“Antonio, perché?”

Probabilmente il grillo parlante, la coscienza, l’angelo custode o qualunque interlocutore interiore ha posto decine di volte questa domanda ad Antonio Cassano. Un giocatore magico, capace di vedere in campo cose invisibili a chiunque altro, di trovare strade che nessuno ha il coraggio di percorrere e muri che nessun uomo ha mai osato scavalcare. Un talento unico, capace di far innamorare migliaia di persone, e di farsi odiare dagli stessi nell’arco di poco tempo. Riccardo Garrone, compianto Presidente della Sampdoria e figura paterna per il barese, lo definì il suo Caravaggio. E come per ogni artista, estro e follia coesistono nell’anima, rendendolo genio e allo stesso tempo vittima del suo istinto.

Già, proprio la storia d’amore con la Sampdoria è l’emblema di ciò che Cassano è stato capace di fare in carriera: passione e odio, costruzione e distruzione. Osannato da una città che lo aveva elevato a proprio re e coccolato da un presidente che prima per difenderlo, e in seguito per punirlo, combatté contro tutto e tutti incurante di qualsiasi parere e di ogni conseguenza, l’allora venticinquenne barese si presentò a Genova dopo aver trascorso una parentesi a Madrid in cui si era dato ai bagordi tra cibo e donne, uno stile di vita che gli aveva fatto guadagnare come unico trofeo un’imitazione a Controcampo da parte di uno sgranocchiatore seriale di patatine. Col passare delle partite, nonostante un lieve scetticismo iniziale, il numero 99 conquistò il cuore della tifoseria, ergendosi a trascinatore in vittorie meravigliose. Indimenticabile, in particolare, il derby vinto per 1-0 con gol di Christian Maggio, con Cassano che sbeffeggiò per tutto l’arco della partita i difensori genoani con finte, numeri da circo e assist al bacio. Due annate con mister Mazzarri, e una con l’amato-odiato Gigi Del Neri, gli permisero di esprimere il suo talento come forse mai accaduto prima, di condurre la Samp a successi impensabili, e di vivere probabilmente il momento migliore della sua carriera. Non solo: qualunque giocatore al suo fianco, toccato dalla luce emanata dal talento di Antonio, diventava improvvisamente un elemento ambito dalle grandi squadre. Lo sa bene il sopracitato Maggio, ma anche Giampaolo Pazzini, che rilanciò la sua vita calcistica sfruttando l’estro di Fantantonio.

Ormai sovrano di Genova, niente sembrava poter rompere l’idillio nato tra il funambolo barese e la tifoseria blucerchiata. Come al solito, però, Cassano dovette prima o poi fare i conti con un nemico invincibile: se stesso. E fu così che, nel novembre del 2010, quello che si prospettava come un futile litigio con il suo Presidente-papà Riccardo Garrone, divampò in un incendio che distrusse tutto quanto costruito negli anni. Il patron del Doria decise di non voler più chiudere un occhio con lui, provvedendo a pagare di tasca sua pur di sbarazzarsene. A nulla servirono interviste e scuse ufficiali: qualcosa nel rapporto tra i due si era spezzato, come spaccata rimase la tifoseria blucerchiata tra chi difendeva l’anziano presidente e chi il fenomeno del prato verde. Un comportamento da parte di Cassano, e una decisione da parte di Garrone, che portarono a un clamoroso tonfo da parte dei liguri, passati nell’arco di un anno dai preliminari di Champions League alla retrocessione in Serie B.

La carriera del barese, intanto, è proseguita in un anonimato dorato: ripudiato da Milan e Inter, fuggito da un Parma in fallimento, ha provato a ricostruire la propria storia con la Sampdoria, ma complici i chili di troppo, un ambiente diviso tra chi gli era ostile e chi ancora innamorato, e il caos della gestione Ferrero della stagione 2015/2016, l’amore non è risbocciato. E così, è notizia di qualche giorno fa che in assenza di offerte Cassano resterà a casa e, ipse dixit, “Il grano lo porterà a casa mia moglie”.
Peccato, altro non si può dire. Pochi sono i giocatori in Italia che negli ultimi anni hanno mostrato un talento cristallino pari al suo. Ma nessuno può capire l’anima in tempesta di un uomo, e spesso i demoni interiori, quando paion morti, sono in realtà soltanto sopiti.
“Antonio, perché?”