maglia (eppure granata pure quella) gli entrano nel cuore. Poi a Bologna, “una seconda casa”. Poi a Istanbul, la casa dei genitori.

Una vita da girovago, con continui cambiamenti. Dopo l’esperienza sul Bosforo si riavvicina a casa sua, dapprima rientrando in Svizzera, al Grasshopper, e poi in Ticino, che ogni volta decide di lasciare per poi tornarci quasi subito. Locarno, (Lucerna), Bellinzona, (Brescia), ma anche Lugano, di cui nella biografia uscita recentemente non si fa accenno, come se fosse una pagina da stralciare.

“Tra Islam e Cristianesimo, Kubi scelse il calcio”

“Papà sta lavorando”. “Vado a lavorare anche io”. “E cosa fai?”. “Mi alleno”. Questo dialogo con sua madre racchiude uno dei segreti di Kubi, e in generale di quelli che, in Svizzera, hanno una cultura diversa da quella svizzera, ammesso che ve ne sia una. Il calcio come possibilità di lavoro e fattore di integrazione sociale, non come un passatempo domenicale. Il suo approdo nel grande calcio è inoltre la dimostrazione lampante che se uno ha fame (e ovviamente anche i denti) non ha bisogno di centri per sportivi d’élite o di trafile in selezioni, ma grazie alle sue qualità può “arrivare” anche partendo da un campetto di periferia, benché oggigiorno ciò sia sempre più difficile. Poi naturalmente ci vuole la svolta, che per il giovane Kubi arriva grazie a quattro gol rifilati in amichevole al Bellinzona, che gli permettono di firmare il suo primo contratto: 300 fr. al mese.

 “Gli svizzeri alla domenica andavano a messa, gli altri guardavano la Serie A”

Tormentata è stata anche la storia con la Nazionale, di cui è stato anche recordman di gol segnati (verrà poi battuto da Alex Frei). Un’avventura iniziata con l’esordio a 21 anni e culminata con il rigore di Wembley. Se in Ticino era turco, in Svizzera era turco e ticinese, doppiamente straniero. Erano gli anni del Röstigraben, i dissidi interni già c’erano e non c’era bisogno di un Tschinggali rompipalle. Kubi non ha infatti mai avuto troppi peli sulla lingua e a molti ciò non stava bene (vedi la scellerata mancata convocazione di Hodgson a USA ’94). Non li ha avuti nemmeno nella sua attività dopocalcistica di opinionista, dapprima in RSI, poi per TeleTicino, dove parla anche di hockey e si cimenta pure come cuoco. Girovago anche lì.

Dopo mezzo secolo di vita, il Kubi può guardarsi indietro con una certa soddisfazione e consapevole del fatto di non essersi fatto mancare nulla. Billy Costacurta, uno che di attaccanti sicuramente se ne intende, in un’intervista rilasciata negli anni ’90 disse: “Gli attaccanti più forti che ho dovuto affrontare? Maradona, Careca e Türkyilmaz”.