Prosegue il nostro cammino immaginario in giro per il mondo, alla scoperta di realtà calcistiche meno note. Dopo avervi proposto un’introduzione sul calcio cinese, abbiamo deciso di restare in Asia prima di fare ritorno a casa. Il nostro aereo virtuale ci ha portato questa volta in India, dove da qualche anno il calcio ha subito un’impennata dal punto di vista sportivo, diventando qualcosa di diverso dal semplice gioco. Per capire meglio come si vive il calcio a quelle latitudini, abbiamo scambiato due parole con Roberto Ghielmetti, uno che il calcio indiano l’ha respirato sulla sua pelle, quotidianamente, se pur non a pieni polmoni.

Zico paragonò il Salt Lake di Calcutta al Maracanà per via dell’entusiasmo, cosa puoi dirci sul calore degli indiani?

Posso raccontarti un aneddoto: la seconda giornata di campionato l’abbiamo giocata a Kochi, contro i Kerala Blasters. Un nostro assistente tecnico indiano, appena prima della riunione tecnica che precede il viaggio verso lo stadio mi aveva detto: “Oggi ci sarà un po’ di gente a vedere la partita…”. Già a 2 km dallo stadio, ai lati della strada, era pieno di tifosi con la maglia gialla degli “elefanti di Kerala”. Morale della favola: 60.000 spettatori dentro lo stadio e 40.000 fuori. Un bel calore direi.

Parlarci della tua esperienza, di cosa ti occupi?

Per quanto riguarda l’ambito accademico ho frequentato la facoltà di Scienze Motorie presso l’Università Statale di Milano dove ho conseguito il Bachelor in Scienze dello Sport e dell’Allenamento e, successivamente, ho conseguito un Master in Scienze dell’Allenamento presso la Scuola Universitaria Interfacoltà in Scienze Motorie (SUISM) presso l’Università degli Studi di Torino.

Da circa dieci anni faccio il preparatore atletico in ambito calcistico. Per i primi cinque ho lavorato per il Team Ticino, occupandomi della crescita fisica dei giocatori delle squadre U16 e U18. Un’esperienza per me importante, sia dal punto di vista professionale che umano. Conservo bellissimi ricordi del Team Ticino e mi fa molto piacere vedere che il lavoro fatto negli anni passati – e che stanno svolgendo tuttora – stia dando frutti interessanti. Ormai i giocatori “made in Team Ticino” che militano in Super League e altri campionati di livello sono un bel numero.

Dopo il Team Ticino, ho voluto iniziare a lavorare con le prime squadre. Un anno e mezzo a Lugano in Challenge League con diversi allenatori fino a quando è arrivata la chiamata dello Spezia in serie B in Italia. In Liguria abbiamo centrato i playoff ma questo non ci ha consentito di guadagnarci un rinnovo. Nei due anni successivi sono tornato in Svizzera, prima con il Bellinzona (vincendo il campionato di 2a Lega) e successivamente con il Locarno, centrando la salvezza in 1a Lega. Quest’estate poi mi sono trasferito a Delhi…

A latere di questa occupazione ho fondato nel 2014 a Lugano (insieme a due amici) un’associazione che si occupa di organizzare iniziative per professionisti e non legate al mondo dello sport. Si chiama All Sport Association (www.allsportassociation.ch). Abbiamo tante attività in programma per i prossimi mesi, tra cui un clinic sulla preparazione atletica del calciatore (ASA Football Clinic) pensato per studenti di Scienze Motorie e preparatori atletici professionisti per cui sono già aperte le iscrizioni sul nostro sito! Invito i lettori a visitarlo, i nostri relatori sono figure di altissimo livello accademico e professionale, gli studenti possono usufruire di prezzi agevolati e i posti sono limitati.

Come si insegna l’arte del professionismo a gente probabilmente poco abituata?

Il mio approccio, per prima cosa, si è basato sull’osservazione, senza stravolgere nulla. Sono convinto che in un ambiente così diverso dal nostro sia molto importante contestualizzare e capire bene quali siano le risorse a disposizione, sia a livello umano sia a livello pratico. Detto ciò, ho cercato di portare qualche novità per quanto riguarda il controllo del carico, le strategie di recupero post allenamento e la prevenzione degli infortuni muscolari personalizzata in palestra.

Quali sono i giocatori di maggiore blasone in India?

Ne cito tre:

Florance Malouda (Delhi Dynamos FC), ex Chelsea e nazionale francese

Diego Forlan (Mumbai FC), beniamino degli uruguagi ed ex stella dell’Atletico Madrid,

John Arne Riise (Chennaiyin FC), laterale sinistro con un passato nel Liverpool e nella Roma.

C’è una squadra faro che funge da traino per tutto il movimento?

Le rose delle squadre cambiano molto di anno in anno e quindi delle otto presenti in Indian Super League non credo ci sia mai stata una squadra faro.

La principale differenza con il calcio europeo?

Dal punto di vista tattico c’è da lavorare moltissimo. I giocatori indiani corrono ovunque e in qualsiasi momento della partita. Sono indisciplinati… diciamo così. La conseguenza è che dal 60’ in poi, a livello fisico, c’è un calo prestativo incredibile. Le partite sono divertenti e spettacolari, e dopo l’ora di gioco può succedere di tutto.

Quali sono gli obiettivi del governo riguardanti al calcio?

Non penso ci sia un obiettivo definito come invece per altri “campionati emergenti”; c’è forse più un obiettivo economico nella volontà di far crescere la passione per questo sport e creare un’industria del pallone.

Il calcio può raggiungere il cricket?

In questo momento il cricket è in assoluto lo sport numero uno in India. I ragazzi, al parco, giocano a cricket e non a calcio. La maggior parte degli interessi sullo sport (sponsor, giornali, tv) ruotano intorno al cricket. Per ora, il divario tra i due sport è tangibile ma in questi ultimi tre anni (da quando è stata istituita l’Indian Super League) le cose stanno cambiando.

L’India è molto inquinata, come si affronta questa situazione?

Per quanto riguarda la prevenzione per l’inquinamento atmosferico cercavamo di svolgere una sola sessione di allenamento al giorno all’aperto (la seconda nella palestra dell’hotel); nel tempo libero, nelle settimane dove il livello delle poveri fini era molto alto, è stato chiesto a giocatori e staff di indossare una maschera antismog quando si usciva dall’hotel.

Per la contaminazione alimentare bere solo acqua da bottiglie chiuse e, nel limite del possibile, quando si mangiava fuori dall’hotel, evitare cibi a rischio (verdura, frutta, frullati ecc…).

Tre aggettivi per descrivere il calcio indiano?

  • interessante
  • intenso
  • positivo

Cosa ti ha insegnato questa avventura?

Che differenti culture portano a differenti modi di vivere il calcio e la vita.

Gianluca Zambrotta è l’allenatore della squadra; com’è il tuo rapporto con lui?

Gianluca è una persona molto disponibile al confronto e alla quale piace sapere come la pensano i suoi collaboratori. Nel rapporto tra preparatore e allenatore il confronto è fondamentale per far sì che la parte fisica e quella tecnico/tattica vadano nella stessa direzione. Insieme a noi a Delhi c’erano altri due membri dello staff italiano: Simone Barone nel ruolo di vice allenatore (leggi la sua intervista qui: www.rivistacorner.ch/lo-scrigno-dei-ricordi-di-barone/) e Mario Cerra che faceva da interprete e team manager.